I robot attaccano la Slovacchia.

La Slovacchia – seguita da Lituania, Grecia e Turchia – è il Paese dell’area Ocse dove il maggior numero di lavoratori rischia in futuro di perdere il proprio impiego a causa delle nuove tecnologie dell’automazione.

Lo segnala il portale specializzato ‘Business New Europe‘ (Bne), riportando le conclusioni di un working paper Ocse pubblicato a marzo.

Lo studio Ocse ha analizzato come le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale impatteranno sul mercato del lavoro in 32 Paesi Ocse.

Secondo lo studio, riporta Bne, il 33% dei lavori in Slovacchia è “altamente automatizzabile” contro il 6% in Norvegia e il 14% in media nei Paesi Ocse presi in considerazione. Tra i 32 Paesi analizzati, il 48% (mediana) dei posti di lavoro ha una possibilità di essere in parte o del tutto ‘automatizzato’, una percentuale che sale al 62% in Slovacchia, paese con una grande industria automobilistica.

Percentuali simili a quelle slovacche sono state registrate anche in Lituania, Grecia e Turchia, con rischio relativamente alto segnalato anche in Slovenia e Polonia per quanto riguarda l’Europa centro-orientale, ha scritto Bne.

Fonte ANSA Europe

Real Estate al top in Est Europa.

Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Slovacchia e non solo. Quelli che dagli addetti ai lavori vengono definiti Cee Countries, riunendo i Paesi dell’Europa centrale e dell’Est Europa, sono oggi nel mirino degli investitori internazionali, non più in cerca del capital gain mordi e fuggi, ma della costruzione di portafogli a reddito, stabili e di lungo periodo. I deal in questi mercati non si fermano e la corsa all’oro riguarda tutti i comparti, cominciando dagli uffici e passando dal retail e la logistica, senza tralasciare il residenziale. Tanto che, per riassumere il trend in atto, Jones Lang LaSalle lo definisce un passaggio “da fenomeni a fondamentali”.

Il quadro economico
Qualche dato aiuta a inquadrare quelli che fino a poco tempo fa venivano considerati come i cugini poveri dell’Europa e che oggi invece si possono permettere di guardare al futuro con meno preoccupazioni dei Paesi dell’Europa occidentale. Il prodotto interno lordo medio è cresciuto del 4% nel 2017: l’aumento più accentuato a livello Europeo. Secondo il Fondo monetario internazionale tra il 2017 e il 2022 vedranno ancora la crescita più elevata di tutta Europa, con una previsione del 3% medio annuo, contro l’1,9% dell’Europa meridionale e l’1,8% dell’Europa continentale. Gli investimenti nel real estate dei Cee sono aumentati del 10% nella sola metà del 2017 (e la crescita continua). E’ salita a 22 milioni di metri quadrati la superficie di spazi a uso uffici con caratteristiche “moderne” e l’aumento continua al ritmo di circa un milione di metri quadrati all’anno. «Gli standard di vita nell’Europa centrale e dell’Est continueranno a convergere verso quelli delle economie consolidate e per il 2025 Paesi come la Polonia e la Repubblica Ceca avranno gli stessi, o maggiori, Pil pro-capite della media dei 27 Paesi europei», spiega Per Hammarlund, Chief emerging market strategist di Seb Bank. Insomma, il quadro è quello non solo di un’ulteriore crescita, ma di una crescita sostenibile nel lungo periodo, grazie a tre fattori principali: l’elevata qualità del capitale umano, bassi costi del lavoro, apertura al commercio e agli investimenti. Che, riassunto, significa ultra-competitività, secondo Jll.

Sono anche sicuri?
Le condizioni per fare business, misurate dalla World Bank, sono migliorate velocemente e si spostano sui livelli dei Paesi dell’Europa occidentale. Un esempio è la Romania, che nel 2007 si piazzava dopo la Cina, l’India e il Sudafrica per percezione della corruzione e oggi è invece davanti alla Grecia e all’Italia.

Uffici in pole position
Il settore degli spazi a uso ufficio è il preferito per gli investimenti, pur se tallonato dagli altri comparti. Negli ultimi cinque anni gli investimenti sono sempre aumentati e i 5,6 miliardi di euro del primo semestre 2017 rappresentano un incremento del 10% su base annuale. Ma chi vi investe? Soprattutto stranieri, cominciando dalle realtà del Sudafrica, di Singapore e del Nord America. I capitali si dirigono verso gli uffici della Repubblica Ceca, che rappresenta la piazza più importante con una quota del 39%, della Polonia (29%), dell’Ungheria (13%), della Romania (9%) e della Slovacchia (3%).

Il residenziale brilla
Sono dei giorni scorsi i dati di Eurostat che mostrano un aumento medio annuo dei prezzi delle case, al terzo trimestre 2017, pari al 4,1% nell’area Euro e al 4,6% nella Ue. Dati che impallidiscono di fronte al +12,3% della Repubblica Ceca, all’oltre 10% dell’Ungheria, il 9% della Bulgaria, l’8% della Slovenia, il 7% della Slovacchia, l’oltre 6% della Romania (l’Italia, nello stesso periodo e secondo la stessa fonte, ha registrato il -0,5%).

