Bitcoin e fisco italiano.

Sul Bitcoin recentemente anche il fisco ha avuto modo di dire la sua e, questa volta, non per penalizzare.

Ricordiamo innanzitutto di che si tratta. Il Bitcoin è un mezzo di pagamento, utilizzato in alternativa alla moneta avente corso legale, la cui circolazione si basa sull’accettazione volontaria da parte degli operatori di mercato. Insomma, si fonda sulla fiducia di chi lo riceve ed è, per sua natura, decentralizzato, poiché funziona nell’ambito di una rete di soggetti paritari, (peer to peer), che ne riconoscono il valore di scambio, (e quindi la bitcoinquotazione), in assenza di un obbligo di legge, (non avendo il Bitcoin alcun valore legale), o di una disciplina regolamentare, non essendo il Bitcoin collegato ad alcuna autorità monetaria.

Chiaramente, si tratta di un mezzo di pagamento puramente digitale, memorizzato e scambiato mediante PC, smartphone e tablet e conservato in cosiddetti “portafogli elettronici”. Ogni fruitore, quindi, ne può disporre senza l’intervento di alcun intermediario. Da un punto di vista tecnico, i Bitcoin funzionano grazie a codici crittografici: vengono generati mediante algoritmi matematici, attraverso un processo che tende a scongiurarne la falsificazione e lo scambio avviene per mezzo di un apposito software.

Per acquistare questa moneta virtuale, infine, è necessario riceverla come corrispettivo di beni e servizi ceduti, oppure acquistarla da altri possessori in cambio di valuta avente corso legale. Si sono sviluppate infatti apposite piattaforme on-line, che consentono lo scambio di Bitcoin con altre valute tradizionali, sulla base di un tasso di cambio.

Si è posto in quest’ultimo caso il problema dell’IVA, poiché essa è dovuta nel caso in cui l’acquisto o la vendita di Bitcoin, siano considerati transazioni non aventi ad oggetto “divise banconote e monete con valore liberatorio” mentre – ed è questa la tesi accolta dall’amministrazione finanziaria in una recente risoluzione – non è dovuta se il Bitcoin è assimilato a una vera valuta.

Valentino Amendola

Per il fisco italiano i paradisi fiscali non esistono più.

È ufficiale: per il fisco italiano i paradisi fiscali non esistono più, si può commerciare liberamente con qualsiasi società offshore e perfino scaricarsi le spese e i pagamenti effettuati dalla dichiarazione dei redditi senza giustificazioni. La rivoluzione copernicana che ha drasticamente cambiato verso ai vecchi e superati metodi per mettere almeno un freno all’evasione, alle frodi e alle fughe di capitali, è contenuta in un comma della legge di Stabilità 2016. Sfuggito all’occhio dei più, una circolare dell’Agenzia delle Entrate gli ha dato in questi giorni piena attuazione.

Dal periodo d’imposta 2016 non sarà più necessario indicare separatamente in dichiarazione i costi considerati fino all’anno scorso in “black list”. Di più: saranno deducibili dall’imponibile secondo le regole ordinarie, come tutti gli altri. Di colpo tutto diventa più vecchio e privo di valore, a cominciare 500-euro-tavoloproprio dalla lista dei paesi a fiscalità “privilegiata” contenuta in un decreto ministeriale del 23 gennaio 2002 e costantemente aggiornata fino all’anno scorso in Gazzetta ufficiale. Serviva ad applicare una normativa che dal primo gennaio non è più in vigore.

Si dice che l’idea di far sparire la black list” dall’ordinamento fiscale sia venuta proprio al premier Mattero Renzi dopo l’imbarazzo provato durante una visita in Oman, la Svizzera d’Arabia. Il Paese arabo è inserito nell’elenco degli Stati considerati dall’Italia paradisi fiscali e pare che nel sultanato, uno dei più grandi paesi investitori del mondo, l’abbiano presa come un affronto personale.

