Cechia-Italia interscambio record.

I rapporti commerciali fra Cechia e Italia stanno manifestando tassi di crescita da primato, secondo quanto evidenziato oggi a Praga nel corso di un forum dedicato ai rapporti commerciali fra i due Paesi, presente fra gli altri il sottosegretario agli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Benedetto Della Vedova. Quest’ultimo ha fatto notare con soddisfazione l’intensificazione dei rapporti commerciali italo-cechi, sottolineando in particolare “l’attenzione degli operatori per le opportunità presenti nei settori dell’alta tecnologia e biotecnologie, della meccatronica, delle nanotecnologie e del farmaceutico”.

In particolare la meccatronica italiana si propone come il settore con le maggiori prospettive di collaborazioni industriali in Repubblica Ceca. “Il focus cechia-italia interscambioodierno è infatti sui settori tecnologicamente più avanzati per fare entrare insieme Italia e Cechia nell’era dell’economia 4.0″ ha ulteriormente messo in rilievo l’ambasciatore Aldo Amati. Intorno ai tavoli della fase B2B una trentina di aziende italiane e una quarantina di controparti ceche.

L’interscambio commerciale fra Italia e Cechia ha rappresentato nel 2015 un valore totale di 10,54 miliardi di euro, con una crescita annua del 9,8%, il medesimo tasso di incremento dell’anno precedente. L’Italia è al sesto posto fra i paesi destinatari dell’export ceco, un flusso che ha manifestato lo scorso anno un incremento dell’11,%, per un valore complessivo di 5,3 miliardi di euro, soprattutto automobili e mezzi di trasporto (18,4%). Rispetto al totale dell’export ceco, si tratta di una quota del 3,77%, mentre raggiunge un livello addirittura del 5,5% per quanto riguarda il valore aggiunto creato da tutte le esportazioni ceche. Sul fronte opposto, l’Italia si colloca al quinto posto, con una quota del 4,01%, fra i paesi di provenienza delle importazioni ceche, con un aumento nel 2015 dell’11,3%, per un valore complessivo di 5,2 miliardi di euro.

Il Forum economico italo-ceco, organizzato in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia. si è svolto oggi in occasione del più importante raduno annuale della Associazione piccole e medie imprese della Repubblica Ceca, con la partecipazione del presidente della Repubblica Milos Zeman, del ministro delle Finanze Andrej Babis e del ministro dell’Industria e Commercio Jan Mladek.

Fonte ASKA News

La disastrosa politica italiana dell’accoglienza.

Si ha la sensazione che, in tema di migrazioni, la nostra classe politica non abbia assolutamente contezza dei disastri, (economici, politici, sociali), causati dal fenomeno, dal suo proseguire, dal suo dilatarsi. Basterebbero due recenti affermazioni per capire che, secondo i vertici del nostro paese, l’Italia dovrebbe far propri e ancor più attuare, gli appelli buonisti del papa, il quale predica facile beneficenza con i portafogli altrui.

Matteo Renzi ha asserito: “L’Africa non è una minaccia ma una grande opportunità“. Quando un politico sostiene che una persona, un movimento, un evento, non rappresenta un danno, un problema, una difficoltà, perché invece costituisce una risorsa, una ricchezza, un’opportunità, siate pur certi che il vero pensiero è uno solo: c’è sotto la fregatura.

Quella persona, quel movimento, quell’evento, costituiscono altrettanti migranti-2disastri. Quale opportunità può mai rappresentare per noi l’Africa? Sarebbe bene che il presidente del consiglio, specificasse dove siano i fondi da elargire agli africani, fondi che spesso finiscono nelle tasche di politici intenti al proprio tornaconto, oppure per finanziare l’uno o l’altro versante di un conflitto civile o di una guerra fra Stati.

Indubbiamente, Renzi rimanderà la palla all’Europa, come sempre: l’Europa deve, l’Europa provveda, l’Europa pensi. Peccato che i comportamenti dei paesi dell’oriente come dell’occidente europeo, fino allo Stato che potrebbe addirittura lasciare l’Europa, (cioè l’Inghilterra), siano tutti ostili all’accoglienza: preferiscono lasciarla ai moniti, ammonimenti, auspici bergogliani, senza impegnarsi. Peccato, poi, che si passi sempre sotto silenzio la distanza che c’è fra migranti economici e profughi da guerre: molti sono i richiedenti asilo, pochi quelli che ne hanno diritto.

