L’onda degli irredentismi.

Non sono solo Catalogna e Scozia a inseguire il sogno di una patria su misura. In Europa sono decine i partiti, i movimenti e le associazioni irredentiste con lo stesso progetto. Esiste persino un partito transeuropeo che fa loro da ombrello. Si chiama Ale, Alleanza Libera Europea, e aderisce al gruppo dei Verdi nel Parlamento di Bruxelles. Dal 1984 hanno aderito ad Ale diversi separatismi nati e votati all’interno di Stati «ufficiali»: tutti movimenti dediti a reclamare il rispetto di una qualche «nazione» più o meno oppressa. È pensando a loro che il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha detto di non volere un’Europa divisa in 95 staterelli. Come potrebbe un’Europa così frammentata tenere testa ai colossi Usa, Cina, Russia, Brasile, India? A Juncker possono anche non piacere, ma gli «staterelli» sono lì, pronti a cavalcare l’onda giusta per loro nella storia.

Impossibile? Niente affatto.

L’ombrello europeo si allarga, ma «piccolo è bello». Dal crollo dell’Urss, il numero degli Stati europei è quasi raddoppiato e gli Stati aderenti al progetto europeo sono passati da 12 a 28, con altri 7 in lista d’attesa. Sembrano due fenomeni opposti, ma non lo sono: la corsa alla frammentazione dei vecchi si nutre grazie alla possibilità di sentirsi difesi dall’Unione più grande. Il grande confine europeo che dovrebbe garantire mercati e stabilità finanziaria, autorizza progetti in stile «piccolo è bello». Ma tra Stato e nazione il passo è lungo. Lo Stato è il compromesso pragmatico di scelte politiche, vittorie o sconfitte militari, geografia e convenienze economiche. La nazione è un gruppo umano con una cultura specifica che a volte può vantare anche una lingua propria e un’etnia che lo distingue dagli altri.

Le sanguinose linee identitarie e religiose.

Dopo l’ubriacatura nazista, parlare di razza è diventato imbarazzante per cui sono pochi i separatisti europei che, pur riferendosi all’etnia, ne fanno il loro cavallo di battaglia. In genere insistono sul tasto vago, ma politicamente corretto, della cultura. Un esempio: tra le cause scatenanti della prima Guerra Mondiale c’era il sogno di creare una casa per gli Slavi del Sud. Gavrilo Princip sparò all’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo proprio per liberare i fratelli slavi dall’Impero Asburgico e l’essere slavo era per lui un concetto soprattutto etnico. Settanta anni dopo, la Jugoslavia non è bastata più e gli eredi di Gavrilo Princip si sono sanguinosamente divisi non più per etnia, ma lungo altre linee «identitarie» come cultura e religione. Cattolici, ortodossi e musulmani si sono separati in sloveni, croati, serbi, montenegrini, macedoni e kosovari.

La distanza fra Stato e Nazione.

È un fatto che Stato e nazione non sempre coincidano nella testa delle persone. Solo un catalano su due si sente spagnolo e più o meno la stessa percentuale di scozzesi si pensa britannica. È altrettanto vero, però, che disegnare una patria su misura è molto difficile. Se ad esempio la Catalogna dovesse ottenere l’indipendenza dalla Spagna si troverebbe a dover affrontare il secessionismo della Tabarnia, uno spazio geografico (delimitato dalle simpatie politiche) tra Tarragona e Barcellona dove i voti «spagnolisti» sono grande maggioranza. In Tabarnia la maggior parte delle persone non si riconosce come catalana, ma come spagnola. Naturalmente poi ci potrebbero essere dei quartieri di Tabarnia che, sentendo un’identità catalana, potrebbero chiedere di scindersi dagli spagnolisti che li circondano. E via spezzettando. A furia di disegnare confini di Stati-nazione sempre più omogenei le cartine geografiche sarebbero fatte di coriandoli.

