Buon compleanno Equitalia.

Dieci anni vissuti pericolosamente. La notizia della prossima scomparsa di Equitalia arriva a ridosso del primo compleanno a doppia cifra per l’agente nazionale della riscossione, nato ufficialmente il 1° ottobre del 2006.

Raccogliere le tasse, tanto più quando si tratta di presentare il conto a contribuenti non troppo inclini ai pagamenti spontanei, non è un mestiere che attira simpatie e la prova arriva dal dibattito politico che circonda da sempre il tema della riscossione. A sfogliare gli annali dei giornali, Equitalia è senza padri, ma non le mancano mai i critici più o meno accesi.

Per ricostruire le sue vicende, allora, più che le dichiarazioni di ministri e leader di partito, è meglio scorrere la Gazzetta Ufficiale. Lì si legge, per equitalia-3esempio, il nome dei due “autori materiali” dell’agente pubblico della riscossione: la sua nascita, con il nome di “riscossione S.p.A.” è targata Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, che con il decreto legge 203 del 30 settembre 2005, avviano il pensionamento del vecchio sistema della riscossione affidata a 42 concessionari privati, in un mercato che per l’80% era concentrato fra Intesa, Monte dei Paschi, Unicredito e San Paolo Imi. Come mai? Semplice: il meccanismo era inceppato e i tentativi di rianimarlo erano falliti.

Nel 2002, spiegava ad esempio sconsolata la relazione della riforma Tremonti, si era tentata la strada degli incentivi, fissando “l’obiettivo più che realistico di 2,3 miliardi di euro” ma la raccolta si era fermata poco sopra gli 1,2 miliardi. Con un costo fisso da mezzo miliardo all’anno per pagare l’attività dei privati e oneri variabili per lo scambio di dati con i concessionari, la spesa finiva per essere superiore all’impresa. L’anno scorso, per dire, i miliardi incassati sono stati 8,2.

Attenzione, però: i “padri” veri sono più numerosi e hanno firmato le leggi che nel tempo hanno dato a Riscossione, ribattezzata Equitalia nel 2007, tutti gli strumenti per fare quel che fa. Il gruppo allora diventa numeroso. Comprende per esempio Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco, coautori nel 2006 del decreto (il 223), che ha aperto le possibilità per l’agente della riscossione, di accedere a “tutti i dati rilevanti, presentando richiesta ai soggetti pubblici o privati che li detengono”; ma è ancora una volta Berlusconi e Tremonti, che nella manovra estiva del 2010 (decreto 78), fanno nascere “l’accertamento esecutivo”, con l’obiettivo di aprire automaticamente le porte a confische e ipoteche dopo 60 giorni dall’avviso.

Un panorama parecchio trasversale, come trasversale è stata la carriera di Attilio Befera, l’uomo che ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di equitalia-2Equitalia prima di lasciare, insieme al vertice delle Entrate, il posto di amministratore delegato oggi occupato da Ernesto Maria Ruffini: scelto da Tremonti, Befera è stato confermato da Visco, per lavorare poi di nuovo con Tremonti, Monti e Saccomanni, superando di slancio le tante contorsioni della politica degli ultimi anni.

Il vento sulla riscossione cambia quando la crisi economica che preme su famiglie e imprese, moltiplica le storie di chi non riesce a soddisfare le richieste di Equitalia. Fra i 2011 e 2012 irrompono nella cronaca i casi di contribuenti, spesso piccoli imprenditori schiacciati tra una pavana di pagamenti e un fisco puntuale nelle richieste, arrivati a togliersi la vita perché non vedevano altre vie d’uscita.

Si avvia allora un ripensamento complessivo che nel tempo, fra governi di centro-destra, tecnici e di centro-sinistra, ha moltiplicato le rate, rallentato le ganasce fiscali per i debiti fino a 1000 euro e stoppato le ipoteche per quelli fino a 20mila, con l’obiettivo di costruire una “riscossione dal volto umano”.

