L’interferenza famigliare nell’impresa italiana.

In Italia oltre il 90% delle imprese è di proprietà familiare. Molte di queste aziende si sono sviluppate grazie all’inventiva e alla determinazione di imprenditori, che hanno concepito l’impresa come luogo di affermazione individuale, ma raramente come luogo di condivisione. È evidente che garantire la continuità e la capacità competitiva dell’impresa familiare attraverso le generazioni, sia un tema sempre più centrale in contesti in rapidissima evoluzione.

Per raggiungere questo obiettivo, occorre prevedere una fase intermedia di condivisione tra le generazioni, volta a creare una coscienza comune del valore della società, sia dal punto di vista tangibile ma soprattutto da quello intangibile. Il valore patrimoniale di un’impresa familiare, non è certamente composto da asset reali e finanziari ma anche da capitale umano, reputazione, sociale, senza i quali si annulla la sostenibilità e la capacità di valorizzazione degli altri beni.

Spesso il numero degli attori coinvolti, complica le cose in quanto si confrontano codici culturali, competenze e aspettative individuali diverse e si creano situazioni tali da inibire lo sviluppo dell’azienda, o condurre verso più semplici decisioni di vendita delle partecipazioni. Molte delle cessioni di aziende familiari a player internazionali, un fenomeno che ha caratterizzato l’ultimo decennio, sono state motivate dal desiderio di non affrontare con metodo, questa fase di complessità umana prima che finanziaria.

Gli imprenditori senior sono chiamati a individuare chi, tra i successori, abbia la passione e l’istinto per creare valore per l’azienda, assecondando le aspirazioni individuali e valutando come le singole competenze si integrino con quelle dei vertici aziendali. L’obiettivo è proteggere la titolarità e il controllo dell’azienda, riconoscendo un ruolo e valore ai membri della famiglia che siano esclusi dalla gestione operativa e che possono comunque essere azionisti e capaci di apportare proficuità all’identità del “marchio” della famiglia impresa.

Per gestire la complessità dell’impresa familiare, bisogna adottare regole che partano dai valori guida, in cui la famiglia si identifica, ancor prima di guardare alle scelte finanziarie e alle strutturazioni legali e fiscali. Ciò significa identificare consapevolmente le componenti intangibili, a cui ogni membro della famiglia saprà dare nel tempo valore e fedeltà, ispirandovi le proprie attività economiche, sociali, pubbliche.

Patrizia Misciattelli Delle Ripe

Criptovalute e tasse: il contante è contante il Bitcoin no.

Il pagamento di un bene immobile in Bitcoin, o altra criptovaluta, viola le norme in materia di limitazione dell’uso del denaro contante o quelle in materia di indicazione analitica dei mezzi di pagamento?

Quello sopra è un quesito che un professionista a posto al Consiglio Nazionale del Notariato (CNN). La risposta fornita dal CNN è interessante perché favorisce alcune considerazioni  sulla attuale percezione del fenomeno criptovaluta.

In primo luogo viene stabilita una regola: La disposizione sulla limitazione del contante non si applica ai Bitcoin, (ancorché comunemente noto come contante digitale), in quanto si tratterebbe di una inammissibile interpretazione evolutiva della norma. Il contante è contante, il Bitcoin … no.

In secondo luogo, quale corollario per così dire tecnologico, si afferma che l’indicazione delle chiavi pubbliche non soddisferebbe il requisito della tracciabilità, in quanto non consente di risalire al titolare del portafoglio virtuale, l’indicazione delle chiavi private associata alle chiavi pubbliche, (che comunque non dà certezze legali sulla titolarità del conto virtuale), è improbabile già che renderebbe pubblico lo strumento per disporre della valuta virtuale.

Non è questa la sede per affrontare gli aspetti critici, e forse deboli, di questa interpretazione, che ci porterebbe ad effettuare un’analisi dei concetti di chiavi asimmetriche pubbliche e private e sulla possibilità di crearne ad hoc per la transazione, ma lo spunto offerto porta alla mente un’altra domanda, il Bitcoin è una moneta?