Lo spezzatino degli irredentismi.

I nazionalismi indipendentistici più strutturati sono in Spagna (catalani e baschi), Belgio (fiamminghi e valloni), Gran Bretagna (scozzesi e irlandesi), Francia (corsi e bretoni), Germania (bavaresi), Italia (lombardi, veneti e tirolesi). Dentro questi grandi Stati ci sono però altre comunità che non si sentono comode. Sono i valenziani, i galleghi, gli andalusi e i canari in Spagna. I gallesi, gli abitanti delle Isole di Mann e della Cornovaglia in Gran Bretagna. I savoiardi, i baschi del Nord e i catalani del Nord in Francia. I siciliani, i sardi, i sudisti, i friulani, gli sloveni e i valdostani in Italia. Poi ci sono le minoranze etnico-linguistiche che vorrebbero ricongiungersi a quella che sentono come madrepatria. Parliamo dei greci d’Albania che preferirebbero avere Atene come capitale invece di Tirana, o le Isole Shetland che vorrebbero lasciare Londra per Oslo. Minoranze insoddisfatte sono i serbi e i croati di Bosnia, gli albanesi della Macedonia, i bulgari dalla Moldavia, gli ungheresi della Romania, della Serbia, della Slovacchia, dell’Ucraina, i 30 mila svedesi dell’arcipelago delle Åland che però appartengono alla Finlandia, e gli abitanti delle Shetland che dopo mezzo millennio vorrebbero tornare ad essere norvegesi invece che scozzesi. La Slesia vorrebbe rendersi indipendente dalla Repubblica Ceca e Polonia, mentre la Transnistria aspira all’indipendenza piena all’interno della Moldavia. Più pragmatiche le radici dell’irredentismo di Groenlandia e Isole Faroe. Per loro Copenhagen è una capitale troppo lontana.

L’irresistibile voglia di piccole patrie. Perché?

Due i filoni. Il primo è etnico-storico-linguistico-culturale. Il secondo economico. Ma senza un vantaggio per il portafogli, le ragioni culturali hanno in genere poca presa. La ricca Savoia chiama Parigi «ladrona», e persino la Scozia ha riscoperto il fascino dei kilt quando il petrolio del Mar del Nord ha cominciato a fluire. Nella categoria «storico-culturale» rientra appieno la Celtic League che difende ciò che resta di quella lingua vecchia di tre millenni in Irlanda, Scozia, Galles, Isola di Mann, Cornovaglia e al di sotto della Manica in Bretagna. Edimburgo è arrivata a un passo dalla secessione dal Regno Unito nel referendum del 2014 con i sì al 44,7%. Nella Bretagna francese, nel 2013 un sondaggio ha mostrato che il 18% degli abitanti appoggia l’indipendenza da Parigi e che il 37% si considera prima bretone che francese. Altrettanto antica è l’identità basca. Il gruppo terroristico Eta, mezzo secolo di azioni e 800 vittime sulla coscienza, ha deposto le armi nel 2011, ma l’idea di essere diversi resta. In Irlanda del Nord il tema è religioso. Dopo 3.568 morti e pace fatta con Londra, c’è sempre un quasi 50% di abitanti a cui piacerebbe passare dalla protestante Londra alla cattolica Dublino.

Dove vai se l’ombrello non ce l’hai?

Più recenti sono le radici di altri irredentismi. Quello catalano data 1714. Le varie minoranze linguistiche sono relitti di sconfitte dell’Impero Asburgico e del Terzo Reich. I bavaresi confederati alla Prussia dal 1867 non hanno potuto tenere una consulta secessionista due anni fa perché anti costituzionale, ma dai sondaggi quasi uno su tre sarebbe per l’indipendenza. Piccolo è bello e forse efficiente dal punto di vista micro-amministrativo, ma senza il cappello dell’Unione europea si tornerebbe alla giungla dove il più forte mangia il debole e, con buona pace delle cornamuse e delle lingue fossili, i più forti sarebbero asiatici o americani.

