Continua la fuga dall’Italia: oltre 250Mila persone nel 2016.

Giambattista Vico parlava di corsi e ricorsi storici. Con questa formula il filosofo napoletano sintetizzava la capacità di certe situazioni di ripetersi nella vita degli essere umani. Il Dossier Statistico Immigrazione 2017 elaborato dal centro studi e ricerche Idos e Confronti registra una di queste situazioni: oggi gli emigrati italiani sono tanti quanti erano nell’immediato dopoguerra. In numero, oltre 250.000 l’anno. Corsi e ricorsi della storia, appunto.

Prima il calo poi la crisi del 2008 e l’inversione di tendenza

L’emigrazione degli italiani all’estero, dopo gli intensi movimenti degli anni ’50 e ’60, è andato ridimensionandosi negli anni ’70 e fortemente riducendosi nei tre decenni successivi, fino a collocarsi al di sotto delle 40.000 unità annue. Invece, a partire dalla crisi del 2008 e specialmente nell’ultimo triennio, le partenze hanno ripreso vigore e hanno raggiunto gli elevati livelli postbellici, quando erano poco meno di 300.000 l’anno gli italiani in uscita.

Oltre 114mila persone sono andate all’estero nel 2016

Sotto l’impatto dell’ultima crisi economica, che l’Italia fa ancora fatica a superare, i trasferimenti all’estero hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, mentre i rientri si attestano sui 30.000 casi l’anno.

La fuga dei cervelli

A emigrare – sottolinea il report – sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l’estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l’11,9% la laurea ma già nel 2013 l’Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita: il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma e il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati.

Germania e Regno Unito le mete preferite

Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela.

L’investimento (perso) da parte dello Stato

Ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse.

I flussi effettivi sono ancora più elevati

A rendere ancora più allarmante il quadro tratteggiato da questo dossier è un’ulteriore considerazione: i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all’acquisizione della residenza e così via).

Il centro studi: i dati Istat vanno aumentati di 2,5 volte

Il centro studi spiega che rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell’Istat sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all’estero, un livello pari ai flussi dell’immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, si legge ancora nel dossier statistico, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz’altro superiore ai casi registrati (624.000).

L’Ocse: Italia ottava in classifica

Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato qualche giorno fa anche dall’Ocse. Nell’ultimo report sui migranti l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l’Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d’origine degli immigrati. Secondo l’Ocse, la Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c’è la Cina, davanti a Siria, Romania, Polonia e India. L’Italia è subito dopo il Messico e davanti a Vietnam e Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87mila nel decennio 2005-14 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell’Ocse. In 10 anni l’Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori fortune altrove.

Andrea Carli

Fonte Il Sole24Ore

Criptovalute e tasse: il contante è contante il Bitcoin no.

Il pagamento di un bene immobile in Bitcoin, o altra criptovaluta, viola le norme in materia di limitazione dell’uso del denaro contante o quelle in materia di indicazione analitica dei mezzi di pagamento?

Quello sopra è un quesito che un professionista a posto al Consiglio Nazionale del Notariato (CNN). La risposta fornita dal CNN è interessante perché favorisce alcune considerazioni  sulla attuale percezione del fenomeno criptovaluta.

In primo luogo viene stabilita una regola: La disposizione sulla limitazione del contante non si applica ai Bitcoin, (ancorché comunemente noto come contante digitale), in quanto si tratterebbe di una inammissibile interpretazione evolutiva della norma. Il contante è contante, il Bitcoin … no.

In secondo luogo, quale corollario per così dire tecnologico, si afferma che l’indicazione delle chiavi pubbliche non soddisferebbe il requisito della tracciabilità, in quanto non consente di risalire al titolare del portafoglio virtuale, l’indicazione delle chiavi private associata alle chiavi pubbliche, (che comunque non dà certezze legali sulla titolarità del conto virtuale), è improbabile già che renderebbe pubblico lo strumento per disporre della valuta virtuale.

