Occhio alla flat tax: la lezione della Slovacchia.

Nella legge di stabilità 2017 il governo di centrosinistra ha lanciato una nuova flat tax per i neo residenti. La flat tax ammonta a 100mila euro a prescindere dal reddito da tassare e se andrà al potere alle prossime elezioni, la Lega di Matteo Salvini ha intenzione di sostituire l’esistente sistema fiscale con un’aliquota unica al 15% (Silvio Berlusconi si è fermato al 23%).

L’idea della flat tax è stata portata all’attenzione mediatica nel 1981 in un articolo del Wall Street Journal da Robert Hall e Alvin Rabushka, due economisti dell’Hoover Institution alla Stanford University. Questi due economisti avevano proposto un’aliquota unica al 19% valida per imprese e contribuenti negli Stati Uniti d’America. Il sistema di tassazione proposto da Hall e Rabushka si è diffuso a macchia d’olio nell’Est Europa negli anni successivi alla caduta dell’Unione Sovietica.

I paesi dell’ex blocco sovietico e dell’Est Europa rapidamente adottarono le logiche del libero mercato. Intorno a metà degli anni Novanta, questi Paesi hanno portato avanti politiche di rottura con il passato introducendo soluzioni innovative come la flat tax e i fondi pensione privati. Lo scopo principale di questa nuova aliquota unica era quello di attrarre investimenti esteri per riavviare le loro economie in seguito alla caduta del Muro di Berlino. Nell’arena di una competizione diretta, i governi avevano deciso di offrire la più bassa aliquota possibile per far gola agli investitori stranieri.

Nel 1994 l’Estonia è stato il primo Paese in Europa ad introdurre l’aliquota unica al 26%. La Lettonia e Lituania hanno seguito ben presto le sue orme, dopo qualche anno nel 2001 anche la Russia ha optato per la flat tax sul reddito personale.

Tre anni dopo, la Slovacchia ha sostituito una tassazione progressiva con un’aliquota unica al 19%.

Meno tasse, meno gettito fiscale e più deficit
Secondo Hall e Rabushka l’abbassamento delle tasse genererebbe un aumento del gettito fiscale mediante il cosiddetto “effetto Laffer”. La curva di Laffer mette in relazione l’aliquota di imposta con le entrate fiscali. Tale curva è stata impiegata da Arthur Laffer, un’economista dell’University of Southern California per convincere l’allora candidato repubblicano alle elezioni presidenziali del 1980, Ronald Reagan, a diminuire le imposte dirette. A livello teorico, la flat tax contribuirebbe a ridurre l’evasione fiscale tuttavia l’evidenza economica suggerisce che l’impatto dell’aliquota unica sulle casse pubbliche possa essere rilevante e talvolta abbastanza dispendioso nel breve termine.
Anche se molti paesi dell’ex Urss hanno visto una sorta di boom economico negli anni successivi all’introduzione dell’aliquota unica, per alcune nazioni come la Slovacchia e la Russia la flat tax potrebbe non essere la causa diretta di tale crescita.

L’economia russa ha registrato una crescita media annua del 6.6% tra il 2001 e il 2008 e allo stesso tempo le entrate del governo sono incrementate dal 27.1 % al 33.7% di PIL. La maggior parte della crescita del Paese va comunque attribuita al boom del settore energetico piuttosto che agli effetti di una flat tax al 13%.

Negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008-2009, l’economia russa ha fatto fatica a tirarsi fuori dalla recessione ma è riuscita a stento a far rientrare le entrate del governo ai valori degli inizi del 2000.

La Russia non è comunque un caso isolato di flop causato dalla flat tax in quanto anche altri Paesi dell’Est ce l’hanno messa tutta per raccogliere i frutti dell’imposta unica ma l’esito non è stato affatto positivo. Nella maggior parte dei casi, infatti, le entrate tributarie rimasero grosso modo stazionarie e degli spettacolari incrementi non s’intravedeva nemmeno l’ombra. E non finisce qui.

Malgrado il flebile tasso di crescita economica mostrato nel corso degli anni, la maggior parte degli ex Paesi Sovietici che avevano introdotto l’imposta unica hanno accumulato un deficit ingente.

