Export unica salvezza di Impresa Italia.

Non basta godersi i record dell’anno appena concluso. Per gli esportatori italiani – quelli abituali e i debuttanti – il 2018 è un libro con pagine tutte da scrivere. Dopo i 331 miliardi dei primi nove mesi del 2017, le previsioni parlano di 4% di crescita annua nei prossimi quattro anni e di un traguardo di almeno 490 miliardi nel 2020. Ma non è scontato come arrivarci: in linea di massima l’incremento sarà più alto dove oggi è più bassa la quota del nostro export. Nei Paesi target – una quindicina individuati dal Sole 24 Ore incrociando le previsioni Ice-Prometeia, cabina di regia per l’internazionalizzazione, Sace – ci sono trasformazioni significative in atto, dettate soprattutto nei mercati emergenti da cambiamenti nei comportamenti d’acquisto (impatto sui beni di consumo) e da cambiamenti industriali che privilegiano l’innovazione tecnologica alla mera capacità produttiva (impatto sui beni di investimento).

Non c’è un unico profilo di export, come dimostra la difficoltà tutta italiana di ampliare la rosa di esportatori abituali. Dividendo i Paesi di riferimento per tipologia di esportatore, si possono immaginare quattro grandi categorie.

La scelta più sicura e conservativa per il 2018 può essere puntare sul pezzo forte della casa: Germania, Francia e Stati Uniti, i primi tre Paesi di sbocco. Una decisione basata su altri numeri certi – l’incremento del 2016 e quello dei primi nove mesi del 2017 – sposterebbe il focus su Spagna, Polonia, Repubblica Ceca. Per chi ha già più voglia di allontanarsi dalla “comfort zone” e di fidarsi delle stime Ice sul potenziale di crescita, il 2018 potrebbe essere l’anno di Cina (grande mercato, va da sé, ma in buona parte inespresso), Russia (in risalita), Emirati Arabi Uniti (in ascesa). Agli esportatori più audaci, ancora più propensi alla scommessa, potrebbero schiudersi prospettive interessanti in Indonesia, Messico, Ghana.

È una mappa naturalmente non esaustiva, da declinare anche in base ai settori, ma un ottimo punto di partenza. Sace individua anche altri Paesi di “belle speranze” – vedi India, Sudafrica, Qatar, Perù – e il tandem governo-Ice al momento (in attesa delle elezioni e del cambio di esecutivo) per il 2018 ha programmato missioni anche in altre piazze, come Brasile, Giappone , Marocco, Tunisia, Kenya. Nel complesso, l’azione promozionale pubblica conterà nel triennio 2018-2020 su 230 milioni del Piano straordinario made in Italy inseriti nell’ultima manovra. Le iniziative guarderanno ai mercati in base ad analisi precise.

Nei beni tecnologici, ad esempio, l’Italia è generalmente ben posizionata ma ha grandi spazi di crescita in Asia. In questo campo – osserva Prometeia – si consolida l’incremento di mercati a noi vicini, come Germania e Polonia, e continua lo sviluppo delle nuove piattaforme produttive da intercettare come Indonesia, Vietnam e Cina. In generale, per chi produce beni di investimento e beni strumentali i mercati più di frontiera sono la vera occasione, per assecondare la nuova industrializzazione con tecnologie di qualità superiore.

Un po’ diverso il discorso per i beni di consumo, dove abbiamo quote alte nei presidi tradizionali, ma ancora basse nei Paesi più dinamici, a grande potenziale demografico e sempre più inclini all’e-commerce (Cina, Indonesia, Vietnam, Filippine, Malesia, Messico).

Carmine Fotina

Fonte Il Sole 24Ore

“Die Welt”: Italia peggio della Grecia.