Nasce da qui anche il progetto di uscita dai comuni: un divorzio consensuale, dopo che l’entusiasmo iniziale di Equitalia si era spento fra le difficoltà di gestione dei rapporti con migliaia di enti, per importi spesso piccoli e scritti in banche dati non sempre impeccabili, (come mostrano le tante ondate di cartelle pazze a Roma e non solo), ma difficilissimo da tradurre in pratica.

Programmato per il 1° gennaio 2012, l’addio è già stato spostato sette volte e l’ultimo rinvio scadeva il 30 giugno. L’ottava proroga confermerà nelle prossime settimane, che la riscossione è una macchina delicata e non sempre riesce a stare dietro all’entusiasmo degli annunci.

Gianni Trovati

Ferrari a tutto gas in Borsa.

Ferrari arranca in pista, ma vola in Borsa. La Casa di Maranello, che è ancora a secco di successi nel Mondiale di Formula 1, ha visto salire le sue ferrari-f1quotazioni sopra i 41 euro dopo gli ottimi risultati del secondo trimestre. La scuderia del Cavallino ha riportato un utile per azione pari a 0,55 euro (più alto di 0,11 euro rispetto al consensus del mercato), migliorando lo 0,44 euro registrato nello stesso periodo dello scorso anno. Questo ha fatto salire il rapporto Prezzo/Fair value del titolo a 0,9, ma il Rating Morningstar resta confermato a quattro stelle.

Stime al rialzo per il 2016

Il management ha rivisto al rialzo le stime per il 2016, per la seconda volta quest’anno, e ora le previsioni indicano un volume di vendite di 8.000 unità (rispetto alle 7.900 in precedenza), un fatturato superiore ai tre miliardi di euro e un Ebitda attorno agli 800 milioni di euro”, dice Richard Hilgert analista azionario di Morningstar. “Da qui al 2020 ci aspettiamo un progresso dei ricavi in linea con quello degli ultimi dieci anni, a un tasso medio del 8%, e un’espansione del margine operativo dall’attuale 16,6% al 19,5% nel 2018. In base a questi numeri, la stima del fair value del titolo è pari a 46 euro per azione (report pubblicato in data 2 agosto 2016)”.

Ferrari, marchio di lusso

Il mercato, secondo gli analisti, sottovaluta la stabilità della crescita del fatturato, gli elevati margini di profitto e l’alta redditività del capitale di Ferrari, che rendono il gruppo italiano molto più simile ad un’azienda del lusso come Tiffany o Swatch, piuttosto che a case automobilistiche come Audi, Maserati e Mercedes. “L’elevato valore del marchio del Cavallino rampante garantisce all’azienda la possibilità di guadagnare mark-up molto generosi sul prezzo di vendita e questa è la ragione principale per la quale attribuiamo a Ferrari una posizione di vantaggio competitivo all’interno del settore (Economic moat)”, conclude Hilgert.

Francesco Lavecchia

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L’Italia non convince gli investitori.

L’Italia non riesce a convincere del tutto gli investitori. I fondi raccolti nella categoria Morningstar dedicata all’azionario del Belpaese nell’ultimo mese (fino al 25 maggio) hanno perso (mediamente e in euro) lo 0,16%. Certo, le buone notizie non mancano, ma sono presenti anche alcune nubi che invitano gli operatori a mantenere una certa prudenza.

italia non convinceNel primo trimestre, il PIL tricolore è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1% nei confronti del primo trimestre 2015. Ma va aggiunto che, nel complesso, il PIL dei paesi dell’Area euro ha segnato una variazione positiva dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e dell’1,6% nel confronto con lo stesso periodo del 2015.

