Il festival delle tasse e dell’ignoranza.

Ecco ci risiamo, sembra di tornare all’ignoranza dell’estate 2011 (ignoranza nel senso di non conoscere), quando tutti parlavano di spread senza capire di cosa si trattasse. In questi ultimi giorni, oltre a Sanremo, si è assistito al festival della “rendita finanziaria”, come se fosse responsabile del dissesto finanziario dello stato. Occorre approfondire. Il risparmio delle famiglie, dal Dopoguerra in poi, è quello che ha permesso a molti di migliorare nel tempo il proprio tenore di vita, di mandare i figli a scuola e aiutare il PIL del paese attraverso i consumi generati dalle cedole. In questi anni di recessione il nostro paese è rimasto in piedi soprattutto grazie a questo, ossia il non essere stati propensi a spendere più di quello che si guadagnava o ricorrere al credito al consumo, tipico soprattutto all’estero e in particolare nel sistema anglosassone ed americano. Infatti, gli effetti del post “subprime” del credito in quei paesi sono stati devastanti: impossibilità di pagare mutui, crollo del settore immobiliare, famiglie intere che dalla sera alla mattina si ritrovavano senza nulla e piene di debiti. Per fortuna, invece, nel nostro vituperato paese non è andata così, anche se negli ultimi anni una serie di fattori negativi abbiamo cercato di importarli ugualmente. Ancora oggi i risparmi di tanti nonni e padri, permettono ai giovani senza lavoro di affrontare la crisi meglio di altri coetanei nel mondo. Pertanto, in un mondo perfetto, i risparmi, frutto di sacrifici e derivanti da lavoro già tassato alla fonte, non dovrebbero neppure essere tassati come avveniva fino all’inizio degli anni 90.

 Nessuno si è ancora reso conto che sui risparmi esiste già una sorta di patrimoniale progressiva in vigore fin dallo scorso anno quando sono stati tolti i limiti dei bolli sui depositi titoli; inoltre gli strumenti come le obbligazioni sono stati in questi ultimi anni un polmone finanziario enorme per le aziende che hanno potuto sopperire alla crisi del sistema creditizio, rivolgendosi direttamente al mercato. In questo caso la cedolare aumentata già nell’estate del 2011 dal 12,5% al 20%, pone comunque una distinzione tra i titoli di stato e le obbligazioni societarie. Andare ad aumentare ancora questa tassazione allargherebbe il divario e costringerebbe le aziende ad offrire dei tassi d’interesse più alti per poter essere concorrenziali con i titoli di stato. Sui prodotti considerati speculativi, i “professori esperti” del governo tecnico, senza ascoltare gli addetti ai lavori, avevano già pensato ad introdurre, unico stato in Europa insieme alla Francia, la Tobin tax, prevedendo un gettito di 1,1 miliardi di euro. Bene, il risultato è stato di 250 milioni; i capitali si spostano, le piattaforme sono internazionali, vengono persino a pubblicizzarsi nel nostro paese, consentendo di operare fuori dall’Italia senza pagare la Tobin tax.

Complimenti quindi, a fronte di 250 milioni di tassa, l’indotto ha perso molto di più con conseguenze pericolose anche sul fronte occupazionale, un esempio riguarda le compravendite eseguite su Borsa Italiana che dall’entrata in vigore della tassa sono calate del 17% circa come volumi, in pratica quasi 18 miliardi in meno scambiati al mese. Pertanto aumentare la tassazione sui titoli, provocherebbe lo stesso contraccolpo, a fronte di potenziali 2-2,5 miliardi d’introiti si avrebbe ancora di più uno scollamento tra lo stato ed i cittadini, oltre a generare una sfiducia nel mondo finanziario. Un esempio: con i tassi attuali, Bot a 12 mesi allo 0,55% di rendimento; un titolo decennale al 3,5%, se tolgo tutte le tasse ed i costi di un deposito titoli, forse tenere i risparmi sotto il materasso costerebbe meno. Molti “esperti” però obiettano che all’estero i titoli sono tassati mediamente tra il 25% ed il 30%; dimenticando però che le stesse aliquote sono applicate su tutto; non sia che anche qui si proceda in questo senso, al 50% però!