In miglioramento anche i mercati immobiliari per investimento di Slovenia, Serbia, Bosnia Herzegovina, seppur con le dovute proporzioni. Nell’ultima settimana, la locale Delta real estate (con base a Belgrado) ha annunciato la costruzione di uno shopping mall da 200 milioni di investimento a Belgrado e di un complesso misto da 110 milioni nella stessa città, che includerà tra l’altro l’InterContinental Hotel Belgrade. Altri 35 milioni verranno destinati agli headquarter del gruppo, mentre in Bosnia Erzegovina si sta sviluppando uno shopping center da 70 milioni (62.500 mq di superficie) e uno da 120 milioni vedrà la luce in Bulgaria. Nel 2017 Delta ha inaugurato a Lubiana, il primo hotel a cinque stelle.

Evelina Marchesini

Fonte Il Sole24Ore

Operativo il collegamento ferroviario Slovacchia-Livorno.

È operativo da lunedì il nuovo collegamento ferroviario tra Trnava (Slovacchia) e Livorno per il trasporto di veicoli nuovi del gruppo Psa (Peugeot, Citroen e Opel), e che va ad aggiungersi a quello già esistente tra Bratislava e Padova, clicca QUI. Il servizio, che d’ora in poi verrà effettuato con frequenza di tre volte a settimana, porterà in dote a Livorno, e in particolare al terminal Sintermar, circa 2800 auto al mese.

Si tratta di una novità assoluta per il porto livornese, che non vedeva passare un treno di auto nuove dal 2004.

Il primo treno del servizio – spiega l’Autorità di Sistema livornese – è arrivato alla stazione Porto Nuovo (zona Sponda Est Darsena Toscana) e ha sbarcato circa 240 auto, che sono poi state smistate da Sintermar per l’inoltro via mare sia verso i mercati nazionali (Sicilia, Sardegna) sia verso quelli internazionali (in particolare la Spagna, con Valencia e Barcellona). Una percentuale delle auto, inoltre, verrà spedita via terra alle concessionarie della Penisola attraverso l’interporto Vespucci.

“Siamo soddisfatti – ha detto il direttore generale del terminal Sintermar, Federico Baudone – avere nuovamente un traffico auto su treno è un risultato importante ed è il frutto di una grande sinergia con l’Autorità di Sistema Portuale, che ha saputo rispondere in maniera tempestiva alle esigenze dell’operatore, permettendo un uso più efficiente delle infrastrutture ferroviarie esistenti e sviluppando l’intermodalità”.

Al nuovo collegamento se ne aggiungerà presto un altro per l’import di auto nuove verso l’Austria. Complessivamente, Sintermar punta a movimentare via treno oltre 25mila auto nuove all’anno, riducendo in tal modo la quota del trasporto su gomma da e per il porto.

Fonte Ansa Europe

Occhio alla flat tax: la lezione della Slovacchia.

Nella legge di stabilità 2017 il governo di centrosinistra ha lanciato una nuova flat tax per i neo residenti. La flat tax ammonta a 100mila euro a prescindere dal reddito da tassare e se andrà al potere alle prossime elezioni, la Lega di Matteo Salvini ha intenzione di sostituire l’esistente sistema fiscale con un’aliquota unica al 15% (Silvio Berlusconi si è fermato al 23%).

L’idea della flat tax è stata portata all’attenzione mediatica nel 1981 in un articolo del Wall Street Journal da Robert Hall e Alvin Rabushka, due economisti dell’Hoover Institution alla Stanford University. Questi due economisti avevano proposto un’aliquota unica al 19% valida per imprese e contribuenti negli Stati Uniti d’America. Il sistema di tassazione proposto da Hall e Rabushka si è diffuso a macchia d’olio nell’Est Europa negli anni successivi alla caduta dell’Unione Sovietica.

I paesi dell’ex blocco sovietico e dell’Est Europa rapidamente adottarono le logiche del libero mercato. Intorno a metà degli anni Novanta, questi Paesi hanno portato avanti politiche di rottura con il passato introducendo soluzioni innovative come la flat tax e i fondi pensione privati. Lo scopo principale di questa nuova aliquota unica era quello di attrarre investimenti esteri per riavviare le loro economie in seguito alla caduta del Muro di Berlino. Nell’arena di una competizione diretta, i governi avevano deciso di offrire la più bassa aliquota possibile per far gola agli investitori stranieri.

Nel 1994 l’Estonia è stato il primo Paese in Europa ad introdurre l’aliquota unica al 26%. La Lettonia e Lituania hanno seguito ben presto le sue orme, dopo qualche anno nel 2001 anche la Russia ha optato per la flat tax sul reddito personale.

Tre anni dopo, la Slovacchia ha sostituito una tassazione progressiva con un’aliquota unica al 19%.