Rottamarne solo uno? E gli amici degli Emirati? Allora via tutti. E così nel cervellone dell’anagrafe tributaria, in grado di incrociare milioni di dichiarazioni di redditi d’impresa, non si illuminerà più un led quando nel campo della sede di una società comparirà “Bahamas” o “Panama” . La residenza nelle Isole Vergini britanniche o nelle Tremiti farà scattare le medesime, remote, probabilità di una procedura di controllo e le operazioni finanziarie per scambiare parcelle e fatture con una società che risiede nelle Cayman finiranno anonimamente nel calderone del bilancio, come il pagamento di un qualsiasi fornitore brianzolo.

Il ministero dell’Economia osserva che l’obiettivo dei provvedimenti è favorire l’attività economica e commerciale transfrontaliera delle nostre imprese. Fino al 2014 tutte le spese erano considerate indeducibili, a meno che il contribuente non dimostrasse che le imprese offshore fornitrici svolgevano una prevalente attività commerciale e che le operazioni effettuate rispondevano a un effettivo interesse economico. Nell’intenzione del legislatore si sarebbero salvaguardate le imprese che commerciano bambino-con-soldieffettivamente tra loro su grandi piazze di scambio a fiscalità agevolata come Hong Kong, Singapore o gli Emirati arabi. Mentre avrebbe reso difficile – o meno facile – le triangolazioni con società e soggetti “virtuali” domiciliati su uno scoglio oceanico. I vincoli di legge sono stati attenuati già nel 2015, fino a scomparire nella circolare 39/E/2016 dell’Agenzia delle Entrate.

La battuta d’arresto della normativa italiana sul contrasto ai paradisi fiscali arriva proprio quando esplode alle Bahamas il nuovo filone dell’inchiesta giornalistica internazionale che ha già portato allo scoperto i nomi nascosti dietro centinaia di conti correnti e società offshore, gestiti dallo studio Mossack Fonseca di Panama e pubblicati in Italia dal settimanale L’Espresso. Banchieri, industriali, nobili e finanzieri e tanti professionisti, avvocati, commercialisti: sono 417 i file riconducibili agli italiani scoperti nel database di Bahamas Leaks dall’International Consortium of Investigative Journalists, Icij). Questa seconda, gigantesca fuga di notizie dopo i “Panama papers” riguarda i dossier di 175 mila società archiviate nel Registrar General Department, di Nassau. Il lavoro dei giornalisti ha portato alla luce solo una piccola parte dei capitali e delle imposte sottratte al fisco nelle decine di paradisi fiscali che, nonostante per l’Italia siano precipitati nel limbo, sono utilizzati ancora a pieno ritmo per far sparire o riciclare con facilità patrimoni dalla provenienza inconfessabile. Basta davvero un clic.

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Eredità e successione come proteggersi dall’erosione fiscale.

Da diversi anni si è acceso in tutta Europa il dibattito sull’inasprimento dell’imposta di donazione e successione, basti pensare all’ultima campagna elettorale laburista nel Regno Unito, alla recente proposta dal governo Hollande in Francia e dei tentativi, del governo Letta prima e Renzi poi, in Italia.

Nel suo acclamatissimo best-seller internazionale “Il capitale nel XXI secolo” l’economista francese Thomas Piketty, uno dei più autorevoli studiosi europei della concentrazione e distribuzione della ricchezza negli ultimi 250 anni, sostiene che le imposte sull’eredità torneranno ad avere un ruolo preminente nel 21º secolo, paragonabile a quello che ha avuto nel passato.

Questo consentirebbe secondo l’esperto francese, un abbattimento delle imposte sui redditi determinante per meglio redistribuire la ricchezza e favorire lo sviluppo economico.

Death of Madame de Sainte Colombe 2In Europa, in effetti, ad eccezione dei paesi privi di imposta come l’Austria, la Norvegia e la Svezia, nella maggioranza dei casi i patrimoni nella fase di trasferimento, subiscono dei considerevoli pagamenti di imposte.

In Francia le aliquote variano in base al valore dell’eredità e oscillano dal 5 al 45% per i parenti in linea retta: ad esempio un figlio, per beni del valore compreso tra 15.000 e 550.000 euro, paga il 20% oltre la franchigia di 100.000 euro.