Sebbene in molti paesi dell’Est i deficit fiscali e il rapporto debito/PIL siano incrementati notevolmente sin dall’introduzione della flat tax, un sistema di welfare più snello raggiunto mediante la privatizzazione del sistema pensionistico, ha contribuito a contenere gli squilibri finanziari.

Incompatibilità tra euro ed aliquota unica
La Slovacchia è l’unico paese dell’ex blocco sovietico ad aver introdotto la flat tax e ad aver adottato al contempo l’euro. Nonostante il Fondo monetario internazionale avesse messo in guardia il governo slovacco suggerendo una introduzione graduale della flat tax nell’arco di tre anni, la Slovacchia è partita a tutto gas nel 2004 con un’aliquota unica al 19% per reddito ed imprese.

A distanza di quattro anni dall’introduzione dell’euro e a nove anni dell’entrata in vigore della flat tax, il nuovo governo di centrosinistra ha fatto un’inversione ad U, reintroducendo le aliquote fiscali progressive come parte dell’austerity tornata in auge. Tale decisione ha favorito l’incremento del gettito fiscale dal 34% del PIL nel 2012 al 40% nel 2015. Non sono mancati i segnali di ripresa anche da tutti gli altri indicatori economici.

L’inversione ad U della Slovacchia non fa altro che testimoniare i rischi dell’introduzione di un’aliquota unica all’interno dell’eurozona.

Uno dei problemi principali sarebbe proprio quello di far quadrare i bilanci. Il Fiscal Compact impone ai governi di mantenere in pareggio o avanzo la posizione di bilancio della pubblica amministrazione e al tempo stesso di ridurre il rapporto debito/PIL. Storicamente i paesi che hanno introdotto la flat tax hanno registrato un notevole incremento del deficit per lo meno a breve termine. Tra l’altro è molto improbabile che la Commissione Europea possa accettare l’attuazione della flat tax in Italia, un Paese che già porta con sé il fardello pesante del rapporto debito/PIL.

La crisi in atto, dunque, non potrà di certo beneficiarne dall’appiattimento fiscale tanto acclamato e sperato da chi non ha lungimiranza storica ed economica.

Stefano Fugazzi

Fonte Il Sole24Ore

30 maggio giorno di libertà fiscale in Slovacchia.

Il giorno di libertà fiscale” sarà il 30 maggio quest’anno in Slovacchia, secondo Deloitte, una società di consulenza.

Gli slovacchi lavoreranno 151 giorni per pagare tutte le loro tasse e imposte, rispetto ai 149 giorni dell’anno scorso. In Repubblica Ceca saranno 174 giorni, un giorno in più rispetto al 2017 e il più alto di tutti i tempi. Un francese dovrà lavorare 208 giorni per pagare le proprie tasse, e i rumeni 124 giorni.


Il cosiddetto “Tax Freedom Day” secondo Deloitte:

POLONIA Maggio27
SLOVACCHIA Maggio30
REPUBBLICA CECA Giugno23
UNGHERIA Luglio 1 

Fonte camit.sk

Crescita e sviluppo: il “modello Slovacchia”.

Alla vigilia del venticinquesimo anniversario dell’indipendenza, Bratislava può tracciare un bilancio più che positivo. Da un lato gli ottimi fondamentali economici, con una crescita del 3,3% nell’anno appena concluso e deficit e debito sotto controllo. Dall’altro, solidità e stabilità politica. E – a differenza degli altri “fratelli” di Visegrád – un ottimo rapporto con l’Unione europea