L’Italia è l’assoluto fanalino di coda dell’eurozona, messa anche peggio della Grecia”, si sostiene dalle pagine finanziarie del quotidiano Die Welt, nell’articolo “Se i greci lasciano indietro gli italiani”. E il timore degli economisti delle banche d’affari è che alle prossime elezioni, indipendentemente da chi vinca, “non c’è da aspettarsi riforme di base”, dice Timo Schwietering, analista della banca Metzler. “Solo riforme radicali, come in Grecia, potrebbero cambiare qualcosa” dice il quotidiano di Berlino. “Ma cose del genere non sono nel programma elettorale di nessuno dei contendenti alle elezioni”.
“L’Italia è l’unico paese dell’eurozona il cui livello di vita, dall’entrata in vigore dell’unione monetaria, è diminuito”, prosegue Timo Schwietering.
“Prima l’Italia aveva un modello economico facile”, dice Daniel Hartmann, capo economista della banca Bantleon, che si occupa del risparmio gestito. “Quando la congiuntura si bloccava, si svalutava la lira, che ridava benzina alle esportazioni e rianimava la congiuntura”. Dall’entrata in vigore dell’unione monetaria questo modello non ha più funzionato e il paese dovrebbe abbassare i costi o aumentare la produttività. “Il passaggio al nuovo campo all’Italia non è ancora riuscito”.
Sarebbe necessaria soprattutto una riforma dell’amministrazione: “le prestazioni sono scarse e per giunta care”. Un permesso di costruzione costa tre volte la Germania, un procedimento giuridico in Italia è di 3 anni, in Germania di uno e mezzo. Le premesse di riforma c’erano con il governo Renzi, ma ora rischia di bloccarsi tutto, secondo Welt.

Fonte ANSA Europe

Luci e ombre sui Piani di risparmio a lungo termine.

Con i Piani di risparmio a lungo termine (PIR), approvati con la legge di bilancio dell’anno scorso, il Governo vuole facilitare l’accesso ai capitali da parte delle piccole e medie imprese operanti in Italia e far quindi crescere la capacità di questo segmento imprenditoriale, di proporsi sul mercato in modo trasparente grazie a piani di sviluppo ben definiti e a una governance chiara.

Le regole per attirare il risparmio privato sono in corso di definizione, ma il Ministero dell’Economia nelle sue “linee guida”, ha sottolineato che l’opportunità di sviluppo esiste e che le imprese italiane sono chiamate a coglierla. La leva per convincere i risparmiatori a investire nei PIR è quella fiscale, con azzeramento delle imposte su interessi, dividendi e capital gain. Tuttavia, per ora, esistono ancora problemi pratici da risolvere.

Su questo versante, il Governo ha infatti fissato diversi limiti che devono essere rispettati, pena la perdita dell’agevolazione fiscale. Perciò, ad esempio, per almeno due terzi di ciascun anno di durata del piano, il 70% del valore del PIR deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese residenti in Italia o nell’Ue o in Stati aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo (SEE); di questo 70% almeno il 30% deve essere investito in titoli emessi da imprese non quotate e non si può concentrare su un unico emittente una quota inferiore al 10% dell’investimento complessivo.

Inoltre l’investimento, che non può superare i 30.000 euro all’anno e i 150.000 complessivi, deve essere tenuto per almeno cinque anni.

Normalmente l’investimento è proposto attraverso fondi comuni “conformi ai PIR”, ma il tema vero, tuttavia, è accettarne le caratteristiche di base, che sono quelle di una certa rischiosità, trattandosi di piccole realtà industriali, ma, soprattutto, una durata ampia che serve all’impresa per sviluppare in un tempo adeguato la sua potenzialità.

Valentino Amendola

I bilanci sono come i bikini, il bello resta nascosto.

Fra gli appassionati di analisi fondamentale si diceva una volta che i bilanci sono come i bikini: le parti più interessanti restano nascoste. Oggi diamo molte cose per scontate ma in passato (magari 30 anni fa) conoscere i risultati di bilancio di una società, pur quotata, non era fra le cose più facili del mondo. Soprattutto per le società di piccola e media capitalizzazione.

Per capire l’aria dovevi partecipare alle assemblee degli azionisti dove i soci di maggioranza ti guardavano come un disturbatore di professione se provavi a fare qualche domanda. Sui giornali si parlava solo dei titoli a maggiore capitalizzazione (poco e male) e spesso l’informazione era solo quella ufficiale fornita dalle società.

Allora per visionare un bilancio e cercare di capire dal punto di vista dell’analisi fondamentale quanto poteva valere una società occorreva recarsi nelle sedi delle società ma per avere una copia di un bilancio potevi aspettare anche mesi.

