Ormai è talmente tanta l’abitudine nel vedere numeri negativi sull’Italia che nemmeno riusciamo a distinguerli più nè per la fonte (Istat, Ocse, Fmi), nè per la qualità (rapporto deficit PIL o debito PIL, disoccupazione reale o giovanile? Pressione fiscale vera o quella avvertita) anche perchè alla fine dei conti, la situazione resta nera. A prescindere da chi ce lo dice. E così dopo i dati di venerdì scorso con una disoccupazione ormai alla soglia del 13% (12,9%), con l’ormai risaputo crollo totale del potere d’acquisto delle famiglie, una domanda interna ormai agonizzante, l’arcinota fascia di povertà assoluta che sta inglobando fasce sempre più ampie della popolazione, stravolgendo non solo il tessuto sociale e la vita di milioni di persone, ma anche le caratteristiche e la struttura a se della società, ormai non più divisa in “ceti” distinti con una borghesia a sua volta divisa in sottocategorie, nessun “cuscinetto” tra i due estremi della ricchezza, cuscinetto quanto mai provvidenziale per la creazione e la ridistribuzione dei beni di consumo. Nulla di più di tutto questo, con una crisi che ha investito e distrutto ormai anche la stabilità dell’organizzazione sociale. Da qui (anche) il fiorire del lavoro nero che nel sud registra cifre triple rispetto al resto della media italiana, già di per sè altissima, al 12%. Proprio mentre si scopre che le Pmi (strozzate per l’81% da un debito bancario che in Germania invece riguarda solo il 65% delle imprese e in Spagna – perennemente in gara con noi – solo il 57%) spendono oltre 12 mila euro in media per quanto riguarda la burocrazia. A dircelo, giusto per parlare di fonti “varie” è niente di meno che la Banca Mondiale che aggiunge anche le 270 ore spese per affrontare i 15 diversi tipi di pagamento (contro i 13 del resto del continente, anche se chiunque avrà avuto a che fare con l’idiozia delle scartoffie avrà subito capito come spesso le norme siano, oltre che inconcludenti, anche controproducenti). In Europa in media non si va oltre le 179 ore. Ecco allora che arriva ancora un’altra ovvia conferma di una costante caduta della forza di ripresa della penisola. Stavolta a decretare la lunga strada ancora da percorrere per uscire dalla crisi, semmai se ne uscirà, è l’Istat (ma come accennato sopra le cose non cambiano più di tanto) che ci fa sapere come l’anno scorso il PIL sia stato in calo del’ 1,9%, il peggiore in 13 anni. E su questo dobbiamo anche festeggiare visto che nel 2012 era fermo a -2,4%. Ci sono poi le cifre snocciolate da Bankitalia che vedono (ancora) il debito PIL al 132,6%, praticamente ormai ingovernabile e tecnicamente irrecuperabile. Ma intanto il Btp corre. E non certo per Renzi… come nel recentissimo passato non è corso certo per l’inettitudine del governo Letta o per la severità (necessaria?) di Monti.

Rossana Prezioso

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