A tutti sono note le funzioni della moneta, è unità di conto, mezzo di pagamento, mezzo di scambio, riserva di valore. Il Bitcoin o le altre criptovalute possiedono queste caratteristiche? Come ci immaginiamo un bilancio definito in Bitcoin? Come rappresentiamo la sua volatilità, con quali strumenti? Forse non è adattabile al concetto di unità di conto.

Più semplice invece pensarla come mezzo di scambio, perché definito il valore all’istante dello scambio questo si cristallizza. Baratto evoluto, 4.0? Forse sì, atteso che anche nel comune parlare, la similitudine che viene spesso fatta per definire il processo che genera i Bitcoin, è quello della miniera d’oro. Bene che poi viene per così dire dematerializzato, facendolo diventare una commodity che può essere trasferita. Ritorna complessa la valutazione quale mezzo di pagamento, ha veramente effetti liberatori. Siamo sicuri che la sua volatilità non trovi dei limiti giuridici nella solvibilità? Da un punto di vista di stabilità delle transazioni siamo sicuri che sia accettabile che un mezzo di pagamento, diventi un problema? Infine può essere il Bitcoin una riserva di valore? La sua giovinezza, il limite quantitativo cui è stato concepito e la conseguente oscillazione del suo valore, inducono ancora una volta alla prudenza.

Nello stesso modo si è autorevolmente espresso di recente il governatore della BCE Mario Draghi, il quale ha avuto occasione di affermare che “Un euro oggi, è un euro domani. Il suo valore è stabile. Il valore del Bitcoin oscilla enormemente”. Queste lunghe premesse introduco un altro ragionamento, la cessione di Bitcoin che tipo di reddito genera? La complessità dell’ordinamento tributario italiano, non permette in questa sede di affrontare tutti i casi possibili legati ai soggetti che intervengono nella transazione e all’oggetto della transazione. Immaginando che la fattispecie più ampia sia quella della persona fisica che detiene Bitcoin e ad un certo punto li venda, a questa si vuole fare riferimento.

La vicenda è complessa anche perché la mancanza di una definizione esatta di criptovaluta può generare una certa confusione, confusione in cui è caduta anche l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 72/E del 2016 che ha considerato le criptovalute alla stregua di banconote estere. Tale assunto ha condotto poi alla affermazione che “le operazioni a pronti, acquisti e vendite, di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”.

Tutto bene quindi? Forse no, e il motivo del dubbio lo abbiamo prima espresso, la criptovaluta non sembra essere una valuta perché non ha le caratteristiche, o meglio non le ha tutte. Secondo me la definizione di mezzo di scambio tra le controparti, risulta coerente e ragionevole con l’attuale ordinamento tributario. Le operazioni in criptovaluta, di fatto sembrano più vicine alle operazioni di baratto o permuta. La permuta comporta in sostanza, la vendita di un proprio bene, (la criptovaluta), al fine di ottenere in cambio come corrispettivo un altro bene di valore corrispondente o della prestazione di un servizio di ugual valore. L’attività di vendita di criptovalute è assimilabile ad una operazione occasionale, (sempre che si tratti effettivamente di un’attività occasionale e non abituale).

Il testo unico delle imposte dirette disciplina all’articolo 67, il trattamento dei redditi diversi che provengono da tali attività, definendole all’articolo successivo plusvalenze. In questo caso la plusvalenza si determina come differenza, tra il valore di cessione del bene ed i costi sostenuti per il suo acquisto, evidentemente il prezzo pagato, ragionevolmente corrispondente al valore di quotazione del giorno di acquisto.

Alla stessa conclusione possiamo arrivare quando operiamo per la conversione della criptovaluta in valuta corrente, trattandosi in tal caso di una cessione a titolo oneroso, (il ricevimento di euro o d’altra valuta), del bene criptovaluta, attuando quindi uno scambio.

