I tanti problemi della locomotiva Germania.

La Germania è considerata da molti la locomotiva dell’Europa, il Paese che, grazie alle sue performance economiche, è diventata il Benchmark di riferimento di tutta l’UE. Un Paese dove l’economia dovrebbe assicurare un sistema di welfare e di stabilità del lavoro tale da garantire un’adeguata stabilità sociale. Le contrastanti analisi economiche mettono però in dubbio, talvolta, questa visione.

La crescita

La Germania è la prima economia dell’UE con un PIL che rappresenta il 29% di quello dell’Eurozona e il 21% di quello dell’Europa a 28 (percentuale maggiore nell’UE post-Brexit). La spina dorsale della sua economia continua Germania Europaad essere il settore manifatturiero (26% del PIL, al netto del comparto edilizio che pesa per quasi il 5%). L’agricoltura e la pesca rappresentano meno dell’1% del PIL, mentre la quota dei servizi è pari al 69%. L’economia tedesca si caratterizza anche per il suo alto grado di internazionalizzazione. Nel 2015 la crescita del prodotto interno lordo è stata del 1,7%, una cifra di poco superiore a quella registrata l’anno precedente, mentre per quanto concerne il 1° trimestre del 2016, l’economia tedesca è cresciuta più di tutte le altre facenti parte il G7. Tuttavia, come affermano in una nota gli economisti di Barclays, nei mesi a venire questa crescita potrebbe risentire della scomparsa di due elementi favorevoli che l’hanno spinta nel recente passato: il calo dei prezzi petroliferi e l’euro debole.

Il lavoro e l’import-export

Il mercato del lavoro continua a dare segnali di ottima salute e rappresenta un fattore stabilizzante della congiuntura economica: il numero degli occupati, infatti, ha raggiunto il valore più alto dalla riunificazione ad oggi, toccando quota 43 milioni di unità con un tasso di disoccupazione del 6,1% (dati aggiornati a dicembre 2015). La disoccupazione in Germania è la metà di quella italiana, e quella giovanile è tra le più basse in Europa. Il 2015 tedesco ha visto i salari aumentare del 2% e la creazione di 400mila nuovi posti di lavoro, con un reddito pro-capite che oggi in Germania si aggira sui 40mila dollari annui. Relativamente al commercio con l’estero, il 2015 si è concluso con un sostanziale equilibrio tra dinamica delle esportazioni (+5,7%) e quella delle importazioni (+5,4%). Secondo le stime governative, nell’anno in corso le esportazioni dovrebbero aumentare del 3,2%, le importazioni del 4,8% e la domanda interna del 2,3%. Le esportazioni nette, cui solitamente viene attribuito il successo dell’economia tedesca, hanno in effetti dato un contributo negativo alla crescita, così come pubblicato dall’ufficio federale di statistica. È la settima volta che questo avviene negli ultimi 9 trimestri, rileva Andreas Rees, di Unicredit. «È un risultato – sostiene Rees – che non combacia con l’opinione diffusa che la Germania sia tuttora dipendente dalla sua enorme macchina da export, a svantaggio degli altri Paesi europei (si sono susseguite nel tempo anche critiche da parte della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale). In altre parole, da qualche tempo a questa parte, è in atto una certa forma di riequilibrio, sfortunatamente trascurata da molti osservatori».

Disuguaglianza

Nonostante i numeri positivi, anche i problemi permangono. La disuguaglianza ad esempio. La ricchezza in Germania è concentrata per gran parte nelle mani di poche famiglie: si stima infatti che il 10% delle treni 6famiglie più ricche disponga, oggi, di oltre il 60% della ricchezza netta tedesca. Un quadro fosco e preoccupante dell’economia e della società tedesca è quello che traccia Marcel Fratzscher, direttore del prestigioso istituto economico Diw di Berlino. Dai dati elencati in “Verteilungskampf”, il suo libro dedicato alla “Lotta per la distribuzione”, emerge una Germania sempre più ingiusta, per niente socialdemocratica, e lacerata da una serie di gravi diseguaglianze non solo sul fronte dei redditi e delle risorse, ma soprattutto nell’accesso al sistema scolastico e per la mobilità sociale.

Sono tante le barriere e i pregiudizi”, spiega il 45enne Fratzscher a “l’Espresso”, “che pregiudicano lo sviluppo nella Germania di oggi, in particolare per quanto riguarda le donne e i figli delle famiglie più povere. Diseguaglianze che frenano non solo la crescita dell’economia tedesca, ma anche la democrazia in Germania”

Luigi Pellecchia

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Eurozona cala produzione industriale, Cechia in controtendenza.

Nuovo calo per la produzione industriale nell’eurozona, che a marzo ha segnato -0,8% dopo il dato già negativo di febbraio di -1,2%. Su anno, rep ceca & europainvece, c’è stata un incremento dello 0,2%. Lo comunica Eurostat. Anche nei 28 l’indicatore è sceso, registrando -0,5% dopo il -1% del mese precedente, mentre rispetto a marzo 2015 c’è stata una crescita dello 0,3%. La situazione per l’Italia resta invece invariata (0,0%) dopo il -0,7% di marzo. Positivo il valore su base annua, con +0,5%. I paesi che hanno visto i maggiori cali mensili sono Irlanda (-11,2%), Lituania (-3,5%) ed Estonia (-3,3%), mentre gli aumenti principali sono stati in Croazia (+5%), Lettonia (+4,3%), Repubblica Ceca (+1,4%) e Spagna (+1,3%).

Fonte ANSA Europe

Inflazione troppo bassa in Eurozona. Rischio Giappone?