Non è questa la sede per affrontare gli aspetti critici, e forse deboli, di questa interpretazione, che ci porterebbe ad effettuare un’analisi dei concetti di chiavi asimmetriche pubbliche e private e sulla possibilità di crearne ad hoc per la transazione, ma lo spunto offerto porta alla mente un’altra domanda, il Bitcoin è una moneta?

A tutti sono note le funzioni della moneta, è unità di conto, mezzo di pagamento, mezzo di scambio, riserva di valore. Il Bitcoin o le altre criptovalute possiedono queste caratteristiche? Come ci immaginiamo un bilancio definito in Bitcoin? Come rappresentiamo la sua volatilità, con quali strumenti? Forse non è adattabile al concetto di unità di conto.

Più semplice invece pensarla come mezzo di scambio, perché definito il valore all’istante dello scambio questo si cristallizza. Baratto evoluto, 4.0? Forse sì, atteso che anche nel comune parlare, la similitudine che viene spesso fatta per definire il processo che genera i Bitcoin, è quello della miniera d’oro. Bene che poi viene per così dire dematerializzato, facendolo diventare una commodity che può essere trasferita. Ritorna complessa la valutazione quale mezzo di pagamento, ha veramente effetti liberatori. Siamo sicuri che la sua volatilità non trovi dei limiti giuridici nella solvibilità? Da un punto di vista di stabilità delle transazioni siamo sicuri che sia accettabile che un mezzo di pagamento, diventi un problema? Infine può essere il Bitcoin una riserva di valore? La sua giovinezza, il limite quantitativo cui è stato concepito e la conseguente oscillazione del suo valore, inducono ancora una volta alla prudenza.

Nello stesso modo si è autorevolmente espresso di recente il governatore della BCE Mario Draghi, il quale ha avuto occasione di affermare che “Un euro oggi, è un euro domani. Il suo valore è stabile. Il valore del Bitcoin oscilla enormemente”. Queste lunghe premesse introduco un altro ragionamento, la cessione di Bitcoin che tipo di reddito genera? La complessità dell’ordinamento tributario italiano, non permette in questa sede di affrontare tutti i casi possibili legati ai soggetti che intervengono nella transazione e all’oggetto della transazione. Immaginando che la fattispecie più ampia sia quella della persona fisica che detiene Bitcoin e ad un certo punto li venda, a questa si vuole fare riferimento.

La vicenda è complessa anche perché la mancanza di una definizione esatta di criptovaluta può generare una certa confusione, confusione in cui è caduta anche l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 72/E del 2016 che ha considerato le criptovalute alla stregua di banconote estere. Tale assunto ha condotto poi alla affermazione che “le operazioni a pronti, acquisti e vendite, di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”.

Tutto bene quindi? Forse no, e il motivo del dubbio lo abbiamo prima espresso, la criptovaluta non sembra essere una valuta perché non ha le caratteristiche, o meglio non le ha tutte. Secondo me la definizione di mezzo di scambio tra le controparti, risulta coerente e ragionevole con l’attuale ordinamento tributario. Le operazioni in criptovaluta, di fatto sembrano più vicine alle operazioni di baratto o permuta. La permuta comporta in sostanza, la vendita di un proprio bene, (la criptovaluta), al fine di ottenere in cambio come corrispettivo un altro bene di valore corrispondente o della prestazione di un servizio di ugual valore. L’attività di vendita di criptovalute è assimilabile ad una operazione occasionale, (sempre che si tratti effettivamente di un’attività occasionale e non abituale).

Il testo unico delle imposte dirette disciplina all’articolo 67, il trattamento dei redditi diversi che provengono da tali attività, definendole all’articolo successivo plusvalenze. In questo caso la plusvalenza si determina come differenza, tra il valore di cessione del bene ed i costi sostenuti per il suo acquisto, evidentemente il prezzo pagato, ragionevolmente corrispondente al valore di quotazione del giorno di acquisto.