Chi ha dato le prime risposte concrete: il caso della Svizzera. In questo paese infatti le regole sono già più definite. Le autorità elvetiche hanno fatto una scelta di campo e hanno considerato le criptovalute come delle vere e proprie valute estere. In Svizzera poi riguardo alle imposte dirette, l’acquisto e la vendita delle criptovalute è da considerarsi un’operazione fiscalmente assimilata a una transazione di valuta tradizionale, appartenente alla sfera privata del contribuente, e quindi non tassabile. Esiste tuttavia un’eccezione per i residenti svizzeri, che effettuino delle negoziazioni frequenti in criptovalute, le quali possono configurare il “quasi commercio di titoli” e soggiacere all’imposta sul reddito. Insomma le opzioni sono ancora molte e il tavolo dei regolatori è senz’altro ben affollato di documenti.

Il primo approccio formale arriva dal recepimento della IV direttiva antiriciclaggio che ha riscritto il dlgs 231/2001 introducente obblighi precisi nella identificazione dei soggetti che operano in Bitcoin, in funzione dei quali deve rimanere traccia reale di chi investe nell’algoritmo, cioè intervento prima che l’investimento si dematerializzi e viaggi all’interno e per mezzo della “blockchain”. La richiesta di tracciabilità risponde presumibilmente alla constatazione che a monte, la transazione iniziale con cui si acquistano le criptovalute è una transazione reale a contenuto economico.

Ora attendiamo i prossimi provvedimenti.

Costantino Magro

Governo Lega-M5S fine dell’austerità?

Dopo le elezioni politiche dello scorso 4 marzo il nuovo governo italiano comincia a prendere forma, grazie all’accordo raggiunto tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle per formare una coalizione di governo. Si prevede che la coalizione chiederà alla Banca Centrale Europea di “azzerare” o congelare i 250 miliardi di euro del debito pubblico italiano e di creare un meccanismo che permetta ai paesi dell’euro zona di uscire dalla moneta comune.

Un altro progetto della coalizione prevede la riduzione del contributo italiano al bilancio dell’UE. Inizialmente i mercati hanno reagito facendo salire il rendimento del titolo decennale italiano dall’1,872% al 2,117%, mentre l’euro è rimasto generalmente stabile. Tuttavia i programmi di massiccio stimolo economico del nuovo governo, potrebbero rimescolare nuovamente le carte in tavola.

In sintesi, il piano della coalizione prevede la fine della cosiddetta “austerità”, che sarà sostituita da una politica di bilancio fortemente reflazionistica, basata sulla riduzione delle imposte e sulla cessione di beni di proprietà pubblica. Dopo due “decenni perduti”, non solo per la stagnazione economica, ma anche per il reale e inusitato declino degli standard di vita, queste riforme potrebbero ridare fiato all’economia del paese, in modi non ancora considerati dai mercati.

Al nuovo governo non sarà certamente sfuggito che, se a settembre la BCE metterà fine al programma di acquisto di titoli, come è previsto che faccia, l’Italia si troverebbe privata di una fonte indispensabile di liquidità. Pertanto una reflazione fiscale cadrebbe proprio al momento giusto per compensare ciò. Ad ogni modo l’operato del nuovo governo, qualunque sarà, sicuramente non lascerà i mercati finanziari indifferenti.

Luigi Sottile

Grecia, Cipro e ora Italia: storia delle Euro-cavie.

