Evasione fiscale: è l’era della tracciabilità totale.

Per contrastare l’evasione fiscale, le informazioni sui movimenti finanziari sono l’alleato più prezioso per il fisco e da questo punto di vista, la tutela della riservatezza è da tempo passata in secondo piano, nel nome del precetto costituzionale secondo il quale, “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

In principio era “l’anagrafe dei conti”: con questo provvedimento il fisco riceve in automatico da tutte le banche e dagli altri intermediari finanziari, le informazioni anagrafiche sui clienti. Poi vennero le informazioni aggiuntive su “saldi e movimenti” dei rapporti finanziari.

Per i rapporti all’estero, dal 1991 esiste il cosiddetto “monitoraggio” con la segnalazione da parte delle banche, dei movimenti finanziari da e verso tracciabilità fiscalel’estero. A questo ora si aggiungono segnalazioni dovute in seguito ad accordi internazionali: il FATCA con gli Usa ed il “Common Reporting Standard“, intesa multilaterale stipulata da gran parte dei paesi aderenti all’OCSE.

A partire da quest’anno, (in sostituzione di un altro obbligo, il cosiddetto “spesometro”), il fisco richiede ai soggetti passivi dell’Iva, la comunicazione trimestrale dei dati relativi a tutte le operazioni attive e passive, documentate con fattura, di qualsiasi importo. Con questo sistema le informazioni inviate dai contribuenti, consentono di incrociare i dati relativi alle fatture emesse, con quelli delle fatture ricevute e rilevare eventuali incongruenze. La quantità di informazioni che circolerà è gigantesca, ed estrarre informazioni utili sarà impresa titanica.

All’epoca dell’introduzione dell’obbligo di comunicare i saldi dei movimenti dei rapporti finanziari, si disse che il fisco avrebbe messo a punto un algoritmo in grado di evidenziare i casi sospetti. Ora di questo algoritmo non si hanno notizie. Chissà che non venga rispolverato. Speriamo bene.

Valentino Amendola

Fisco italiano, contrasto di interessi e deducibilità.

Come ogni anno la relazione del Ministero dell’Economia sulle dichiarazioni fiscali – questa volta è quella relativa ai redditi del 2014 – ci fa presente che oltre la metà dell’Irpef, (che in totale ammonta a 167 miliardi di euro), è pagata da poco più dell’11% dei contribuenti e che solo 424.000 contribuenti, (circa l’1% del totale), guadagnano oltre 100.000 euro, che al netto delle tasse sono meno di 52.000 euro disponibili.

Negli stessi giorni si rendono noti i dati del recupero dell’evasione fiscale – sempre in miglioramento – ma, se li confrontiamo con i numeri appena riportati, la situazione resta critica. Senza fare ragionamenti troppo sofisticati, è evidente che la sostenibilità del settore pubblico è un tema fisco italianograve. Bastano due cifre: il servizio sanitario costa oltre 43 miliardi di euro e l’assistenza più di 90.

Secondo alcuni, un metodo efficace per ridurre l’evasione potrebbe essere quello di erigere a sistema il cosiddetto “contrasto di interessi“, consentendo al privato la deduzione di un numero molto elevato di spese personali. Sarebbe dunque possibile dedurre le spese del meccanico, del barbiere, della cena al ristorante, eccetera.

Si tratta dunque di un’idea suggestiva, in quanto il maggior reddito dichiarato verrebbe almeno in parte eroso dalla deducibilità fiscale del costo. Ciò nonostante, un tale sistema obbligherebbe tutti a una contabilità delle ricevute e delle fatture che costituirebbe una notevole complicazione.

Mentre gli esperti si arrovellano alla ricerca di una soluzione convincente, forse sarebbe sufficiente rendere più flessibile il sistema attuale, per il quale esiste un tetto di deducibilità per la previdenza integrativa dei fondi pensione, (5.164,47 euro), ed un altro limite distinto per l’assistenza sanitaria integrativa, (3.600 euro), oltre a una serie di limiti che riguardano asili nido, colonie, palestre, eccetera. Forse varrebbe la pena fissare un importo unico deducibile per qualsiasi spesa relativa al “welfare”, in modo che ciascuno possa modularla secondo le proprie esigenze, senza essere penalizzato fiscalmente.

Valentino Amendola

Redditi finanziari e prelievo alla fonte.