Guardando ai mercati, la parte azionaria ha visto un trend laterale anche se ricco di spunti soprattutto nel settore editoriale dove dietro a Rcs si sono mossi molti titoli tra cui Class Editori. L’indice Ftse Mib ha ormai consolidato sopra quota 20000 punti, un po’ condizionato nelle ultime sedute dalla crisi in Ucraina che potrebbe raffreddare i rapporti tra l’occidente e la Russia di Putin. Straordinaria settimana invece sul fronte dei titoli di stato, con il nuovo record al ribasso per IBOT 6 mesi che rendono lo 0.45%, buona la domanda in asta per il nuovo BTP 3.375% 2024 che è stato venduto per 4 miliardi di euro e un rendimento lordo finale del 3.42%, livello più basso da settembre 2005 e decisamente in calo rispetto all’asta del mese scorso (3.82%). In ribasso anche i rendimenti del BTP a 5 anni , collocati 3 miliardi di euro al rendimento del 2.14%, livello record mai registrato dopo il 2005.

Un buon successo le emissioni sul mercato dell’euro di questi giorni: Philip Morris, A2/A con un doppio deal sulle due scadenze 3/3/2021 per 750milioni con cedola 1.875% e sulla scadenza 3/3/2026 per 1 miliardo con cedola 2.875%. Oltre 6.5 miliardi di euro gli ordini degli investitori ed i titoli hanno guadagnato oltre un punto percentuale dal prezzo di emissione. Deal fotocopia per Imperial Tabacco, Baa3/BBB con 1 miliardo sulla scadenza 26/2/2021 con cedola 2.25% e 650 milioni di euro sulla scadenza 26/2/2026 con cedola 3.375%. Forte l’interesse degli investitori su questo nome, con oltre 9.5 miliardi di euro di ordini, buona performance dei titoli soprattutto sulla scadenza a 12 anni con i titoli, emessi a 99.60 ed oggi scambiati a 101.25.

Stessa struttura anche per BP Capital con due bond da 1 miliardo sulla scadenza 28/9/2021 con cedola 2.177% e sulla scadenza 27/2/2026 con cedola 2.972%. Anche qui molti gli ordini degli investitori istituzionali (circa 500) per un controvalore di 7 miliardi. Dopo i primi scambi i titoli hanno guadagnato circa 2 punti.

La francese Renault, Ba1/BB+ si e’ finanziata con 500 milioni sulla scadenza a 7 anni, 5/3/2021 con cedola 3.125%.

Tra gli emittenti finanziari da segnalare: Phojola Bank con rating Aa3/AA- con 750 milioni di euro, cedola 2% e scadenza 3/3/2021. I titoli emessi a 99.368 oggi sono scambiati a 100.50.

Abn Amro Bank, A2/A ha emesso 500 milioni di euro a tasso variabile, cedola trimestrale 3m+80 e scadenza 6/3/2019.

Tra gli high yield, Hella Kgaa Hueck, Baa2 con 300 milioni , cedola 1.25% sulla scadenza a 3 anni, 7/9/2017. L’offerta si e’ conclusa con la partecipazione di 140 investitori da tutta Europa per un controvalore di 1.6 miliardi di euro.

Google, AA, offre interessi del 3.38% per dieci anni. Dopo il suo primo collocamento da 3 miliardi di dollari nel 2012, il colosso internet ha piazzato recentemente un altro bond presso investitori istituzionali e retail con cedola 3.375% e scadenza 25/2/2024 e callable dopo il quinto anno per 1 miliardo. Cisco System lancia megabond da 8 miliardi di dollari. Il leader mondiale delle infrastrutture tecnologiche ha emesso obbligazioni in dollari a varie scadenze (3, 5 e 7 anni) e l’offerta si è conclusa con la partecipazione di investitori da tutto il mondo per un ammontare complessivo di ordini pari a 21 miliardi di dollari. ICAP Group, Baa2/BBB ha collocato 300 milioni di euro sulla scadenza 6/3/2019 e un rendimento del 2.90%; Gas Natural, Baa2/BBB con 500 milioni di euro sulla scadenza decennale e un rendimento nell’area 2.75%.