Marc-Antoine Muret (nella foto) nacque ricchissimo a Limoges nel 1526 e morì ancora più ricco a Roma nel 1585. La cura intelligente delle sue fortune non gli impedì di formarsi una vastissima cultura filosofica e giuridica, di diventare precettore di Montaigne, di tenere seguitissime conferenze al Collège de Boncourt (re Enrico II e la regina, entusiasti, lo vollero come filosofo di corte) e di trascorrere i suoi ultimi anni, ormai celebre in tutta Europa, come professore a Padova e alla Sapienza, a cui lo chiamò papa Gregorio XIII. Una vita perfetta di un grande umanista, dunque, che fu però tormentata, negli anni centrali, da ricorrenti accuse di sodomia, che nel clima del calvinismo in rapida crescita in Francia e in quello della Controriforma in Italia si tradussero in arresti, processi e condanne al rogo alle quali Muret sfuggì più volte rocambolescamente. Nella prima di queste fughe, con il fisico già debilitato dallo sciopero della fame nelle carceri parigine, traversò le Alpi e giunse in Italia travestito da povero e gravemente malato. Ricoverato anonimo in ospedale, fu scelto dai medici, che non sapevano chi fosse, come cavia di nessun valore per una nuova rischiosissima cura. Experimentum in corpore vili, scrissero nei loro appunti. Muret scappò in tempo dall’ospedale, ma da allora il concetto di esperimento in corpore vili viene utilizzato per distinguere la ricerca asettica (che si fa in laboratorio o attraverso modelli e simulazioni) da quella che si fa sul campo in condizioni caotiche e, soprattutto, sulla pelle delle persone, che a loro volta reagiscono e interagiscono. Gli economisti amano molto modelli e simulazioni, ma nulla è paragonabile agli esperimenti reali che vengono condotti ogni tanto nel corpo vile (e spesso non così vile, come nel caso di Muret) delle nostre economie e società. Un concetto può essere buono o cattivo sulla carta, ma è poi la sua concreta attuazione, che può avvenire in molti modi e non in uno solo, a darci spunto per le riflessioni più interessanti.

Si sa che l’euro, moneta senza stato, è un grande esperimento. All’interno del programma di ricerca dell’euro c’è poi un sottoprogramma, l’Italia nell’euro (ovvero l’Italia in un’area monetaria subottimale, per dirla tecnicamente) anch’esso di grande rilievo. Dall’esperienza più che trentennale dell’Italia nell’euro, nella quale includiamo la fase preparatoria, emerge quanto siano state decisive, più dell’euro in sé, le modalità della sua implementazione e gestione. Quattro grandi errori sono stati commessi in questi trent’anni, due prima della partenza dell’euro nel 1997 e due nella fase successiva. Il primo, nella lunga fase di preparazione, è stato quello di provare a difendere livelli della lira troppo alti, dissipando ogni volta grandi fortune in un’inutile difesa del cambio salvo puntualmente capitolare e svalutare. Il secondo, alla partenza dell’euro, è stato il livello di aggancio lira-marco decisamente troppo alto. Certo, gli industriali tedeschi l’avrebbero voluto ancora più alto, ma la scelta di Ciampi di pagare questo prezzo come biglietto d’ingresso non fu certo ottimale. Ciampi era animato da spirito tipicamente mazziniano-azionista (gettare il cuore oltre l’ostacolo, con indiscutibile nobiltà di intenti ma anche con indifferenza rispetto ai costi) e pensava, come Kohl, che il momento storico fosse irripetibile e che l’occasione non dovesse andare persa. In realtà si sarebbe potuto fare tutto con calma e aspettare qualche anno, ma questo allora non lo si poteva sapere con certezza. Questi primi due errori, per quanto costosi, sarebbero stati riassorbiti col tempo se non fossero intervenuti senza soluzione di continuità il terzo e il quarto, molto più gravi. Il terzo fu di lasciare intendere, dal 1997 al 2009, che i debiti governativi europei erano tutti privi di rischio. Certo, nei trattati e negli statuti della Bce si scrisse il contrario, ma si lasciò in vigore quello che era stato deciso a Basilea nel 1988, e cioè che le banche non avrebbero dovuto accantonare capitale a fronte degli acquisti di titoli governativi, qualificandoli in pratica come privi di rischio. L’Italia e gli altri paesi mediterranei si trasformarono così, agli occhi dei mercati, in risk-free ad alto rendimento. Questa idea, che nessuno mai smentì, si trasformò in un flusso imponente di capitali verso di noi, un fenomeno che tipicamente capita ai paesi emergenti quando si scoprono improvvisamente ricchi di qualche minerale o appetibili perché si convertono a politiche probusiness.