Come se ne esce?

Sul tavolo ci sono due ipotesi estreme e una realistica. La prima. L’Ue resta un club di Stati tradizionali che non cedono potere e reprimono le frammentazioni. È l’Unione debole che esiste oggi dove Madrid si tiene Barcellona e dove gli ungheresi rifiutano gli immigrati sbarcati a Lampedusa perché tanto è un problema italiano. La seconda. Nascono gli Stati Uniti d’Europa — e parliamo dei 19 Stati che hanno adottato l’euro — dove politica estera, fiscale, finanziaria, economica e di difesa sono a Bruxelles, mentre educazione e sanità sono amministrati localmente. A quel punto se Catalogna, Scozia, o Bretagna volessero stare per conto loro, in fondo, importerebbe poco. Ed è la soluzione vera. Quella più probabile, invece sarà una terza via, già sostanzialmente nell’agenda dei governi più europeisti: un’Eurozona a più velocità, dove gli Stati cedono lentamente solo alcune competenze economiche a Bruxelles, giusto quel che serve per avere l’illusione di reggere l’urto con i giganti mondiali. Il tutto senza mai rinunciare alla vecchia sovranità. In sostanza né carne né pesce.

Milena Gabanelli e Andrea Nicastro

Real Estate al top in Est Europa.

Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Slovacchia e non solo. Quelli che dagli addetti ai lavori vengono definiti Cee Countries, riunendo i Paesi dell’Europa centrale e dell’Est Europa, sono oggi nel mirino degli investitori internazionali, non più in cerca del capital gain mordi e fuggi, ma della costruzione di portafogli a reddito, stabili e di lungo periodo. I deal in questi mercati non si fermano e la corsa all’oro riguarda tutti i comparti, cominciando dagli uffici e passando dal retail e la logistica, senza tralasciare il residenziale. Tanto che, per riassumere il trend in atto, Jones Lang LaSalle lo definisce un passaggio “da fenomeni a fondamentali”.

Il quadro economico
Qualche dato aiuta a inquadrare quelli che fino a poco tempo fa venivano considerati come i cugini poveri dell’Europa e che oggi invece si possono permettere di guardare al futuro con meno preoccupazioni dei Paesi dell’Europa occidentale. Il prodotto interno lordo medio è cresciuto del 4% nel 2017: l’aumento più accentuato a livello Europeo. Secondo il Fondo monetario internazionale tra il 2017 e il 2022 vedranno ancora la crescita più elevata di tutta Europa, con una previsione del 3% medio annuo, contro l’1,9% dell’Europa meridionale e l’1,8% dell’Europa continentale. Gli investimenti nel real estate dei Cee sono aumentati del 10% nella sola metà del 2017 (e la crescita continua). E’ salita a 22 milioni di metri quadrati la superficie di spazi a uso uffici con caratteristiche “moderne” e l’aumento continua al ritmo di circa un milione di metri quadrati all’anno. «Gli standard di vita nell’Europa centrale e dell’Est continueranno a convergere verso quelli delle economie consolidate e per il 2025 Paesi come la Polonia e la Repubblica Ceca avranno gli stessi, o maggiori, Pil pro-capite della media dei 27 Paesi europei», spiega Per Hammarlund, Chief emerging market strategist di Seb Bank. Insomma, il quadro è quello non solo di un’ulteriore crescita, ma di una crescita sostenibile nel lungo periodo, grazie a tre fattori principali: l’elevata qualità del capitale umano, bassi costi del lavoro, apertura al commercio e agli investimenti. Che, riassunto, significa ultra-competitività, secondo Jll.

Sono anche sicuri?
Le condizioni per fare business, misurate dalla World Bank, sono migliorate velocemente e si spostano sui livelli dei Paesi dell’Europa occidentale. Un esempio è la Romania, che nel 2007 si piazzava dopo la Cina, l’India e il Sudafrica per percezione della corruzione e oggi è invece davanti alla Grecia e all’Italia.