La riscossione delle imposte è uno degli esercizi più complicati e per questo il sistema del prelievo alla fonte è quello più indolore. Nel campo dei redditi finanziari, l’attribuzione progressiva di tutti gli obblighi all’intermediario attraverso il quale il reddito è percepito, indubbiamente semplifica, sia pure secondo quel principio di conservazione, (“nulla si distrugge, tutto si trasforma”), che applicato al fisco vuole che una complicazione non si elimini mai: semplicemente la si sposta da un soggetto a un altro. Gli intermediari finanziari sono attrezzati, ma è necessaria una manutenzione continua delle regole.

Una nuova infrastruttura chiamata T2S, (TARGET2-Securities), nata su impulso della Banca Centrale Europea – per esempio – mira a creare un mercato integrato dei capitali, offrendo servizi di regolamento titoli senza fisco italianovincoli di nazionalità; il che in sostanza vuole dire che le banche dei paesi interessati, (per ora Germania, Italia, Francia e Spagna), potranno centralizzare il sistema di custodia dei titoli attenuando il legame tra banca depositaria e paese del soggetto che emette titoli.

Il punto è che oggi il sostituto d’imposta è di regola un soggetto italiano che: “interviene nella riscossione”, oppure “è incaricato del pagamento dei proventi”, ovvero ai titoli in “custodia e amministrazione”. Per evitare oneri dichiarati dei clienti, perciò, occorrerebbe consentire all’intermediario estero di delegare gli obblighi fiscali a un intermediario finanziario italiano.

Prendiamo un altro caso: i dividendi esteri. La banca italiana deve applicare la ritenuta quando “interviene nella riscossione”. Secondo alcuni “l’intervento” presuppone il deposito delle azioni presso la stessa banca che accredita i dividendi. Secondo altri basta un semplice bonifico proveniente dall’estero con la causale “dividendi” per giustificare la ritenuta. La conseguenza? Se la banca non effettua il prelievo è il cliente che deve inserire l’importo in dichiarazione.

Valentino Amendola

Bitcoin e fisco italiano.

Sul Bitcoin recentemente anche il fisco ha avuto modo di dire la sua e, questa volta, non per penalizzare.

Ricordiamo innanzitutto di che si tratta. Il Bitcoin è un mezzo di pagamento, utilizzato in alternativa alla moneta avente corso legale, la cui circolazione si basa sull’accettazione volontaria da parte degli operatori di mercato. Insomma, si fonda sulla fiducia di chi lo riceve ed è, per sua natura, decentralizzato, poiché funziona nell’ambito di una rete di soggetti paritari, (peer to peer), che ne riconoscono il valore di scambio, (e quindi la bitcoinquotazione), in assenza di un obbligo di legge, (non avendo il Bitcoin alcun valore legale), o di una disciplina regolamentare, non essendo il Bitcoin collegato ad alcuna autorità monetaria.

Chiaramente, si tratta di un mezzo di pagamento puramente digitale, memorizzato e scambiato mediante PC, smartphone e tablet e conservato in cosiddetti “portafogli elettronici”. Ogni fruitore, quindi, ne può disporre senza l’intervento di alcun intermediario. Da un punto di vista tecnico, i Bitcoin funzionano grazie a codici crittografici: vengono generati mediante algoritmi matematici, attraverso un processo che tende a scongiurarne la falsificazione e lo scambio avviene per mezzo di un apposito software.

Per acquistare questa moneta virtuale, infine, è necessario riceverla come corrispettivo di beni e servizi ceduti, oppure acquistarla da altri possessori in cambio di valuta avente corso legale. Si sono sviluppate infatti apposite piattaforme on-line, che consentono lo scambio di Bitcoin con altre valute tradizionali, sulla base di un tasso di cambio.

Si è posto in quest’ultimo caso il problema dell’IVA, poiché essa è dovuta nel caso in cui l’acquisto o la vendita di Bitcoin, siano considerati transazioni non aventi ad oggetto “divise banconote e monete con valore liberatorio” mentre – ed è questa la tesi accolta dall’amministrazione finanziaria in una recente risoluzione – non è dovuta se il Bitcoin è assimilato a una vera valuta.

Valentino Amendola

Per il fisco italiano i paradisi fiscali non esistono più.