Il capo dello Stato, a sua volta, ha identificato l’Italia in un ponte con l’Africa. Peccato che non si tratti di un ponte per condurre in Europa emigranti, ma soltanto per accoglierli in casa nostra. Sembra quasi che al Quirinale si giudichi che non ci sia un sufficiente arrivo di disperati e si vogliono invitarne altri, con generosa offerta.

Ci si dimentica che in Europa nessuno in concreto li vorrebbe, mentre tutti fanno l’impossibile per lasciarli alloggiati proprio sul “ponte”.

Marco Bertoncini

Direttiva Bolkestein contro italici privilegi e monopoli.

Violazione del diritto dell’UE. È il macigno scaricato dalla UE sul nostro Paese, che non per niente è caratterizzato da una selva di privilegi e monopoli, di diritto o di fatto. La questione è nata da una diatriba sulle concessioni balneari, siamo stati abituati da sempre a vedere gli stessi bagnini sulle nostre spiagge, canoni demaniali irrisori a fronte di pingui direttiva-bolksteinricavi. La Corte di Giustizia Europea con sentenza dello scorso 14 luglio è intervenuta, non sulla questione del demanio italiano che non rende, ma sul rinnovo automatico delle concessioni e quindi sulla mancanza di concorrenza.

Conosciuta come Direttiva Bolkestein (da Frits Bolkestein, commissario europeo per il mercato interno della Commissione Prodi), si tratta più precisamente della normativa dell’Unione Europea 2006/123/CE. Presentata dalla Commissione europea nel febbraio del 2004 ed emanata nel 2006, è stata recepita dalla legislazione italiana con l’approvazione del decreto legislativo numero 59 del 26 marzo 2010 pubblicato nella Gazzetta ufficiale il 23 aprile 2010. La norma è incentrata sui servizi all’interno dell’Unione Europea, in questo caso per l’appunto si parla della concessione delle spiagge italiane.

La legislazione italiana prevede che le concessione per lo sfruttamento turistico di beni demaniali marittimi e lacustri vengano automaticamente rinnovate fino al 2020. Alcuni privati in Sardegna e sul lago di Garda, cui questa possibilità di rinnovo quadriennale è stata negata, si sono rivolti al TAR che ha investito della questione la Corte di Giustizia UE. Nella sentenza la Corte ha stabilito che è potere del giudice nazionale stabilire se la direttiva Bolkestein è applicabile o meno; in caso affermativo si deve fare riferimento all’art. 12 il cui dettato norma il caso di scarsità di risorse naturali e quindi della necessità conseguente di limitare il numero di autorizzazioni disponibili. In questa tipologia la concessione deve comunque essere pubblica, trasparente, pubblicizzata e non prevedere assolutamente il rinnovo automatico della stessa. Su questo punto il contrasto tra la norma europea e la legislazione italiana è più che evidente.

Nel caso invece che la Direttiva non sia applicabile, si è di fronte ad un interesse sovranazionale, ne consegue che anche in questo caso le concessioni non possono essere automaticamente rinnovate. La Corte ha rosolina-20chiarito che si creerebbe una situazione di palese violazione della libera concorrenza e ciò contrasta con il principio di la parità di trattamento tra imprese nazionali e straniere.

Le associazioni di categoria sono in rivolta, in Liguria il Presidente della Regione Toti e l’assessore al Demanio stanno cercando di tranquillizzare i sindaci, gli stabilimenti balneari hanno esposto l’Union Jack in segno di approvazione della Brexit. Viene paventato il pericolo che le nostre spiagge, o meglio gli stabilimenti ivi presenti, finiscano in mano alle grandi multinazionali estere. Resta il fatto che i dati riportano un canone pagato allo Stato oscillante tra i 6.000 ed i 9.000 euro annuali a fronte di incassi per i gestori tra i 150.000 ed i 300.000. Numeri che come sempre in Italia sono soggetti a contestazioni ed interpretazioni, ma i dati ufficiali del 2005 riportano che, complessivamente, gli stabilimenti in concessione (per zone demaniali marittime e lacustri) a fronte di un pagamento del canone annuo pari a 40.128.521 euro, hanno vantato un fatturato annuo di ben 1.967.539.602 euro (Dati aggiornati al 2005. Fonte: elaborazione Patrimonio dello Stato S.p.A. su dati S.I.B. e FIPE srl).