Oppure dovevi recarti fisicamente alla sede della Borsa italiana a Piazza degli Affari dove dentro un armadio di metallo potevi (dopo settimane e settimane dalla pubblicazione) chiedere una copia in consultazione. E non era detto che trovavi proprio il bilancio che ti interessava.

Oggi invece tutto è online. Tutti i bilanci sono disponibili sui siti delle rispettive società. Puoi accedere a tutto l’archivio dei bilanci e anche ai verbali di assemblea (fonte spesso preziosa di informazioni) in formato pdf.

Puoi partecipare in streaming alle conferenze di presentazione delle società e i dati trimestrali sono disponibili il giorno della pubblicazione. E puoi visionare anche i report di moltissime banche d’affari che offrono valutazioni su quasi ogni società mentre sulla Rete è possibile accedere su siti specializzati a opinioni anche alternative.

In termini di accesso all’informazione se ripenso a quello che con pochi clic oggi è disponibile in confronto a 30 anni fa quando ho iniziato a lavorare in questo settore è incredibile quanto tutto sia cambiato.

E’ facile quindi oggi la vita dell’investitore e dell’analista fondamentale? Tutt’altro!

Scovare le “pepite” non è diventato un gioco da ragazzi. E se prima eravamo in un centinaio a fare questo “lavoro”, oggi siamo migliaia o decine di migliaia fra cui anche un crescente numero di investitori esteri.

E oggi rispetto a 20 o 30 anni fa il management di numerose società quotate (assistiti da professionisti e consulenti super pagati) è diventato maledettamente sempre più “abile” a occultare o sminuire il più possibile le situazioni di pericolo e a raccontare che tutto va bene e ci sono sempre “brillanti prospettive per il futuro” come diceva Renato Pozzetto in un celebre film degli anni ’80.

Tutte le società (e non solo le banche) presentano oggi bellissime slide e fantastici “piani industriali” e separare il grano dall’olio è oggi molto più difficile rispetto a un tempo. Una volta poteva anche bastare partecipare a un’assemblea e conoscere dal vivo il management di una società quotata; oggi è molto più difficile.

E così oggi alcuni di quei “titolini” che analizzavamo qualche lustro fa oggi sono diventati dei titoloni. Ma molti titolini o titolacci non sono nemmeno più quotati travolti dagli scandali e dai conti fuori controllo.

Per questo è molto importante quando si investe avere una visione non solo orizzontale ma anche verticale. E avere una memoria storica oltre che un senso critico molto forte.

E anche per questo che alcuni di noi che 30 anni fa guardavano solo i bilanci abbiamo iniziato a guardare anche i grafici e la cosiddetta analisi tecnica e quantitativa (nel mio caso correva l’anno 1986).

Una società dai bilanci o dalle dichiarazioni del management può anche essere molto “sottovalutata” ma se il mercato si muove in modo ostinato e contrario è consigliabile dargli un po’ ascolto. Vi è un’elevata probabilità che le parole di Jesse Livermore si rivelino fondate: “i mercati non sbagliano mai, le opinioni invece molto spesso”. Che aggiungeva come “non è tanto importante comprare al prezzo più basso possibile quanto comprare al momento giusto”.

Fondamentalista avvisato, mezzo salvato.

Salvatore Graziano

Leggi QUI l’articolo originale.

Lavorare di meno non significa improduttività.

Pelle abbronzata, sorriso ancora smagliante e occhiali da sole fino all’ingresso in ufficio, tre facili segnali che contraddistinguono il lavoratore ancora vacanziero, quello appena tornato dalle meritate vacanze.

Il lavoratore che, seduto in ufficio, non ha ancora dimenticato la sensazione della sabbia sotto i piedi, il leggero rumore delle onde del mare o la fresca brezza di un verde prato di montagna. Quello che si intristisce al solo pensiero di riprendere la normale routine giornaliera e che forse solo una buona lettura potrà consolare.

