Il peso di Visegrad in Europa.

C’era, una volta, «la Nuova Europa» dell’ideologo neo-con Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa di Bush. Contrapposta alla «Vecchia Europa» dei Paesi fondatori, la Nuova Europa imperniata sui nuovi entrati del blocco centro-orientale era l’interlocutore privilegiato dell’amministrazione Usa. E infatti appoggiò l’invasione dell’Iraq nel 2003 nonostante l’opposizione di Francia e Germania. Da allora molto tempo è passato. Bush è un ricordo sbiadito. I neo-con sono ulteriormente involuti nel trumpismo. In Iraq si continua a combattere e a morire. La «Nuova Europa» si è ribattezzata Gruppo di Visegrad, composto da Polonia, Cechia, Ungheria e Slovacchia, e continua a fare la fronda contro Bruxelles e l’asse franco-tedesco.

Ma adesso i vecchi amici di Rumsfeld sono diventati «la forza più dinamica» della Ue: parola di Wang Yi, consigliere di stato cinese. I quattro di Visegrad sono il terminale, economico ma anche politico, di quella «Nuova via della Seta» che il leader cinese Xi Jinping ha lanciato verso l’Europa. La settimana scorsa i viceministri degli esteri dei Quattro sono andati a Pechino per mettere a punto i dettagli del vertice del gruppo 16+1 che si dovrebbe tenere quest’anno in Bulgaria. Il gruppo è costituito dalla Cina, dai Paesi di Visegrad e da tutti gli altri stati dell’Europa orientale. Nato nel 2012, quando l’America di Obama era in piena sintonia con la UE a guida franco-tedesca, il gruppo dei 16+1 è andato crescendo in sintonia con i forti investimenti di Pechino nelle infrastrutture dell’Est Europa. E oggi rappresenta una realtà politica con cui Bruxelles deve fare seriamente i conti. Come si vede, gli interlocutori cambiano ma le dinamiche europee restano sempre le stesse.

La Cina di oggi, come l’America di ieri, cerca di sfruttare una faglia che attraversa la UE fin dall’allargamento ad Est. E lo scopo di fondo, ora come allora, è quello di impedire al Vecchio continente di elaborare posizioni politiche che risultino scomode per il potente di turno. Per il momento il contenzioso tra Pechino e Bruxelles è limitato alle questioni commerciali provocate dal dumping cinese. Ma il crescente ruolo geopolitico della Cina potrebbe, prima o poi, entrare in rotta di collisione con gli interessi della UE, per esempio in Africa. E allora la quinta colonna rappresentata dal gruppo di Visegrad potrebbe rivelarsi preziosa per gli interessi del Dragone, come lo fu per quelli di Bush ai tempi dell’invasione dell’Iraq.

Andrea Bonanni

Fonte Repubblica.it

Niger, uranio, migranti: Europa sotto scacco.

Il Niger, al 187 posto nell’indice dei diritti umani, rappresenta uno degli stati più complessi dal punto di vista dello sviluppo. 10000 rifugiati dai Paesi vicini, una situazione politica instabile e una crescita demografica esplosiva sembrano ulteriormente rimarcare la posizione periferica del paese nell’arena internazionale. Eppure negli ultimi mesi il suo destino si interseca immancabilmente con quello della Francia. Entrambe le nazioni figurano in iniziative di fondamentale importanza internazionale, contro il terrorismo, ma nell’ambito dell’emergenza migranti e la loro azione si articola nell’ambito di numerose iniziative di stampo politico e militare tra cui il G5 Sahel e la Multinational Joint Task Force.

Tra denaro e diplomazia

Sono noti, d’altra parte, i legami culturali e diplomatici fra i due Paesi, dovuti anche al passato del Niger come Colonia di Parigi e al Francese come lingua ufficiale. La Francia infatti mantiene, a prescindere da logiche di tipo economico, forti legami politici ascrivibili al concetto culturale di Francophonie, più compatibile con ragioni di prestigio e di influenza culturale.

Il legame più significativo, però, è dovuto al settore estrattivo. Nono al mondo per riserve, il Niger è infatti il quarto produttore al mondo di Uranio e il primo in Africa. Attore fondamentale in questo mercato è proprio la compagnia di estrazione francese Areva/Orano, che oltre a possedere il monopolio trentennale di estrazione mantiene nel territorio la presenza di tre società estrattive (Somair la principale) con all’organico circa 2000 addetti locali.

Un settore complesso

Non è per altro facile quantificare gli interessi economici di Parigi derivanti da tale settore. Non vi è infatti abbastanza trasparenza da trarne una stima attendibile. Nel 2016 la produzione di uranio ammontava a 3,479 KTu, con un trend di costante decrescita dal 2011 (4,351 Ktu) anno di Fukushima che ha segnato un calo della domanda e del prezzo mondiale di uranio(21$ ad oggi contro 72$ nel 2011).

Quanto costa però investire nel settore a fronte anche di un alto rischio politico e di difficili condizioni ambientali non è dato saperlo. L’Uranio rappresenta tuttora il 97% dell’export con la Francia, primo partner commerciale europeo, ma rimane incognita la profittabilità degli investimenti e la redistribuzione del profitto fra Areva, Francia e Governo.