In queste circostanze gli emergenti rivalutano oppure, come è venuto di moda negli ultimi anni, mantengono il cambio stabile riciclando e sterilizzando la valuta in entrata comprando titoli esteri e sigillandoli dentro un fondo sovrano per le future generazioni. Gli emergenti che non rivalutano e non creano un fondo sovrano si trovano costretti a bilanciare il surplus di capitali con un deficit corrente e si mettono ad alzarsi gli stipendi, a creare un disavanzo di bilancio, a consumare e a importare più che possono. Fanno una bella vita, si intende, salvo poi trovarsi con i conti in grave disordine e una bassa produttività il giorno in cui il loro petrolio scende di prezzo o i capitali esteri decidono di tornarsene a casa. L’Italia, inserita a cambio fisso nell’euro, non poté rivalutare. Né le venne in mente di fare la brava formica e sterilizzare in un fondo sovrano di titoli esteri i capitali esteri in valuta tecnicamente estera che le piovevano addosso per comprare Btp. Fece la cicala, si alzò le retribuzioni diventando meno competitiva, consumò, importò e pensò che i tassi bassi resi possibili dagli afflussi dall’estero e dall’essere di fatto risk-free sarebbero stati per sempre. L’Italia, in pratica, si fece cogliere nelle peggiori condizioni dal cigno nero del 2008- 2009. Per un paio d’anni reagì come tutti gli altri, perfino meglio degli altri, perché si giocò venti punti di Pil in ammortizzatori sociali della crisi quando gli altri se ne giocarono trenta. Il livello assoluto del suo debito dava però molto nell’occhio e si accompagnava a un disavanzo delle partite correnti che alle orecchie tedesche suonava malissimo. Vedendo che le cose in Italia, benché in via di stabilizzazione, non miglioravano, la Germania nel 2011 ebbe una crisi di nervi e proclamò in forma solenne il dogma della fallibilità del debito sovrano dell’eurozona. Alzando inni alla funzione pedagogica dello spread commise il quarto grande errore rovesciando di 180 gradi il terzo errore e commettendone uno opposto e ancora più grave. I capitali esteri investiti in Italia vennero richiamati in patria, i tassi esplosero e l’Italia fu costretta all’austerità e alla svalutazione interna nel peggiore momento possibile. La produzione industriale cadde di un quarto e si portò con sé un’ondata di fallimenti che negli anni successivi avrebbe messo in grave crisi le banche con gli effetti che ben conosciamo. Con il Quantitative easing e con il “qualunque cosa per salvare l’euro” la Bce fermò l’emorragia e contenne gli effetti del quarto errore, che lasciò comunque dietro di sé una scia di lutti e di rovine che arriva fino ai giorni nostri. Come si vede il povero euro, di per sé, non ha colpe gravi e ha anzi qualche merito.