Alla stessa conclusione possiamo arrivare quando operiamo per la conversione della criptovaluta in valuta corrente, trattandosi in tal caso di una cessione a titolo oneroso, (il ricevimento di euro o d’altra valuta), del bene criptovaluta, attuando quindi uno scambio.

Chi ha dato le prime risposte concrete: il caso della Svizzera. In questo paese infatti le regole sono già più definite. Le autorità elvetiche hanno fatto una scelta di campo e hanno considerato le criptovalute come delle vere e proprie valute estere. In Svizzera poi riguardo alle imposte dirette, l’acquisto e la vendita delle criptovalute è da considerarsi un’operazione fiscalmente assimilata a una transazione di valuta tradizionale, appartenente alla sfera privata del contribuente, e quindi non tassabile. Esiste tuttavia un’eccezione per i residenti svizzeri, che effettuino delle negoziazioni frequenti in criptovalute, le quali possono configurare il “quasi commercio di titoli” e soggiacere all’imposta sul reddito. Insomma le opzioni sono ancora molte e il tavolo dei regolatori è senz’altro ben affollato di documenti.

Il primo approccio formale arriva dal recepimento della IV direttiva antiriciclaggio che ha riscritto il dlgs 231/2001 introducente obblighi precisi nella identificazione dei soggetti che operano in Bitcoin, in funzione dei quali deve rimanere traccia reale di chi investe nell’algoritmo, cioè intervento prima che l’investimento si dematerializzi e viaggi all’interno e per mezzo della “blockchain”. La richiesta di tracciabilità risponde presumibilmente alla constatazione che a monte, la transazione iniziale con cui si acquistano le criptovalute è una transazione reale a contenuto economico.

Ora attendiamo i prossimi provvedimenti.

Costantino Magro

Dalla geopolitica alla geofinanza.

Anche i più distratti ricordano che in febbraio Trump ha annunciato tariffe doganali del 25 per cento su alluminio e acciaio. È l’inizio della fine della globalizzazione, si è detto, comincia una nuova cupa epoca di chiusura della mente occidentale. Per non parlare delle ricadute economiche, molto enfatizzate dai produttori di lattine per bevande gassate e dai costruttori di auto, tradizionali utilizzatori di metalli di ogni tipo. Aumenteranno l’inflazione, hanno detto gli economisti, e i rischi di recessione globale. Curiosamente, mentre gli economisti calcolavano l’impatto su inflazione e crescita e gli analisti azionari abbassavano le stime sugli utili di lattine e auto, i diretti interessati, ovvero l’alluminio e il minerale di ferro (usato per produrre l’acciaio), nell’indifferenza generale se ne sono andati controcorrente per conto loro e sono scesi, non saliti. Il minerale di ferro, a 77 dollari per tonnellata prima dell’annuncio di Trump, sta oggi a 69. Quanto all’alluminio, nel mese successivo all’annuncio se ne è sceso del 10 per cento. La discesa è stata però bruscamente interrotta il 5 aprile, quando Trump ha annunciato nuove sanzioni contro la Russia e colpito in particolare la Rusal, il gigante russo dell’alluminio, rendendole tra l’altro tecnicamente molto difficile pagare le cedole sulle sue obbligazioni. Da quel giorno, in due settimane, l’alluminio è salito del 30 per cento e il rialzo, secondo molti esperti del settore, può ancora continuare. Si noti che questa volta nessuno ha criticato Trump e nessun produttore di lattine ha fiatato. Nelle guerre di religione del nostro tempo la globalizzazione è il bene e la Russia è il male. Se combattere la Russia significa deglobalizzare, pazienza, in questo caso c’è una speciale dispensa e si può fare. Questa vicenda ci offre numerosi insegnamenti e conferme.