Tra i rumours che girano nelle sale operative: Danske con un tier1 perpetual NC6, Santandercon un tier1 perpetual NC5, Avinor, la societa’ aeroportuale norvegese con rating A1 ,Wesfarmer Ltd, A-/A3 e Hunday Capital Service, Baa1 hanno dato mandato per organizzare un roadshow la prima settimana di marzo per presentare il proprio piano industriale con obiettivo finale l’emissione di un nuovo bond.

 

Carlo Aloisio

 

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Italia, 4°investitore in Slovacchia.

L’Italia oggi rappresenta il quarto investitore estero più importante in Slovacchia. Le imprese a capitale italiano sono il sesto datore di lavoro estero più importante.

15 anni di esperienza nel settore del commercio internazionale e degli investimenti esteri permette alla Camera di Commercio Italo – Slovacca di contribuire allo sforzo comune di rappresentare la Repubblica Italiana in Slovacchia (il sistema paese). Il nostro obiettivo è quello di adeguare la cooperazione economica tra i due paesi alle nuove tendenze dell’economia mondiale e insieme con le istituzioni e le imprese più importanti confermare la posizione di rilievo degli investimenti italiani nell’Europa centro-orientale.

Secondo un\’analisi di UniCredit Bank dell’ottobre 2012, fino al18% degli investimenti italiani che arrivano nella regione CEE sono destinati in Slovacchia. La Slovacchia costituisce quindi la seconda destinazione più importante per gli investimenti italiani nella regione. La quota italiana sugli investimenti esteri complessivi in Slovacchia arriva all’8%, che sta ben al di sopra della media della regione (circa il 3%).

Secondo il sondaggio realizzato dalla CCIS tra gli imprenditori italiani nel novembre 2012, i principali motivi dell’attrazione per gli investitori italiani in Slovacchia sono la competitività sul lato dei costi generali d’ impresa e la vicinanza dei mercati dell’Europa orientale. Più della metà degli imprenditori italiani intervistati (53%) percepisce la Slovacchia come un “porto sicuro” per la costituzione di una nuova impresa nell’attuale situazione in Europa.

 

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Le quattro A che salveranno l’Italia. Da esportare!

Macchè tripla A. Spiace per le Cassandre dell’economia finanziaria, ma le vere, uniche 4 A che contano sono quelle del Made in Italy e stanno tornando a crescere : AUTOMAZIONE, ABBIGLIAMENTO, ARREDAMENTO e ALIMENTARE. Puntando su qualità e mercati esteri, ce la possiamo fare ! “

Alla Cgia di Mestre hanno appena lanciato l’allarme sul pericolo che sotto i colpi dell’IMU, calo dei consumi e avanzata della grande distribuzione, entro la fine di quest’anno potrebbero sparire qualcosa come 150 mila piccoli imprenditori, e proprio non ti aspetti quest’improvvisa ventata di fiducia. Ma non è casuale.

Perchè l’ufficio studi della Confederazione degli artigiani di Mestre, ha appena aggiornato i dati sull’export, regione per regione, e soprattutto i risultati che arrivano dalle esportazioni dei singoli distretti industriali. Scorrere quei numeri tira davvero su il morale. E’ tornata la crescita a 2 cifre.

A trainare chi ha puntato sull’estero per reagire alla crisi, c’è ancora una volta la Lombardia con ricavi ben oltre i 100 miliardi di Euro e una ripresa che nell’ultimo anno ha sfiorato l’11%, seguono il Veneto, (50 miliardi con un incremento del 10,2 %), e l’EmiliaRomagna, (47 miliardi e un + 13,1 %).

Ma se si scorre la classifica, si scopre che nella Top Ten delle regioni che hanno scommesso sul mercato globale ci sono Sicilia, Marche e Campania. Sull’isola, in particolare, con oltre 15 punti percentuali di incremento, festeggiano il ritorno al tetto dei 10 miliardi di produzione esportata, valore che non si vedeva dal 2008, quando il fatturato export era precipitato a poco più di 6 miliardi.

Chi pensava che i distretti fossero ormai morti deve ricredersi. Stanno recuperando quanto perso nel momento più acuto della congiuntura, dimostrando una grande capacità di reazione “, sottolinea il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi. “ E poi, buona parte di questi vanno all’estero e conquistano quote di mercato con i prodotti tradizionali della qualità Made in Italy “.