Sono tutte le condizioni intorno all’euro, con colpe europee e colpe italiane, che hanno creato il grave disordine metabolico dell’Italia, ipernutrita quando stava bene fino al 2008 e poi dissanguata quando stava male negli anni successivi. Oggi l’Italia sta benino come conti. Ha un avanzo primario non disprezzabile, un surplus delle partite correnti ottenuto sì con la deflazione salariale ma anche con una miracolosa ripresa della nostra competitività nelle nostre grosse nicchie di forza. Le banche hanno un problema strategico di profittabilità, ma non hanno più quello della sottocapitalizzazione. La somma di debito privato e pubblico in rapporto al Pil è uguale, non superiore, a quella di quasi tutti i paesi industrializzati. Diciamo che l’Italia è in equilibrio e non ha, tecnicamente, bisogno di svalutare. Non ha però la forza, in queste condizioni, di aggredire alcuni gravi problemi strutturali, primo tra tutti la disoccupazione giovanile. È andata quindi crescendo, in questi anni, l’idea di politiche supply-side come il taglio delle tasse da attuare in deficit. Nella narrazione europea deficit equivale a spread. La risposta euroscettica è che lo spread non dipende dai mercati ma dalla politica della banca centrale. Il Giappone ha un disavanzo triplo del nostro e un debito netto del 153 per cento contro il netto italiano del 121 (nel mondo si diffonde l’uso della metrica netta e negli Stati Uniti si usa quasi esclusivamente questa) eppure il decennale giapponese rende lo 0.05 e il nostro il 2.13. La replica è che il Giappone si stampa i suoi yen. Allora stampiamoci le nostre lire, rispondono gli euroscettici. Ma così si fa inflazione, si risponde. Ma in Giappone non c’è inflazione. Ma l’inflazione ci sarà perché voi volete svalutare, si dice. Ma nel 2014 siamo scesi da 1.40 a 1.05 e non c’è stata inflazione. Sì, ma se svalutate vi impoverite, prendete cattive abitudini e vi ritrovate come l’Argentina. Si può andare avanti a lungo e non è certo compito di questa nota prendere posizione. Si può però osservare che, come nella storia dell’euro il diavolo non è stato nell’euro ma in quello che gli ha girato intorno, anche un’eventuale uscita dall’euro non sarebbe un male o un bene in sé, ma potrebbe diventarlo a seconda delle condizioni di preparazione, di attuazione e di gestione. Va poi ricordato che tutto diventerà più complicato nei prossimi anni, perché la liquidità diminuirà progressivamente mentre il ciclo economico positivo prima o poi perderà slancio. Fino a oggi i populismi di destra, come da manuale, hanno fatto bene all’azionario e male all’obbligazionario e al cambio. L’esperienza che abbiamo da Stati Uniti e Regno Unito è tuttavia troppo breve per trarre conclusioni certe. Se l’Italia del cambiamento si accontenterà di un punto di spazio fiscale in più la reazione della borsa non sarà negativa e lo spread resterà sui livelli attuali. Se si vorrà andare oltre dovremo allacciare le cinture di sicurezza.

Alessandro Fugnoli

Leggi QUI l’articolo originale.

Rendite finanziarie: paghi le tasse anche in perdita.

A parte le promesse elettorali di riduzione della pressione fiscale per i redditi più alti – questa è sostanzialmente la prospettiva della flat tax – la riforma della tassazione è stata la grande assente dell’ultima campagna elettorale. Eppure le cose da sistemare non mancano. Nel campo delle rendite finanziarie, per esempio, l’effetto distorsivo più rilevante è dato dal fatto che si può subire la tassazione anche se si sono subite delle perdite.

A questo risultato può infatti facilmente condurre la circostanza che, sui dividendi e interessi, comunque si applica la ritenuta del 27%, (o del 12,5% per i titoli pubblici), poiché non è possibile la compensazione con le minusvalenze realizzate. Anche quando il deposito nel complesso ha perso valore, infatti, è normale subire una tassazione, a meno che non si sia scelta una gestione patrimoniale.

Con i fondi comuni l’effetto è ancora più bizzarro, perché se si guadagna si subisce sempre la tassazione, ma le perdite di un fondo comune non possono essere compensati con i guadagni ottenuti successivamente con lo stesso fondo.

Non parliamo di chi detiene un deposito in valuta estera di valore superiore a 51.645,69 euro per sette giorni lavorativi continui, in questo caso la legge prevede una punizione dantesca: l’aliquota da applicare resta il 26%, ma sarà necessario fare complessi calcoli per determinare la base imponibile da indicare nella dichiarazione dei redditi, perché alla banca che tiene il deposito è impedita l’applicazione della ritenuta.

La tanto temuta tassazione dei patrimoni, infine, è una realtà già da molti anni ed è applicata, sotto mentite spoglie, come imposta di bollo sui rendiconti delle banche. L’aliquota non è molto alta, 0,2%, ma lo stesso patrimonio può essere tassato in modo diverso. Questa imposta, infatti, non è applicata sul valore della giacenza media dei titoli, ma in base al saldo del rendiconto.

Nel gergo dei politici i progetti di riforma sono chiamati “libro bianco”. Qui da scrivere ce ne sarebbe.

Valentino Amendola

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