Il Fondo monetario internazionale, intanto, nella relazione stilata al termine della missione annuale in Italia, ha alzato all’1,1% (dall’1%) la stima di crescita dell’economia italiana nel 2016. Restano, comunque, i “rischi al ribasso” sull’economia del Belpaese. Il Prodotto interno lordo dovrebbe crescere di circa l’1,25% nel 2017-2018, mentre per il ritorno a livelli di produzione pre-crisi (2007) bisognerà aspettare metà del prossimo decennio ha detto il Fondo. Il governo ha indicato per quest’anno una crescita dell’1,2%, per il 2017 dell’1,4% e per il 2018 dell’1,5%. La stima di un +1,1% è in linea con quel che prevede la Commissione UE.

Nel frattempo gli investitori fanno i conti con quello che sanno. “A febbraio l’indicatore composito anticipatore dell’economia italiana ha segnato una battuta d’arresto, suggerendo un rallentamento nel ritmo di crescita dell’attività economica nel breve termine”, ha spiegato l’Istat nella nota mensile sull’andamento dell’economia rilevando, comunque, che “in un contesto europeo caratterizzato da una crescita significativa del PIL nel primo trimestre, l’economia italiana presenta segnali positivi associati al miglioramento della produzione industriale, al consolidamento dell’occupazione permanente, alla riduzione della disoccupazione e alla crescita del potere di acquisto delle famiglie”.

Il nodo delle banche
Tornando all’Fmi, uno dei punti deboli della Penisola, sono gli istituti di credito. “Andrebbe effettuata una valutazione sistematica della qualità dell’attivo di quelle banche che non sono già soggette alla valutazione globale della BCE, con azioni di follow-up in linea con i requisiti normativi. E’ importante che tale esercizio proceda con tempestività”, spiega l’Fmi nella sua relazione, dove ci sono comunque valutazioni positive, tuttavia, per il Fondo Atlante (nato per facilitare la gestione dei crediti deteriorati nelle banche): “Il recente intervento del settore privato a sostegno della non mi convinciricapitalizzazione ha contributo alla stabilità finanziaria, offrendo una finestra di opportunità per promuovere con decisione le diverse misure proposte dalle autorità, al fine di garantire che il sistema bancario possa contare su basi più solide e che tali interventi non finiscano per pesare sulla redditività delle banche partecipanti”.

Gli ispettori aggiungono che “le autorità di vigilanza dovrebbero garantire che gli investimenti futuri delle banche si basino unicamente su considerazioni commerciali”. In generale, gli istituti di credito “dovrebbero essere tenuti a elaborare strategie integrate relativamente ai crediti deteriorati, impegnandosi a raggiungere obiettivi operativi per una marcata riduzione nel medio termine del volume di tali crediti (attraverso procedure di gestione interna più efficienti, esternalizzazione a provider esterni e vendite). Una più intensa attività di vigilanza della gestione interna delle banche a favore della risoluzione dei crediti deteriorati dovrebbe includere un’analisi periodica della situazione di tali crediti e un programma di monitoraggio in situ coordinato da esperti in materia di riscossione e gestione”.

Marco Caprotti

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La guerra per i vecchi media italiani nella formazione dell’opinione.

Dunque Maurizio Belpietro si è sentito chiedere dal suo editore di dimettersi dalla direzione di Libero perché la sua linea anti-renziana, in particolare per il “no” al referendum istituzionale di ottobre, non era condivisa dalla proprietà. Dunque due anchorman come Nicola Porro e Massimo Giannini sono in uscita dalla Rai, il primo perché considerato di destra e il secondo troppo di sinistra.

Dunque secondo molti osservatori autorevoli, dietro la contro-opa di Mediobanca & C. sulla Rcs ci sarebbe anche l’input del governo per evitare che il Corriere della Sera finisca nell’orbita di Urbano Cairo, editore che tra Crozza e Floris, sulla sua rete tv La7, non risparmia certamente i liscebussi al governo.