Uffici in pole position
Il settore degli spazi a uso ufficio è il preferito per gli investimenti, pur se tallonato dagli altri comparti. Negli ultimi cinque anni gli investimenti sono sempre aumentati e i 5,6 miliardi di euro del primo semestre 2017 rappresentano un incremento del 10% su base annuale. Ma chi vi investe? Soprattutto stranieri, cominciando dalle realtà del Sudafrica, di Singapore e del Nord America. I capitali si dirigono verso gli uffici della Repubblica Ceca, che rappresenta la piazza più importante con una quota del 39%, della Polonia (29%), dell’Ungheria (13%), della Romania (9%) e della Slovacchia (3%).

Il residenziale brilla
Sono dei giorni scorsi i dati di Eurostat che mostrano un aumento medio annuo dei prezzi delle case, al terzo trimestre 2017, pari al 4,1% nell’area Euro e al 4,6% nella Ue. Dati che impallidiscono di fronte al +12,3% della Repubblica Ceca, all’oltre 10% dell’Ungheria, il 9% della Bulgaria, l’8% della Slovenia, il 7% della Slovacchia, l’oltre 6% della Romania (l’Italia, nello stesso periodo e secondo la stessa fonte, ha registrato il -0,5%).

In miglioramento anche i mercati immobiliari per investimento di Slovenia, Serbia, Bosnia Herzegovina, seppur con le dovute proporzioni. Nell’ultima settimana, la locale Delta real estate (con base a Belgrado) ha annunciato la costruzione di uno shopping mall da 200 milioni di investimento a Belgrado e di un complesso misto da 110 milioni nella stessa città, che includerà tra l’altro l’InterContinental Hotel Belgrade. Altri 35 milioni verranno destinati agli headquarter del gruppo, mentre in Bosnia Erzegovina si sta sviluppando uno shopping center da 70 milioni (62.500 mq di superficie) e uno da 120 milioni vedrà la luce in Bulgaria. Nel 2017 Delta ha inaugurato a Lubiana, il primo hotel a cinque stelle.

Evelina Marchesini

Fonte Il Sole24Ore

Un bilancio del 2017.

I dati economici sono tuttora rassicuranti. Le cifre più recenti rivelano che il Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’Eurozona nel terzo trimestre è incrementato del 2,5% annuo su anno, un tasso di crescita superiore a quello degli Stati Uniti, (2,3%) e della Gran Bretagna (1,6%).

All’interno dell’Eurozona, la Germania ha registrato una crescita particolarmente forte, 2,3% anno su anno, grazie al commercio estero netto e agli investimenti, mentre la crescita economica in Italia, benché inferiore, ha raggiunto il livello più alto da sette anni.

Le economie dell’Europa dell’Est sono ancora più dinamiche. Gli ultimi dati sulla Bulgaria, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Polonia, la Romania e la Slovacchia, mostrano un’accelerazione della crescita economica nell’intera regione dal 4,6% anno su anno nel secondo trimestre, al 5,3% anno su anno del terzo, al di sopra delle aspettative. La Romania con un tasso di crescita dell’8,6% anno su anno, è una delle economie più dinamiche del mondo.

Negli Stati Uniti nel terzo trimestre la crescita economica annualizzata ha raggiunto il 3% trimestre su trimestre, (2,3% anno su anno), per un secondo trimestre consecutivo. Il modello di previsione del PIL della Federal Reserve (Fed), per il quarto trimestre addirittura prevede un’accelerazione della crescita al 3,2% trimestre su trimestre. A breve termine appare probabile che l’economia verrà sostenuta dalle spese al consumo nel periodo delle feste e a lungo termine dai tagli alle imposte previsti dalla riforma fiscale già in fase di attuazione.