Il più importante è che la seconda guerra fredda è diversa dalla prima. La prima era lenta e ritualizzata e utilizzava codici e canali di comunicazione che si erano formati nel corso della seconda guerra mondiale, quando Stati Uniti e Unione Sovietica avevano combattuto dalla stessa parte. C’era, anche nei momenti più tesi, un reciproco rispetto di forma e di sostanza. Si riconosceva la grandezza dell’avversario. Le guerre ai confini dei due imperi erano previste ed erano anche frequenti, ma si sapeva in anticipo che sarebbero restate a livello locale e che sarebbero state combattute in modo convenzionale, fucili, carri armati, aerei e nient’altro. La propaganda era simmetrica, Radio Mosca da una parte, Voice of America dall’altra. Anche l’attività di spionaggio, molto intensa, era regolata al millimetro. Tanta Cia a Mosca, altrettanto Kgb a Washington. Sul piano economico i rapporti erano chiari e corretti. L’Unione Sovietica poteva esportare il suo petrolio senza problemi e utilizzare il sistema di pagamenti occidentale. Poteva emettere obbligazioni in dollari e pagare le sue cedole con cronometrica puntualità. Le imprese occidentali avevano il divieto di esportare tecnologia avanzata, ma quando la Fiat chiese al Dipartimento di Stato l’autorizzazione ad aprire una grande fabbrica a Togliatti questa fu intelligentemente concessa. L’idea era che, facendo dei russi dei piccoli proprietari, anche solo di un’utilitaria, l’ideologia comunista si sarebbe corrosa dall’interno. La seconda guerra fredda fa apparire la prima una disputa fra gentiluomini. È irregolare, non ritualizzata e di movimento. La panoplia include le guerre e lo spionaggio informatici e, dove già possibile, l’intelligenza artificiale. Si tratta di strumenti opachi, impossibili da pesare sul piatto della bilancia (e quindi potenzialmente asimmetrici) e sui quali l’opinione pubblica può essere manipolata come si vuole. La retorica, dal canto suo, è tornata a includere l’uso del nucleare mentre i rapporti economici sono sempre meno prevedibili e la Russia non ha più la garanzia di potere utilizzare in futuro il sistema di pagamenti occidentale.