Le modifiche di legge seguenti non hanno portato particolari differenze se è vero che ancora nel 2014 lo Stato ha incassato dai canoni del demanio marittimo una cifra in calo rispetto ai 102,6 milioni del 2012 e ai 102,1 milioni del 2013, contro un giro d’affari stimato prudenzialmente in 2 miliardi di euro annui. Inoltre, per il secondo anno consecutivo, il governo ha inserito nel decreto sull’Irpef, quello degli 80 euro in busta paga, una norma che consente ai 32 mila imprenditori del settore di versare l’affitto a fine stagione (15 settembre), anziché all’inizio.

Maurizio Donnini

Leggi QUI l’articolo originale

Buon compleanno Equitalia.

Dieci anni vissuti pericolosamente. La notizia della prossima scomparsa di Equitalia arriva a ridosso del primo compleanno a doppia cifra per l’agente nazionale della riscossione, nato ufficialmente il 1° ottobre del 2006.

Raccogliere le tasse, tanto più quando si tratta di presentare il conto a contribuenti non troppo inclini ai pagamenti spontanei, non è un mestiere che attira simpatie e la prova arriva dal dibattito politico che circonda da sempre il tema della riscossione. A sfogliare gli annali dei giornali, Equitalia è senza padri, ma non le mancano mai i critici più o meno accesi.

Per ricostruire le sue vicende, allora, più che le dichiarazioni di ministri e leader di partito, è meglio scorrere la Gazzetta Ufficiale. Lì si legge, per equitalia-3esempio, il nome dei due “autori materiali” dell’agente pubblico della riscossione: la sua nascita, con il nome di “riscossione S.p.A.” è targata Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, che con il decreto legge 203 del 30 settembre 2005, avviano il pensionamento del vecchio sistema della riscossione affidata a 42 concessionari privati, in un mercato che per l’80% era concentrato fra Intesa, Monte dei Paschi, Unicredito e San Paolo Imi. Come mai? Semplice: il meccanismo era inceppato e i tentativi di rianimarlo erano falliti.

Nel 2002, spiegava ad esempio sconsolata la relazione della riforma Tremonti, si era tentata la strada degli incentivi, fissando “l’obiettivo più che realistico di 2,3 miliardi di euro” ma la raccolta si era fermata poco sopra gli 1,2 miliardi. Con un costo fisso da mezzo miliardo all’anno per pagare l’attività dei privati e oneri variabili per lo scambio di dati con i concessionari, la spesa finiva per essere superiore all’impresa. L’anno scorso, per dire, i miliardi incassati sono stati 8,2.

Attenzione, però: i “padri” veri sono più numerosi e hanno firmato le leggi che nel tempo hanno dato a Riscossione, ribattezzata Equitalia nel 2007, tutti gli strumenti per fare quel che fa. Il gruppo allora diventa numeroso. Comprende per esempio Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco, coautori nel 2006 del decreto (il 223), che ha aperto le possibilità per l’agente della riscossione, di accedere a “tutti i dati rilevanti, presentando richiesta ai soggetti pubblici o privati che li detengono”; ma è ancora una volta Berlusconi e Tremonti, che nella manovra estiva del 2010 (decreto 78), fanno nascere “l’accertamento esecutivo”, con l’obiettivo di aprire automaticamente le porte a confische e ipoteche dopo 60 giorni dall’avviso.