Alcune ricerche dimostrano infatti come lavorare meno ore, abbia effetti positivi sulla produttività di un paese. Guardando le statistiche dell’OECD per il 2015 riguardo le ore lavorative annuali per nazione, qualche sorpresa è subito evidente. Al primo posto, i veri stakanovisti risultano essere i messicani, con 2248 ore annuali pro capite. Non da meno il contributo dei greci che, poco distanti, risultano lavoratori assidui fermandosi a 2033 ore. Non superano soglia 2000 gli Stati Uniti, dove in media ogni persona lavora 1786 ore l’anno. Simile discorso per l’Italia, il Giappone è il Regno Unito che raggiungono le 1723, 1719 e 1674 ore rispettivamente.

Se questi risultati lasciano in parte meravigliati, ulteriore stupore non può che affiorare allo scoprire che all’ultimo posto della classifica si posizionano i tedeschi, con sole 1368 ore l’anno. È esatto, l’emblema dell’efficienza europea occupa l’ultimo gradino della classifica, richiedendo ai propri dipendenti un ridotto sforzo lavorativo.

In termini di produttività, ossia osservando il PIL nazionale per ora lavorata, i risultati vengono praticamente capovolti. Sempre secondo l’OECD, nel 2015 gli Stati Uniti hanno ottenuto il primato con una produttività di circa 62,9 dollari, poco lontana la pigra Germania che si mantiene su livelli elevati con 59 dollari l’ora. Performance soddisfacente anche per Italia, Giappone e Regno Unito, con 47,7, 41,4 e 47,8 dollari rispettivamente.

E i virtuosi messicani e greci? Tanto lavoro, ma magro bottino. Se la Grecia riesce a ottenere 31,3 dollari, il Messico fa decisamente peggio, raggiungendo solamente 18,5 dollari a ogni ora lavorata.

Guardando questi risultati, è ovvio chiedersi quale sia la ricetta perfetta. Meglio lavorare più a lungo o meglio avere giornate più brevi? Vari elementi possono influenzare la scelta. Differenze nella cultura nazionale, hanno per esempio il loro effetto e preferenze per tempo libero ed esigenze familiari, giocano inevitabilmente un ruolo nel bilanciamento lavoro-vita privata.

Similmente, quella che viene definita come “peer pressure”, (condizionamento di gruppo), è quasi sempre considerata nella decisione finale. L’influenza di colleghi, amici e conoscenti è maggiore di quanto si creda. Senza farci caso, uomini e donne tendono ad assorbire le abitudini di chi li circonda.

Se il caffè al mattino diventa tradizione per il proprio team di lavoro, pur non amando il caffè, si cercherà lo stesso di aggregarsi al gruppo, magari portando da casa qualche bustina di tè. Se il proprio collega di scrivania arriva leggermente prima dell’orario dovuto, per poi fermarsi una mezz’ora in più ogni giorno a fine giornata, si sarà maggiormente motivati a fare lo stesso o quantomeno a rispettare religiosamente gli orari d’ufficio.

Lavorare di più o di meno è anche conseguenza di scelte statali e sindacali. Quando ogni mese la busta paga è pesantemente colpita da tasse e contributi, è ovvio che la volontà di lavorare più del dovuto cali in maniera proporzionale. Allo stesso modo, il ruolo dei sindacati e i contratti negoziati, necessariamente condizionano l’ammontare delle ore lavorate.

Considerando questi fattori, rispondere alla domanda è pressoché impossibile. Tuttavia, dati alla mano, lavorare di meno non sembra sinonimo di improduttività, anzi. Quando passare meno ore in ufficio è una scelta volontaria e non una distorsione del sistema economico, tale scelta può migliorare il benessere personale senza incidere negativamente sul prodotto finale. Tra i vantaggi di un orario giornaliero ridotto, ci sarebbero il miglioramento della qualità della vita, con minor stress, minori incidenti sul lavoro e maggior tempo da dedicare ad attività extra lavorative.

Analogamente ulteriori benefici sono evidenti per ambiente e società. Suddividere un carico di lavoro full-time, tra due posizioni part-time, permetterebbe ad esempio di ridurre il tasso di disoccupazione. Utilizzare macchinari ed energia per minor tempo, aiuterebbe poi a ridurre le emissioni di CO2 e migliorare la sostenibilità dell’attività economica.

Alla luce di questi dati, non ci sono motivi per non concedersi qualche altro giorno di vacanza senza provare rimorsi. Se sulla carta qualità batte quantità, l’ozio può trasformarsi in padre di tutte le virtù.

Fonte DB

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