È ufficiale: per il fisco italiano i paradisi fiscali non esistono più, si può commerciare liberamente con qualsiasi società offshore e perfino scaricarsi le spese e i pagamenti effettuati dalla dichiarazione dei redditi senza giustificazioni. La rivoluzione copernicana che ha drasticamente cambiato verso ai vecchi e superati metodi per mettere almeno un freno all’evasione, alle frodi e alle fughe di capitali, è contenuta in un comma della legge di Stabilità 2016. Sfuggito all’occhio dei più, una circolare dell’Agenzia delle Entrate gli ha dato in questi giorni piena attuazione.

Dal periodo d’imposta 2016 non sarà più necessario indicare separatamente in dichiarazione i costi considerati fino all’anno scorso in “black list”. Di più: saranno deducibili dall’imponibile secondo le regole ordinarie, come tutti gli altri. Di colpo tutto diventa più vecchio e privo di valore, a cominciare 500-euro-tavoloproprio dalla lista dei paesi a fiscalità “privilegiata” contenuta in un decreto ministeriale del 23 gennaio 2002 e costantemente aggiornata fino all’anno scorso in Gazzetta ufficiale. Serviva ad applicare una normativa che dal primo gennaio non è più in vigore.

Si dice che l’idea di far sparire la black list” dall’ordinamento fiscale sia venuta proprio al premier Mattero Renzi dopo l’imbarazzo provato durante una visita in Oman, la Svizzera d’Arabia. Il Paese arabo è inserito nell’elenco degli Stati considerati dall’Italia paradisi fiscali e pare che nel sultanato, uno dei più grandi paesi investitori del mondo, l’abbiano presa come un affronto personale.

Rottamarne solo uno? E gli amici degli Emirati? Allora via tutti. E così nel cervellone dell’anagrafe tributaria, in grado di incrociare milioni di dichiarazioni di redditi d’impresa, non si illuminerà più un led quando nel campo della sede di una società comparirà “Bahamas” o “Panama” . La residenza nelle Isole Vergini britanniche o nelle Tremiti farà scattare le medesime, remote, probabilità di una procedura di controllo e le operazioni finanziarie per scambiare parcelle e fatture con una società che risiede nelle Cayman finiranno anonimamente nel calderone del bilancio, come il pagamento di un qualsiasi fornitore brianzolo.

Il ministero dell’Economia osserva che l’obiettivo dei provvedimenti è favorire l’attività economica e commerciale transfrontaliera delle nostre imprese. Fino al 2014 tutte le spese erano considerate indeducibili, a meno che il contribuente non dimostrasse che le imprese offshore fornitrici svolgevano una prevalente attività commerciale e che le operazioni effettuate rispondevano a un effettivo interesse economico. Nell’intenzione del legislatore si sarebbero salvaguardate le imprese che commerciano bambino-con-soldieffettivamente tra loro su grandi piazze di scambio a fiscalità agevolata come Hong Kong, Singapore o gli Emirati arabi. Mentre avrebbe reso difficile – o meno facile – le triangolazioni con società e soggetti “virtuali” domiciliati su uno scoglio oceanico. I vincoli di legge sono stati attenuati già nel 2015, fino a scomparire nella circolare 39/E/2016 dell’Agenzia delle Entrate.

La battuta d’arresto della normativa italiana sul contrasto ai paradisi fiscali arriva proprio quando esplode alle Bahamas il nuovo filone dell’inchiesta giornalistica internazionale che ha già portato allo scoperto i nomi nascosti dietro centinaia di conti correnti e società offshore, gestiti dallo studio Mossack Fonseca di Panama e pubblicati in Italia dal settimanale L’Espresso. Banchieri, industriali, nobili e finanzieri e tanti professionisti, avvocati, commercialisti: sono 417 i file riconducibili agli italiani scoperti nel database di Bahamas Leaks dall’International Consortium of Investigative Journalists, Icij). Questa seconda, gigantesca fuga di notizie dopo i “Panama papers” riguarda i dossier di 175 mila società archiviate nel Registrar General Department, di Nassau. Il lavoro dei giornalisti ha portato alla luce solo una piccola parte dei capitali e delle imposte sottratte al fisco nelle decine di paradisi fiscali che, nonostante per l’Italia siano precipitati nel limbo, sono utilizzati ancora a pieno ritmo per far sparire o riciclare con facilità patrimoni dalla provenienza inconfessabile. Basta davvero un clic.

Leggi QUI l’articolo originale

Pagina 1 di 512345

Pin It on Pinterest

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close