L’America sta imparando a usare in modo mirato e dinamico le sanzioni e ci sta prendendo gusto. Usa molto meno le classiche misure commerciali e agisce sui singoli individui da una parte e sul sistema finanziario dall’altra. Se si controlla il sistema idraulico del mondo attraverso il regolamento delle transazioni e le banche depositarie (tutte americane o con importante presenza in America) è sufficiente chiudere un solo rubinetto per togliere l’acqua a chi si vuole colpire. Chi opera sui mercati emergenti è abituato a decidere sulla base dei fondamentali economici dei debitori sovrani o corporate. Se è avvertito, aggiunge un secondo livello di analisi geopolitica. Un paese debitore può avere un terribile disavanzo delle partite correnti e può avere esaurito le sue riserve valutarie, ma se ha un santo in paradiso (un funzionario del Dipartimento di stato che telefona al Fondo Monetario) i soldi per pagare una cedola o rimborsare un bond si troveranno sempre e, male che vada, ci sarà una ristrutturazione del debito mite e favorevole. È stato ad esempio il caso della Turchia per decenni, è quello dell’Ucraina nei tempi nostri. Oggi bisogna introdurre un terzo livello di analisi, quello del sistema dei pagamenti. Un debitore può avere un bilancio sano e la volontà di servire scrupolosamente il suo debito, può inviare alla depositaria i dollari per le cedole addirittura in anticipo sulla scadenza, ma se la depositaria ha ricevuto il divieto di distribuire i soldi agli obbligazionisti, questi rimarranno all’asciutto. Certo, il giorno in cui le sanzioni verranno tolte le cedole verranno sbloccate, ma potrebbero occorrere anni. Alla cedola successiva il debitore volonteroso proporrà ai creditori un concambio in titoli in valuta locale, magari con capitale e cedole indicizzate al dollaro, ma le cose si faranno comunque complicate. Bisognerà aprire un conto in una banca locale e farsi accreditare lì il dovuto, per poi rimpatriarlo. A quel punto l’emittente, per sano che sia, dovrà rifinanziarsi a caro prezzo attraverso altri canali. Resterà sempre, in qualche scantinato di Londra, una boutique dedicata che intermedierà questi titoli, ma per il grosso pubblico, istituzionale e individuale, l’accesso resterà chiuso. A questo si potranno aggiungere problemi operativi di varia natura. Se cercate un titolo iraniano su Bloomberg, vi verrà spiegato che ogni informazione è sospesa per le sanzioni. Qualcosa di simile è stato prospettato nei giorni scorsi anche per la Russia. Le sanzioni sui flussi finanziari sono così potenti che in America si è proposto, soprattutto da parte democratica, se renderle ancora più radicali, escludendo Venezuela e Russia dall’intero sistema di pagamenti in dollari. Per ora si è deciso di andare piano, per non spingere Cina e Russia a sviluppare troppo un loro sistema di regolamenti alternativo. La Cina cerca di regolare tutto quello che può in renminbi e di promuoverne l’uso, ma i tempi di creazione di una valuta di riserva richiedono decenni, non anni. La Russia offre oggi prezzi molto attraenti su rublo, bond e azioni. È interessante notare come gli Stati Uniti, che ai tempi dell’occupazione russa della Crimea e del concomitante crollo del greggio (2014) speravano in un crollo completo del rublo per spingere i russi contro il governo, twittino oggi con Trump che Russia e Cina non devono nemmeno farsi venire in mente di svalutare. Chi investe deve però tenere nel giusto conto la possibilità di sanzioni ancora più severe, anche se al momento la possibilità che queste vadano a toccare il debito sovrano appare remota. I problemi di cui abbiamo parlato riguardano per ora solo Iran, Russia e Venezuela. Gli altri paesi emergenti continuano a godere di buonissima stampa finanziaria e hanno effettivamente valutazioni ancora interessanti. Anche nel loro caso, tuttavia, il 2018 sarà migliore del 2019-2020, quando i tassi americani saranno più alti e l’economia globale andrà più piano. Rispetto a queste preoccupazioni, ora alimentate dalla fine delle ricoperture degli short sui Treasuries e dalla ripresa del ribasso dei corsi, può essere di conforto la scelta di Clarida come numero due della Fed. Clarida è una figura di alto profilo intellettuale e sta a Powell come Fisher stava alla Yellen, di cui è stato il grande consigliere. Teorizza il tasso reale neutrale a zero dal 2014 (per almeno altri tre-cinque anni, ebbe a scrivere allora) e fa pensare a una Fed che si limiterà ad accompagnare l’inflazione, senza introdurre tassi reali positivi ancora, come minimo, per qualche trimestre. Venendo al breve, assistiamo a una caduta di volatilità (la volatilità è diventata volatile, abituiamoci a questo nuovo mondo). Le borse sono spinte verso l’alto dagli utili, soprattutto in America, ma trattenute dalla riaccelerazione delle aspettative di inflazione, a loro volta dovute in questi ultimi giorni al petrolio. Che, per tornare al tema di oggi, dovrebbe a sua volta sostenere il rublo.

Alessandro Fugnoli

Leggi QUI l’articolo originale

Rendite finanziarie: paghi le tasse anche in perdita.

A parte le promesse elettorali di riduzione della pressione fiscale per i redditi più alti – questa è sostanzialmente la prospettiva della flat tax – la riforma della tassazione è stata la grande assente dell’ultima campagna elettorale. Eppure le cose da sistemare non mancano. Nel campo delle rendite finanziarie, per esempio, l’effetto distorsivo più rilevante è dato dal fatto che si può subire la tassazione anche se si sono subite delle perdite.

A questo risultato può infatti facilmente condurre la circostanza che, sui dividendi e interessi, comunque si applica la ritenuta del 27%, (o del 12,5% per i titoli pubblici), poiché non è possibile la compensazione con le minusvalenze realizzate. Anche quando il deposito nel complesso ha perso valore, infatti, è normale subire una tassazione, a meno che non si sia scelta una gestione patrimoniale.