Quando il primo gennaio 1993 la Slovacchia divenne indipendente, con il “divorzio di velluto” dalla Repubblica Ceca che segnò la fine dello Stato unitario binazionale, molti le pronosticavano un futuro piú o meno da Mezzogiorno, o da parente povero, dell´ex Cecoslovacchia. Invece adesso il piccolo paese con capitale Bratislava si prepara a festeggiare questo primo gennaio 2018 i suoi primi 25 anni da Stato sovrano con un bilancio di crescita e stabilità economica che pochi altri paesi possono vantare nell´Unione europea di cui fa parte. E al tempo stesso, nel gruppo di Viségrad (di cui fa parte insieme a Polonia Cechia e Ungheria) è il paese che ha la posizione meno dura, e il minor numero di contrasti, con la UE. Anche perché non si riscontrano a Bratislava fenomeni come occupazione delle istituzioni e dei media pubblici da parte delle maggioranze elette, né riforme della Giustizia che – vedi soprattutto il caso polacco – secondo Bruxelles hanno di fatto abrogato l´indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo, minando fondamenta dello Stato di diritto. Anche le formazioni di estrema destra, pur presenti, sono ben piú deboli che a Varsavia, Budapest o Praga.
Alta industrializzazione, consumo privato forte e in crescita, dunque un solido e ben promettente mercato interno, politiche fiscali che da anni attirano i grandi investitori internazionali: la piccola Slovacchia ospita catene di montaggio di tanti big globali del settore automobilistico da essere il paese europeo con la piú alta produzione pro capite di auto. A marchi come molti del gruppo Volkswagen, i produttori francesi o Kia, si affiancheranno nel 2018 due brand premium: Jaguar e Land Rover, visto che in reazione alla Brexit i proprietari indiani hanno ben pensato di cominciare a delocalizzare dal Regno Unito la fabbricazione di vetture di lusso da quelle berline sportive a quei prestigiosi Suv e fuoristrada ad alte prestazioni.
È una storia di successo di cui si parla poco, eppure vale la pena di studiarla: certo dà soddisfazione alla leadership e alle élites al potere a Bratislava, mentre si approssimano le celebrazioni del primo quarto di secolo o prima generazione dell´indipendenza. Un successo condiviso con i “cugini” cechi, su questo tema è tornato il lato positivo del passato comune, quando (prima dell´invasione-spartizione nazista del 1938 e poi della comunistizzazione imposta nel dopoguerra dall´Unione sovietica) la Cecoslovacchia degli anni Trenta era per percentuale di industrializzazione e di eccellenze tecnologiche attorno al sesto posto nel mondo.
La scelta di passare dall´economia pianificata al mercato fu adottata subito, ma subí un colpo di rallentamento negli anni dal 1994 al 1998, quando fu al potere il premier nazionalpopulista Vladimir Meciar. Il quale fu poi accusato di aver ceduto aziende a oligarchi suoi amici, oltre che di tendenze autocratiche. Ma successivamente, i governi liberalconservatori presieduti da Mikulas Dzurinda (1998-2006), poi le coalizioni venute dopo al governo, inclusa quelle guidate dall´attuale premier socialista Robert Fico, hanno introdotto radicali riforme strutturali.
Come in Polonia, all´inizio costarono un´impennata della disoccupazione, che però adesso è in costante calo: dal 9,3 per cento del 2016 alla stima del 6,6 per l´anno che sta per iniziare. Solidi i dati dei conti sovrani: il disavanzo è in calo, dall´1,6 per cento del prodotto interno lordo (PIL) a una stima dell´1 per cento netto l´anno prossimo. Il debito pubblico in rapporto al PIL è ampiamente sotto controllo e in calo: dal 50,6 per cento dell´anno che sta finendo al 49,9 prognosi 2018 al 47,2 previsione 2019. Lo dicono dati dell´Unione europea, secondo i quali la crescita è stata costante e robusta, con un picco del 10,7 per cento nel 2007, un unico calo (del 5,3 per cento) nel 2009 sull´onda della crisi internazionale, e forti dati e prognosi attuali: piú 3,3 per cento nel 2016 e nel 2017, probabile piú 3,8 nel 2018. I principali investimenti stranieri, forte motore di sviluppo, vengono da Germania, Austria, Francia, Corea del Sud, Italia, Stati Uniti. In conclusione, un piccolo miracolo inaspettato nel paese la cui capitale è ad appena una quarantina di chilometri da Vienna e che ai tempi degli Asburgo era terra di gite gastronomiche ed enoiche dei prosperi sudditi del centro dell´Impero.

Andrea Tarquini

Fonte Repubblica.it

Un bilancio del 2017.

I dati economici sono tuttora rassicuranti. Le cifre più recenti rivelano che il Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’Eurozona nel terzo trimestre è incrementato del 2,5% annuo su anno, un tasso di crescita superiore a quello degli Stati Uniti, (2,3%) e della Gran Bretagna (1,6%).