In Germania, sempre in base al valore dei beni ereditati, le aliquote variano dal 7 al 30% per parenti stretti, dal 15 al 43% per parenti di secondo grado e dal 30 al 50% per altri soggetti.

Nel Regno Unito l’aliquota sulle successioni e del 40%, mentre in Spagna ed in Belgio le aliquote possono raggiungere in alcuni casi anche l’80%.

Insomma in Europa sono normalmente previste imposte a doppia cifra, che crescono proporzionalmente all’aumentare delle consistenze patrimoniali e dalla distanza del rapporto di parentela o affinità.

Spostando l’analisi al nostro paese, appaiono evidenti contrasti che hanno contraddistinto la travagliata storia dell’imposta negli ultimi decenni: riformata nel 1990, è stata ridotta nel 2000 dal governo Amato, abolita nel 2001 dal governo Berlusconi e reintrodotta nel 2006 dal governo Prodi, a livelli comunque inferiori ai precedenti.

Attualmente in Italia l’imposta di successione si basa su quattro aliquote e due soglie di esenzione, che variano a seconda del grado di parentela: il coniuge e i parenti in linea retta pagano il 4% sul valore dell’eredità, con una franchigia di 1 milione di euro, mentre per i fratelli e le sorelle, l’aliquota sale al 6% e la franchigia si abbatte a 100.000 euro. I parenti più lontani e gli estranei pagano rispettivamente il 6% e l’8%, senza beneficiare di alcuna soglia di esenzione.

Dopo le pressioni europee e le discussioni degli ultimi anni, è stata infatti presentata nel corso del 2015 alla camera dei deputati, una proposta di legge di revisione dell’imposta di donazione e successione. Le modifiche del testo prevedono un innalzamento dell’imposta al 7% / 21% per i parenti in linea retta, all’8% / 24% per gli altri congiunti, mentre si parla di un 15% / 45% per tutti gli eredi estranei. La proposta prevede l’applicazione delle aliquote più basse per i patrimoni inferiori ai 5 milioni e quelle più alte per i patrimoni superiori.

vecchietta a new yorkAnche la franchigia, ovvero l’importo sotto il quale non è prevista imposta, dovrebbe cambiare scendendo dall’attuale milione per coniuge e parenti in linea retta, a 500.000 euro. La riforma dovrebbe anche eliminare l’esenzione oggi prevista a favore dei titoli di Stato: siamo infatti l’unico paese in Europa a prevederla.

Le famiglie residenti in Italia, che intendono anticipare gli effetti della paventata riforma e sfruttare l’attuale più favorevole regime fiscale, devono pianificare con i loro professionisti di fiducia le strategie più utili, in funzione della tipologia di beni posseduti.

Per gli asset immobiliari si può immaginare una donazione mediante atto pubblico della nuda proprietà dei singoli immobili a singoli eredi, con riserva di usufrutto: ad esempio nel caso di un genitore di 60 anni, che destina la nuda proprietà di un immobile al figlio, il vantaggio fiscale è rappresentato dall’abbattimento: è infatti rappresentato dal valore della piena proprietà al netto del valore dell’usufrutto, che a sessant’anni si aggira attorno al 50%.

In considerazione degli attuali valori catastali dunque, donando in nuda proprietà un immobile che ha un valore catastale di 2 milioni di euro, si avrebbe una base imponibile di un milione di euro, completamente assorbita dall’attuale franchigia. Ma è bene non aspettare troppo.

Infatti con l’approvazione della legge 23/2014 la riforma del catasto si è avviata ed entrerà gradualmente in vigore nel biennio 2018/19, producendo l’aumento delle imposte ipocatastali in fase di successione e/o donazione.

Le strategie che possono essere perseguite per il trasferimento delle quote societarie sono svariate. A titolo di esempio si possono prevedere atti di donazione della nuda proprietà delle quote societarie, con effetti simili a quelli già illustrati per gli immobili o la donazione di piena proprietà delle quote societarie, (di maggioranza per le società di capitali), ai discendenti che, se mantenuta per almeno cinque anni, consentono la totale esenzione di imposta.