Ed eccole le 4 A di cui parla Bortolussi : c’è il polo dei metalli di Brescia che oltreconfine ha superato i 3 miliardi di ricavi con un aumento che nel solo 2011 si è avvicinato al 30 %, ci sono le pelletterie e le calzature di Firenze che crescono allo stesso tasso. Tornano a respirare la moda e il tessile con Biella che viaggia sul + 15,9 % e Prato sul + 7 %, e ancora i distretti del mobile del Livenza e del quartiere del Piave, che toccano la vetta dei 2 miliardi di euro, e i vini piemontesi di Langhe, Roero e Monferrato che spopolano con un export in risalita di oltre 13 punti percentuali.

M.P.

 

Speculazione americana e Euro

Gli autori della proposta, Kenneth Griffin, il fondatore della Citadel Investment, una pupilla di Wall Street, e Anil Kashyap, l’economista della Booth school of business di Chicago, dicono che non è una provocazione.

L’unica maniera di salvare l’Euro, affermano, è che la Germania e non la Grecia esca dalla sua area. Secondo i due guru americani, se la Germania avesse davvero a cuore il futuro dell’unione europea annuncerebbe che ritornerà gradualmente al Marco. L’effetto, hanno scritto sul New York Times, sarebbe positivo.

L’Euro si svaluterebbe, rilanciando le economie dei Piigs, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, i cui capitali ora parcheggiati all’estero rientrerebbero.

Come l’Inghilterra “, concludono Griffin e Kashyap, “ la Germania farebbe sempre parte dell’Europa “. La provocazione, (perchè è tale anche se lo negano), scaturisce dalla convinzione dei due guru e di parte dell’America, che la Germania non approverà mai l’emissione di Eurobond, il rimedio estremo, che la crisi europea non si risolverà e che “la continua perdita di capitale umano e dignità nazionale” dei paesi più indebitati farà implodere l’Euro.

Ma tale convinzione non tiene conto della svolta di Bruxelles di fine giugno, di cui è artefice Mario Monti, né del fatto che per la Germania più che per qualsiasi altro paese, l’Euro è stato un moltiplicatore di potenza economica e politica. Per Berlino il ritorno al Marco, (in questo caso in forte apprezzamento), significherebbe esportare di meno in tutto il mondo, in particolare in Europa, il suo massimo mercato, e ridimensionare crescita e potere.

C’è un’espressione inglese che definisce perfettamente la proposta di Griffin e Kashyap : “Wishful thinking”, gli piacerebbe. Piacerebbe molto ai mercati, cioè alla finanza privata americana che ha speculato e continua a farlo ai danni dell’Euro, non scontrarsi più con i paletti di Bruxelles e fare il bello e il cattivo tempo in un’Europa frammentata e indebolita.

Ma a parte quel che ne auspica Wall Street, l’Euro è venuto per restare. I leader europei lo hanno dimostrato appunto con gli accordi sull’accesso al Fondo salva-stati per l’acquisto dei titoli dei Piigs e sui sussidi di 100 miliardi di Euro alle banche spagnole più a rischio, nonché con il Patto di crescita di 120 miliardi e il varo del project bond per le infrastrutture, e con il rafforzamento del ruolo della Banca Centrale Europea.

Sappiamo tutti bene che quest’ultima svolta non basta, che occorre stabilire in fretta a quali condizioni si possa ricorrere al Fondo salva-stati e chi debba essere il supervisore del Patto di crescita, due punti fondamentali su cui la Germania da una parte e l’asse Italia-Francia-Spagna dall’altra rimangono in contrasto.

Ma ormai è chiaro : L’UE ha cominciato a colmare il vuoto politico che la ha paralizzata per tre anni e l’Euro si è avviato su una strada più sicura, che diventerebbe più facile se la BCE riducesse i tassi, come è possibile.

Non illudiamoci che la fattiva reazione dei mercati all’exploit di Monti duri a lungo, avremo battute d’arresto e forti contraccolpi. Prepariamoci anche a un autunno caldo. Ma con fiducia e determinazione in un futuro dell’Euro che mantenga uniti Italia, Germania e compagni.

 

 

Ennio Caretto

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