Il rischio principale per l’Eurozona, oggi, è quello di “diventare giapponesi”, ovvero entrare in una spirale di deflazione che annienta le potenzialità di thats all folkscrescita. Per sfuggire a questa minaccia, Mario Draghi ha voluto lanciare la scorsa settimana un nuovo “whatever it takes“, come già nel 2012, proprio nei confronti delle dinamiche dei prezzi, segnalando che la BCE farà di tutto per risollevare l’inflazione il prima possibile. Secondo Draghi, l’attività economica in Eurozona sta continuando la sua graduale ripresa, coadiuvata dal lancio del Quantitative Easing a inizio anno. Tuttavia, l’inflazione resta ancora straordinariamente bassa.

I dati definitivi di ottobre dipingono uno scenario in lento miglioramento, (segnano infatti un rialzo dello 0,1% all’anno, ovvero due decimi sopra settembre), ma ancora ben distante dall’essere soddisfacente. Addirittura, gli indicatori predittivi di mercato non si attendono un ritorno dell’inflazione all’1,9% se non nel 2025.

Per Draghi occorre dare un ulteriore stimolo per accelerare questa lenta ripresa: è stato il più deciso ed esplicito segnale che alla prossima riunione del 3 dicembre verranno prese iniziative per modificare grandezza, composizione e/o durata del QE, ed eventualmente ritoccare al ribasso dei tassi di interesse e/o di deposito.

Le possibilità della BCE sono pressoché infinite, perché l’attuale programma QE ben si presta a modifiche piccole e grandi, anche se molti membri preferirebbero aspettare prima le mosse della Fed e dare ancora tempo all’attuale programma per dare i suoi effetti.

Luigi Sottile

Eurozona, placare i facili ottimismi.

Nel corso dell’ultimo anno la fiducia economica di imprese e famiglie dell’area euro è salita costantemente, fino ad arrivare a livelli in linea a una crescita tra l’1,5% e il 2% circa. Alcuni operatori sono giunti alla conclusione che l’economia dell’Eurozona sia tornata in carreggiata e che presto seguirà il passo dalla locomotiva statunitense.

Pur riconoscendo gli ultimi progressi registrati, vogliamo mettere in guardia da un ottimismo eccessivo, sottolineando che l’economia è ancora fragile sia a livello ciclico che strutturale.

euro crisisDiversi fattori, comprese le misure di stimolo della Banca Centrale Europea (BCE) che hanno portato a tassi d’interesse più bassi e a un deprezzamento dell’euro, la riduzione degli sforzi di austerità di bilancio e i prezzi del petrolio più bassi, stanno guidando una ripresa ciclica.

Inoltre, la crescita del credito è di nuovo in territorio positivo, per la prima volta dalla fine del 2011, e gli indicatori di fiducia delle imprese e delle famiglie hanno reagito bene nel complesso. Ciò risulta incoraggiante dopo anni di stagnazione. Detto ciò, la ripresa è irregolare e sembra destinata a dimostrarsi fragile, una volta che scompariranno gli elementi favorevoli temporanei.

In seguito all’accordo raggiunto il 12 luglio tra la Grecia e i creditori e dopo la sua approvazione da parte di diversi parlamenti europei, i negoziati hanno portato a un terzo programma di salvataggio. Sebbene non fosse una previsione scontata, il nostro scenario base di un accordo all’ultimo minuto si è dimostrato corretto. D’altro canto, i rischi di attuazione sono elevati, quindi un’uscita della Grecia dall’Unione monetaria è ancora molto plausibile.

Fino al discorso sul “whatever it takes” di Draghi, nell’estate del 2012, i leader europei si sono sempre trovati a rincorrere le crisi, invece di anticiparle. Secondo alcuni, questo è l’unico miglioramento visto finora. A nostro avviso, non sarebbe giusto trascurare altre aree in cui si son fatti progressi. Certo è, tuttavia, che servono molti più sforzi volti a creare un’unione politica e di bilancio. Nonostante un consenso abbastanza ampio tra gli economisti sull’assoluta importanza di far ciò, per tenere in vita l’unione monetaria nel lungo termine, sarebbe ingenuo aspettarsi grandi passi in avanti, o forse anche semplicemente un passo in avanti, su questo tema, nel futuro prevedibile.

Hans Bevers

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Cechia: fronte No Euro al 70%.

corona euroUna fetta consistente degli europei che in futuro dovranno adottare la moneta unica non sono affatto ansiosi di entrare nell’Eurozona, anzi. I più contrari sono i cechi (70%), seguiti da svedesi (66%) e polacchi (53%), mentre la maggioranza di romeni (68%), ungheresi (60%), bulgari (55%) e croati (53%) sono invece a favore della nuova moneta. A disegnare questo quadro è l’ultima indagine di Eurobarometro condotta dal 20 al 22 aprile nei sette Paesi UE che hanno ancora la propria valuta e non hanno una clausola di ‘opt- out’ come Danimarca e Gran Bretagna. Secondo l’indagine, l’euro avrebbe effetti positivi per il proprio Paese per oltre la metà degli intervistati in Romania (54%) e il 50% in Ungheria, contro un 40% in Bulgaria, il 39% in Polonia, il 38% in Svezia e appena il 26% nella Repubblica Ceca.
La convinzione più diffusa è che il proprio Paese non sia ancora pronto ad adottare la moneta unica (79%), con una forchetta che varia dal 69% in Romania, fino al 76% in Svezia fino ai più recalcitranti in assoluto (86%), in Polonia.
In tutti e sette i Paesi comunque la stragrande maggioranza degli intervistati (81%) è convinta che sarà comunque capace di adattarsi in futuro all’euro come nuova moneta.

Fonte AnsaEurope

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