Un panorama parecchio trasversale, come trasversale è stata la carriera di Attilio Befera, l’uomo che ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di equitalia-2Equitalia prima di lasciare, insieme al vertice delle Entrate, il posto di amministratore delegato oggi occupato da Ernesto Maria Ruffini: scelto da Tremonti, Befera è stato confermato da Visco, per lavorare poi di nuovo con Tremonti, Monti e Saccomanni, superando di slancio le tante contorsioni della politica degli ultimi anni.

Il vento sulla riscossione cambia quando la crisi economica che preme su famiglie e imprese, moltiplica le storie di chi non riesce a soddisfare le richieste di Equitalia. Fra i 2011 e 2012 irrompono nella cronaca i casi di contribuenti, spesso piccoli imprenditori schiacciati tra una pavana di pagamenti e un fisco puntuale nelle richieste, arrivati a togliersi la vita perché non vedevano altre vie d’uscita.

Si avvia allora un ripensamento complessivo che nel tempo, fra governi di centro-destra, tecnici e di centro-sinistra, ha moltiplicato le rate, rallentato le ganasce fiscali per i debiti fino a 1000 euro e stoppato le ipoteche per quelli fino a 20mila, con l’obiettivo di costruire una “riscossione dal volto umano”.

Nasce da qui anche il progetto di uscita dai comuni: un divorzio consensuale, dopo che l’entusiasmo iniziale di Equitalia si era spento fra le difficoltà di gestione dei rapporti con migliaia di enti, per importi spesso piccoli e scritti in banche dati non sempre impeccabili, (come mostrano le tante ondate di cartelle pazze a Roma e non solo), ma difficilissimo da tradurre in pratica.

Programmato per il 1° gennaio 2012, l’addio è già stato spostato sette volte e l’ultimo rinvio scadeva il 30 giugno. L’ottava proroga confermerà nelle prossime settimane, che la riscossione è una macchina delicata e non sempre riesce a stare dietro all’entusiasmo degli annunci.

Gianni Trovati

Ferrari a tutto gas in Borsa.

Ferrari arranca in pista, ma vola in Borsa. La Casa di Maranello, che è ancora a secco di successi nel Mondiale di Formula 1, ha visto salire le sue ferrari-f1quotazioni sopra i 41 euro dopo gli ottimi risultati del secondo trimestre. La scuderia del Cavallino ha riportato un utile per azione pari a 0,55 euro (più alto di 0,11 euro rispetto al consensus del mercato), migliorando lo 0,44 euro registrato nello stesso periodo dello scorso anno. Questo ha fatto salire il rapporto Prezzo/Fair value del titolo a 0,9, ma il Rating Morningstar resta confermato a quattro stelle.

Stime al rialzo per il 2016

Il management ha rivisto al rialzo le stime per il 2016, per la seconda volta quest’anno, e ora le previsioni indicano un volume di vendite di 8.000 unità (rispetto alle 7.900 in precedenza), un fatturato superiore ai tre miliardi di euro e un Ebitda attorno agli 800 milioni di euro”, dice Richard Hilgert analista azionario di Morningstar. “Da qui al 2020 ci aspettiamo un progresso dei ricavi in linea con quello degli ultimi dieci anni, a un tasso medio del 8%, e un’espansione del margine operativo dall’attuale 16,6% al 19,5% nel 2018. In base a questi numeri, la stima del fair value del titolo è pari a 46 euro per azione (report pubblicato in data 2 agosto 2016)”.

Ferrari, marchio di lusso

Il mercato, secondo gli analisti, sottovaluta la stabilità della crescita del fatturato, gli elevati margini di profitto e l’alta redditività del capitale di Ferrari, che rendono il gruppo italiano molto più simile ad un’azienda del lusso come Tiffany o Swatch, piuttosto che a case automobilistiche come Audi, Maserati e Mercedes. “L’elevato valore del marchio del Cavallino rampante garantisce all’azienda la possibilità di guadagnare mark-up molto generosi sul prezzo di vendita e questa è la ragione principale per la quale attribuiamo a Ferrari una posizione di vantaggio competitivo all’interno del settore (Economic moat)”, conclude Hilgert.

Francesco Lavecchia

Leggi QUI l’articolo originale

Pagina 4 di 11« Prima...23456...10...Ultima »

Pin It on Pinterest

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close