Anche per la parte più liquida dei patrimoni, è possibile individuare modalità di trasferimento esenti. I titoli di Stato, agevolati solo in Italia nei passaggi generazionali, pur avendo perso dal 2006 l’esenzione dall’imposta di donazione, hanno mantenuto quella relativa all’imposta di successione.

I contratti di assicurazione sulla vita infine, dal 1973, consentono di trasferire i patrimoni liquidi in completa esenzione a favore dei beneficiari caso morte designati nel contratto.

Come recita l’antico proverbio latino “Tempus edax rerum”, il tempo divora ogni cosa.

Alessandro Gallo

Camere di Commercio buco nero da 1,68 miliardi.

Tra spese e personale, se ne vanno oltre 700 milioni di euro. A pagare sono le imprese.

Lo scorso 28 agosto è entrata in vigore la legge 124/2015 che affida al governo il compito di riorganizzare le Camere di commercio in tutta Italia. Camera di commercioUn’operazione di autoriforma del sistema camerale italiano è inoltre già stata avviata dalla stessa Unioncamere tramite piani di accorpamento definiti in ambito regionale, con l’obiettivo di arrivare dalle attuali 105 Camere di commercio presenti in Italia a non più di 50/60, ognuna delle quali con un bacino di almeno 75.000/80.000 imprese.

Ma quanto costa l’intero sistema camerale che l’esecutivo Renzi intende razionalizzare? Lo svela la ricerca Istat pubblicata nel maggio scorso che riunisce i dati di bilancio 2013 di tutti gli enti camerali. Si scopre così che al sistema imprese il pagamento del diritto annuale è costato nel complesso quasi 1,2 miliardi di euro. Per quanto riguarda le spese dell’intero apparato, queste si attestano su 1,68 miliardi di euro, con 381 milioni per il personale e 385 milioni per il funzionamento di tutti gli uffici e di tutti i servizi.

Fonte truenumbers.it

L’arabesco fiscale italiano.

Diceva Ennio Flaiano che in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco e il sistema fiscale conferma spesso questa affermazione. Prendiamo lo “scambio di corrispondenza” previsto tra le regole dell’imposta di registro. Come è noto, questa imposta è dovuta per atti, per esempio le compravendite di immobili, che scherzo 3devono essere necessariamente registrati e non è prevista quando il documento è privo di esigenze di ufficialità. In alcuni casi – per esempio cessioni di credito, garanzie, altri atti con prestazioni patrimoniali – l’imposta pur essendo prevista può essere di fatto evitata se l’atto è perfezionato mediante “scambio di corrispondenza”.

In un mondo che ha relegato la “corrispondenza” cartacea a una pratica desueta, è evidente che questo scambio oggi si presenta come un espediente tecnico, ordinariamente accettato, per evitare l’imposta. Per essere precisi, lo scambio di corrispondenza non esclude l’imposta, ma la rende dovuta solo “in caso d’uso” dell’atto soggetto a registrazione. Anche per questa definizione “l’arabesco” è evidente, dato che il caso d’uso si verifica solo per il deposito in una cancelleria giudiziaria, (ma solo per le attività amministrative, non come prova nei processi), oppure per il deposito volontario presso una pubblica amministrazione, (non è caso d’uso il deposito su richiesta dell’autorità o obbligatorio per legge), vale a dire quasi mai.

Forse le normali attività economiche avrebbero un certo giovamento, da un taglio delle imposte con troppe regole applicative. Prendiamo il caso dei mutui. Nel caso sia prevista la garanzia sull’immobile, occorre preoccuparsi oltre che dell’imposta di registro, anche di quella ipotecaria o in alternativa verificare se è possibile ottenere l’applicazione dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti da parte della banca.

Costi a parte, una bella serie di complicazioni. Sapete quante dello stesso tipo sono condivise da un cittadino tedesco che compra casa in Germania e si fa finanziare dalla sua banca di casa? Nemmeno una.

Valentino Amendola

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