Con i fondi comuni l’effetto è ancora più bizzarro, perché se si guadagna si subisce sempre la tassazione, ma le perdite di un fondo comune non possono essere compensati con i guadagni ottenuti successivamente con lo stesso fondo.

Non parliamo di chi detiene un deposito in valuta estera di valore superiore a 51.645,69 euro per sette giorni lavorativi continui, in questo caso la legge prevede una punizione dantesca: l’aliquota da applicare resta il 26%, ma sarà necessario fare complessi calcoli per determinare la base imponibile da indicare nella dichiarazione dei redditi, perché alla banca che tiene il deposito è impedita l’applicazione della ritenuta.

La tanto temuta tassazione dei patrimoni, infine, è una realtà già da molti anni ed è applicata, sotto mentite spoglie, come imposta di bollo sui rendiconti delle banche. L’aliquota non è molto alta, 0,2%, ma lo stesso patrimonio può essere tassato in modo diverso. Questa imposta, infatti, non è applicata sul valore della giacenza media dei titoli, ma in base al saldo del rendiconto.

Nel gergo dei politici i progetti di riforma sono chiamati “libro bianco”. Qui da scrivere ce ne sarebbe.

Valentino Amendola

L’indebita intromissione dello stato nella sfera privata.

Tutta questa apprensione per le intrusioni di Facebook nella nostra vita, sulle industrie malvagie che ci rubano subdolamente i post con i gattini per venderci cibi per animali, e i partiti cattivi che fanno propaganda occulta. Ma nessuno che si preoccupa per uno Stato onnipotente, onnisciente, onnivedente che sa tutto di noi, controlla ogni atomo della nostra vita: la vita privata, corollario indispensabile di una civiltà liberale, è già stata fagocitata dal «mostro freddo» dello Stato, e invece noi siamo qui a prendercela con i social impiccioni. Un mio amico un giorno è stato convocato dalla polizia giudiziaria che indagava su un traffico di carte di credito clonate. Lo avevano chiamato per verificare che anche la sua carta non fosse stata violata, ma il mio amico ha capito in poco tempo che la polizia, attraverso l’esame della sua carta di credito, sapeva tutto dei suoi acquisti, degli alberghi in cui era stato, del vestito che si era comprato, del mazzo di fiori che aveva regalato alla moglie: e noi temiamo Facebook.

L’Agenzia delle entrate può entrare nei nostri conti correnti, vedere ciò che abbiamo speso, dove, quando, con chi, perché: e noi temiamo Facebook. Il Telepass lascia tracce indelebili dei nostri movimenti, dice dove siamo stati, a che velocità siamo andati, quale località abbiamo visitato. Le indagini giudiziarie oramai fanno uso massiccio delle conversazioni Whatsapp, anche quelle che non hanno alcuna rilevanza penale. Le carte di credito e le carte Bancomat raccontano ogni cosa di noi e i loro dati sono immagazzinati dagli organi di sicurezza: che libri hai comprato, quale parrucchiere frequenti, se sei un turista, quale sport preferisci seguire. Con la geolocalizzazione ogni spostamento è registrato e archiviato. Attraverso la tessera del supermercato sanno quello che mangi, che tipo di regime alimentare segui, se compri molte bottiglie di vino e di alcolici. I tuoi dati sanitari sono a disposizione di chi con pochi clic può sapere tutto del tuo stato di salute, delle malattie che hai contratto, del livello di colesterolo nel tuo sangue. A differenza delle industrie malvagie che suscitano la nostra indignazione, lo Stato ha il monopolio della forza, della coercizione legale, dell’uso degli strumenti di indagine, delle leve del potere politico. Ogni dimensione privata è devastata. Ma noi ci preoccupiamo di Facebook.

Pierluigi Battista

Fonte Corriere.it

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