L’economia giapponese è cresciuta dell’1,4% annualizzato nel terzo trimestre, il settimo trimestre d’espansione consecutivo, il che rappresenta il periodo espansivo più lungo da un decennio. Tuttavia il PIL in Giappone è molto volatile.

Luigi Sottile

Cechia: L’ euro? Non ci interessa.

La Repubblica Ceca non ha bisogno del cosiddetto “Mister Euro”, un coordinatore per l’adozione della moneta unica, perché Praga non si sta preparando per entrare nell’Eurozona. Lo ha dichiarato il ministro delle Finanze, il miliardario ceco Andrej Babis.

L’economista Oldrich Dedek, che ha avuto il ruolo di “Mr. Euro” al ministero delle finanze durante gli ultimi 11 anni, dal prossimo mese assumerà un euro cracknuovo incarico alla Banca centrale e secondo Babis la posizione può essere eliminata. “Non abbiamo bisogno di nessun coordinatore, non ci stiamo preparando a entrare nell’euro – ha spiegato Babis al quotidiano Lidove Noviny – Lasceremo al prossimo governo la decisione sull’adozione della moneta unica.

Babis, con il suo partito di centro Ano, è dato per favorito in vista delle prossime elezioni di ottobre. Praga che è entrata nell’Ue nel 2004 non ha mai sponsorizzato l’adozione della moneta unica, nonostante rispetti praticamente tutti i criteri di accesso.

Fonte Aska News

Cechia-Italia interscambio record.

I rapporti commerciali fra Cechia e Italia stanno manifestando tassi di crescita da primato, secondo quanto evidenziato oggi a Praga nel corso di un forum dedicato ai rapporti commerciali fra i due Paesi, presente fra gli altri il sottosegretario agli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Benedetto Della Vedova. Quest’ultimo ha fatto notare con soddisfazione l’intensificazione dei rapporti commerciali italo-cechi, sottolineando in particolare “l’attenzione degli operatori per le opportunità presenti nei settori dell’alta tecnologia e biotecnologie, della meccatronica, delle nanotecnologie e del farmaceutico”.

In particolare la meccatronica italiana si propone come il settore con le maggiori prospettive di collaborazioni industriali in Repubblica Ceca. “Il focus cechia-italia interscambioodierno è infatti sui settori tecnologicamente più avanzati per fare entrare insieme Italia e Cechia nell’era dell’economia 4.0″ ha ulteriormente messo in rilievo l’ambasciatore Aldo Amati. Intorno ai tavoli della fase B2B una trentina di aziende italiane e una quarantina di controparti ceche.

L’interscambio commerciale fra Italia e Cechia ha rappresentato nel 2015 un valore totale di 10,54 miliardi di euro, con una crescita annua del 9,8%, il medesimo tasso di incremento dell’anno precedente. L’Italia è al sesto posto fra i paesi destinatari dell’export ceco, un flusso che ha manifestato lo scorso anno un incremento dell’11,%, per un valore complessivo di 5,3 miliardi di euro, soprattutto automobili e mezzi di trasporto (18,4%). Rispetto al totale dell’export ceco, si tratta di una quota del 3,77%, mentre raggiunge un livello addirittura del 5,5% per quanto riguarda il valore aggiunto creato da tutte le esportazioni ceche. Sul fronte opposto, l’Italia si colloca al quinto posto, con una quota del 4,01%, fra i paesi di provenienza delle importazioni ceche, con un aumento nel 2015 dell’11,3%, per un valore complessivo di 5,2 miliardi di euro.

Il Forum economico italo-ceco, organizzato in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia. si è svolto oggi in occasione del più importante raduno annuale della Associazione piccole e medie imprese della Repubblica Ceca, con la partecipazione del presidente della Repubblica Milos Zeman, del ministro delle Finanze Andrej Babis e del ministro dell’Industria e Commercio Jan Mladek.

Fonte ASKA News

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