All’interno dell’Eurozona, la Germania ha registrato una crescita particolarmente forte, 2,3% anno su anno, grazie al commercio estero netto e agli investimenti, mentre la crescita economica in Italia, benché inferiore, ha raggiunto il livello più alto da sette anni.

Le economie dell’Europa dell’Est sono ancora più dinamiche. Gli ultimi dati sulla Bulgaria, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Polonia, la Romania e la Slovacchia, mostrano un’accelerazione della crescita economica nell’intera regione dal 4,6% anno su anno nel secondo trimestre, al 5,3% anno su anno del terzo, al di sopra delle aspettative. La Romania con un tasso di crescita dell’8,6% anno su anno, è una delle economie più dinamiche del mondo.

Negli Stati Uniti nel terzo trimestre la crescita economica annualizzata ha raggiunto il 3% trimestre su trimestre, (2,3% anno su anno), per un secondo trimestre consecutivo. Il modello di previsione del PIL della Federal Reserve (Fed), per il quarto trimestre addirittura prevede un’accelerazione della crescita al 3,2% trimestre su trimestre. A breve termine appare probabile che l’economia verrà sostenuta dalle spese al consumo nel periodo delle feste e a lungo termine dai tagli alle imposte previsti dalla riforma fiscale già in fase di attuazione.

L’economia giapponese è cresciuta dell’1,4% annualizzato nel terzo trimestre, il settimo trimestre d’espansione consecutivo, il che rappresenta il periodo espansivo più lungo da un decennio. Tuttavia il PIL in Giappone è molto volatile.

Luigi Sottile

Bratislava sfida Milano per ospitare l’Agenzia del farmaco.

Bratislava sottolinea la necessità di riequilibrare la presenza delle agenzie europee.

Dicono di poter rispondere a tutti i criteri dettati dal Consiglio europeo per il trasferimento dell’Ema. Compreso il sesto punto, quello geografico, stabilito per assicurare una equa distribuzione delle Agenzie europee nei Paesi membri. Su questo requisito che si aggiunge ai cinque tecnici, anche nella precedente fase di negoziazione del percorso tracciato, Bratislava ha puntato molto. E continua non a caso a farlo. Ricordando con molta enfasi nelle premesse del proprio dossier di candidatura, come «la Slovacchia sia uno dei pochi membri che non ospita un quartier generale » di un’Autorità Ue. Una vittoria, «sarebbe vista come atto di fiducia verso un nuovo membro », e porterebbe a «una maggiore coesione nell’Unione». La politica prima di tutto, quindi. E non solo. Hanno coniato anche uno slogan: «Slovacchia, buona idea». E declinato la propria offerta, tra pagine ornate di fiori e foto, in 52 pagine: lo stesso numero esatto del documento presentato dall’Italia. Ma quella tra Milano e Bratislava sarà anche un’altra sfida. Tra il Pirellone e il Westend Plazza, l’edificio scelto come sede da offrire all’Agenzia del farmaco. Che cos’è? Nel dossier viene spiegato che, a caccia di opportunità logistiche, la scelta finale è caduta su una parte a Nord Ovest della città chiamata Patrónka: una nuova area di uffici non proprio centralissima, ma — è l’assicurazione — una delle più collegate della capitale, «a pochi minuti d’auto» dall’autostrada per l’aeroporto di Bratislava e quello di Vienna. Un quartiere business di recente costruzione che ospita anche altre multinazionali (dalla Siemens a Generali fino all’Ibm), ma anche l’Accademia di Scienze del Paese, un ospedale e uno shopping center. È proprio sulla possibilità di creare legami con il campus scientifico e altre strutture di ricerca, che Bratislava punta. Oltre che su «un’economia con una delle crescite più veloci dell’Europa», su «10.700 posti di lavoro» che si prospetterebbero in un futuro prossimo, su un mercato immobiliare in piena attività e un costo della vita sicuramente più economico di quello di Londra. Su altri numeri a cominciare da quelli delle università o di camere di hotel, non c’è sfida. Su quest’ultimo fronte, per dire, Milano con 69mila letti batte i 12.800 di Bratislava. Tanto che, come per gli aeroporti, la città include nel pacchetto anche la vicinanza — 60 chilometri — con Vienna.

Fonte Repubblica.it

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