Meno tasse, meno gettito fiscale e più deficit
Secondo Hall e Rabushka l’abbassamento delle tasse genererebbe un aumento del gettito fiscale mediante il cosiddetto “effetto Laffer”. La curva di Laffer mette in relazione l’aliquota di imposta con le entrate fiscali. Tale curva è stata impiegata da Arthur Laffer, un’economista dell’University of Southern California per convincere l’allora candidato repubblicano alle elezioni presidenziali del 1980, Ronald Reagan, a diminuire le imposte dirette. A livello teorico, la flat tax contribuirebbe a ridurre l’evasione fiscale tuttavia l’evidenza economica suggerisce che l’impatto dell’aliquota unica sulle casse pubbliche possa essere rilevante e talvolta abbastanza dispendioso nel breve termine.
Anche se molti paesi dell’ex Urss hanno visto una sorta di boom economico negli anni successivi all’introduzione dell’aliquota unica, per alcune nazioni come la Slovacchia e la Russia la flat tax potrebbe non essere la causa diretta di tale crescita.

L’economia russa ha registrato una crescita media annua del 6.6% tra il 2001 e il 2008 e allo stesso tempo le entrate del governo sono incrementate dal 27.1 % al 33.7% di PIL. La maggior parte della crescita del Paese va comunque attribuita al boom del settore energetico piuttosto che agli effetti di una flat tax al 13%.

Negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008-2009, l’economia russa ha fatto fatica a tirarsi fuori dalla recessione ma è riuscita a stento a far rientrare le entrate del governo ai valori degli inizi del 2000.

La Russia non è comunque un caso isolato di flop causato dalla flat tax in quanto anche altri Paesi dell’Est ce l’hanno messa tutta per raccogliere i frutti dell’imposta unica ma l’esito non è stato affatto positivo. Nella maggior parte dei casi, infatti, le entrate tributarie rimasero grosso modo stazionarie e degli spettacolari incrementi non s’intravedeva nemmeno l’ombra. E non finisce qui.

Malgrado il flebile tasso di crescita economica mostrato nel corso degli anni, la maggior parte degli ex Paesi Sovietici che avevano introdotto l’imposta unica hanno accumulato un deficit ingente.

Sebbene in molti paesi dell’Est i deficit fiscali e il rapporto debito/PIL siano incrementati notevolmente sin dall’introduzione della flat tax, un sistema di welfare più snello raggiunto mediante la privatizzazione del sistema pensionistico, ha contribuito a contenere gli squilibri finanziari.

Incompatibilità tra euro ed aliquota unica
La Slovacchia è l’unico paese dell’ex blocco sovietico ad aver introdotto la flat tax e ad aver adottato al contempo l’euro. Nonostante il Fondo monetario internazionale avesse messo in guardia il governo slovacco suggerendo una introduzione graduale della flat tax nell’arco di tre anni, la Slovacchia è partita a tutto gas nel 2004 con un’aliquota unica al 19% per reddito ed imprese.

A distanza di quattro anni dall’introduzione dell’euro e a nove anni dell’entrata in vigore della flat tax, il nuovo governo di centrosinistra ha fatto un’inversione ad U, reintroducendo le aliquote fiscali progressive come parte dell’austerity tornata in auge. Tale decisione ha favorito l’incremento del gettito fiscale dal 34% del PIL nel 2012 al 40% nel 2015. Non sono mancati i segnali di ripresa anche da tutti gli altri indicatori economici.

L’inversione ad U della Slovacchia non fa altro che testimoniare i rischi dell’introduzione di un’aliquota unica all’interno dell’eurozona.

Uno dei problemi principali sarebbe proprio quello di far quadrare i bilanci. Il Fiscal Compact impone ai governi di mantenere in pareggio o avanzo la posizione di bilancio della pubblica amministrazione e al tempo stesso di ridurre il rapporto debito/PIL. Storicamente i paesi che hanno introdotto la flat tax hanno registrato un notevole incremento del deficit per lo meno a breve termine. Tra l’altro è molto improbabile che la Commissione Europea possa accettare l’attuazione della flat tax in Italia, un Paese che già porta con sé il fardello pesante del rapporto debito/PIL.

La crisi in atto, dunque, non potrà di certo beneficiarne dall’appiattimento fiscale tanto acclamato e sperato da chi non ha lungimiranza storica ed economica.

Stefano Fugazzi

Fonte Il Sole24Ore

30 maggio giorno di libertà fiscale in Slovacchia.

Il giorno di libertà fiscale” sarà il 30 maggio quest’anno in Slovacchia, secondo Deloitte, una società di consulenza.

Gli slovacchi lavoreranno 151 giorni per pagare tutte le loro tasse e imposte, rispetto ai 149 giorni dell’anno scorso. In Repubblica Ceca saranno 174 giorni, un giorno in più rispetto al 2017 e il più alto di tutti i tempi. Un francese dovrà lavorare 208 giorni per pagare le proprie tasse, e i rumeni 124 giorni.


Il cosiddetto “Tax Freedom Day” secondo Deloitte:

POLONIA Maggio27
SLOVACCHIA Maggio30
REPUBBLICA CECA Giugno23
UNGHERIA Luglio 1 

Fonte camit.sk

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