Dunque all’Unità, il Rottamatore, (proprio lui, che twitta a raffica e fa le sue e-news video direttamente in rete), tiene ancora molto, visto che se ne occupa personalmente e ci manda come direttore, forse, il recalcitrante super-consulente digitale del governo.

Ma allora, cerchiamo di capire: quelle fin qui riassunte sono tutte dietrologie di vecchio stampo, oppure questi vecchi giornali che vendono la metà di 10 italica confusioneanni fa, queste reti tv generaliste che hanno ridotto l’audience e dovrebbero tremare di paura di fronte a Netflix e alla Apple Tv, contano ancora? Sono ancora capaci di “fare opinioni”, al punto da mobilitare simili giochi di potere? Forse sì: strano, ma vero. È una ragione c’è, dietro questa apparente stranezza.

Guardiamo i dati statistici. A sommare i “visitatori unici” dei principali siti di informazione giornalistica italiani, si ottiene un numero stratosferico, oltre 20 milioni di persone si informerebbero quotidianamente sul Web, se vogliamo dar retta ai “server”, cioè ai maxi computer che gestiscono il traffico in rete.

Invece, quando Bruno Vespa fa 2 milioni di audience, fa tanto. Però, quei 20 milioni di lettori on-line si sparpagliano per centinaia di siti e permangono su ciascun sito, quando va bene, tre minuti. Quei 2 milioni si sciroppano 2 ore di talkshow e ogni settimana ripetono più volte il rito. Quindi si può dire che Vespa concorre fortemente, con il suo talkshow, alla formazione dell’opinione dei suoi 2 milioni scarsi di spettatori. Mentre, con sedute di lettura media di tre minuti al giorno per sito, i 20 milioni che si informano on-line non si fanno alcuna opinione specifica su nessun sito, semmai si infarinano di notizie superficiali e stop.

Quindi le opinioni che rimbalzano in rete da un social all’altro e da un blog all’altro … nascono altrove, offline, dai giornali e dalle vecchie tv. E del resto Grillo non ha cominciato in teatro, a fare comizi?

Sergio Luciano

Italici parassiti: il caso delle 3 Ambasciate a Bruxelles.

L’arrivo dell’ambasciatore Maurizio Massari come rappresentante permanente d’Italia presso l’UE, dopo la breve parentesi del politico renziano e ora ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, ha riacceso l’attenzione sulla discussa e costosa presenza di tre ambasciate italiane a Bruxelles 2Bruxelles. Fino a pochi anni fa erano addirittura quattro, quando alla rappresentanza presso l’UE, alla bilaterale con il regno del Belgio e a quella presso la Nato, se ne aggiungeva un’altra presso l’Unione Europea Occidentale, organismo di sicurezza militare chiuso nel 2011 perché reso inutile dall’Unione Europea.

In tempi di revisione della spesa pubblica, emerge evidente l’utilità di razionalizzare un servizio dello Stato composto da tre apparati con tre diversi ambasciatori nella stessa città. In particolare impongono notevole impegno sia la rappresentanza presso l’UE, che coordina l’andirivieni dei ministri italiani e segue l’attività delle tre principali istituzioni UE, (Consiglio dei Governi, Euro Parlamento e Commissione Europea), sia il Consolato d’Italia, che dipende dall’Ambasciata presso il Belgio ed è criticato per l’insufficiente servizio amministrativo fornito alla vasta comunità italiana.

Al contrario, tra gli stessi dipendenti della Farnesina, essere distaccati nella parte diplomatica bilaterale con il Belgio o alla Nato, viene spesso ritenuto un trasferimento all’estero destinato a non “affaticare troppo”. Un accorpamento delle tre Ambasciate a Bruxelles, potrebbe consentire di potenziare la rappresentanza di Massari e il Consolato, riducendo il personale dislocato alla bilaterale con il Belgio e presso la Nato, sedi oggi guidate rispettivamente da Vincenzo Grassi e Claudio Bisognero.

Ivo Caizzi

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