Ulteriore fattore di complessità sono le popolazioni locali, principalmente Tuareg, che reclamano una parte delle rendite e un maggior controllo sullo sfruttamento delle risorse. Si potrebbe concludere che i margini di profitto siano sempre più esigui, ma anche in tal caso logiche di opportunità politica si affiancano alle ragioni economiche nello spiegare le triangolazioni fra le parti.

Niger al centro delle rotte

Certamente non irrilevante inoltre il ruolo del Niger nella gestione dei flussi di migranti che dai paesi limitrofi, come Nigeria e Ciad, convergono verso Agadez e si dirigono verso la Libia prima per intraprendere il rischioso passaggio del Mediterraneo. 630 milioni dall’UE, 400 dalla Francia a cui si aggiungono 10 milioni di euro per combattere il terrorismo. Questa è la possibile entità dei finanziamenti riguardo alla gestione migranti. Non solo Francia, però, anche Germania e Italia, Unione Europea e Nazioni Unite al fine di regolare il fenomeno più a monte rispetto alla Libia o al Mediterraneo stesso.

A tali iniziative si aggiunge la lotta attiva al terrorismo e la messa in sicurezza dei territori soprattutto nell’Est del paese con la presenza di contingenti militari in cooperazione con gli Stati Uniti. Centri di smistamento, inoltre, in centri urbani come Niamey hanno l’incarico di selezionare già sul luogo chi può aspirare allo status di rifugiato. La Francia fornisce anche il biglietto d’aereo scoraggiando anche indirettamente chi non avrebbe la possibilità di ottenere né lo status e né un inquadramento professionale, così come il tentativo di intraprendere il passaggio attraverso Sahara e Mediterraneo.

Obiettivo stabilità?

La scommessa dal punto di vista economico si riduce a un controllo e a una stabilizzazione dei rapporti economici tra Paesi. Controllando i flussi migratori a monte e introducendo una presenza politica militare stabile in tali Paesi si ridurrebbe un potenziale costo sociale e umanitario difficilmente calcolabile in Francia e in Europa.

A fronte di ciò, spese più quantificabili in termini di budget militare, di programmi di aiuto umanitario e di investimento nello sviluppo agricolo e di sostegno all’impresa locale, soprattutto nella parte Nord-est. Si potrebbe anche intravvedere un implicito scambio: stabilizzazione istituzionale in cambio di una stabilità economica e politica per favorire il permanere del commercio di materie dall’Africa, la presenza di stabilimenti estrattivi stranieri nel Niger Settentrionale e la presenza di un ciclo economico più stabile.

Minimizzando i ribaltamenti economici e politici si massimizzerebbe così la prospettiva di ritorni economici futuri al di fuori anche del mercato minerario.

Flavio Malnati

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Emergenza obesità in UE: Cechia a rischio.

In Italia tra 15 anni una donna su due e sette uomini su dieci potrebbero essere in sovrappeso. E’ questo l’allarme lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), secondo il quale la percentuale di maschi “oversize” passerà dal 58% di sovrappeso del 2010 al 70% nel 2030. Preoccupanti anche le previsioni sul fronte obesità, che colpirà un uomo su cinque e il 15% della popolazione femminile. Tra i Paesi più a rischio anche Gran Bretagna e Irlanda. Secondo i numeri del rapporto la percentuale di donne sovrappeso passerà dal 39% del 2010 al 50% del 2030, mentre le obese passeranno dal 10 al 15%. Un numero inferiore rispetto a quello degli uomini, ma comunque allarmante. L’Europa sta per affrontare una vera e propria ’emergenza obesità’, che nel 2030 farà sì che nella maggior parte dei paesi si superi il 50% di adulti sovrappeso con punte addirittura del 90% in Irlanda.

Tra i Paesi più a rischio indicati dall’Oms figurano anche Grecia, Spagna, Austria e Cechia. Nella top ten è stata inserita persino la Svezia, che tradizionalmente ha una bassa prevalenza di obesità, dove la percentuale di obesi passerà dall’attuale 14% al 26%, mentre le donne passeranno dal 12% al 22%. Tra le poche nazioni che vedranno invece una riduzione della prevalenza c’è l’Olanda, che ora ha il 54% di sovrappeso e passerà al 49%. Joao Breda, dell’ufficio europeo dell’Oms, ha commentato: “Anche se questa è solo una previsione, e quindi i dati vanno presi con estrema cautela, porta due messaggi molto importanti. Il primo è che la disponibilità e la qualità dei dati nei paesi devono essere migliori e il secondo che queste previsioni mostrano la necessità di fare di più per prevenire e combattere l’obesità”.

Fonte Giornale.it

Europa al centro Italia all’angolo.

Mentre ci avvolgiamo nelle tristi beghe di casa nostra, il mondo va avanti, senza preoccuparsi di sapere se alla presidenza delle due Camere andranno grillini, legisti o forzisti o speculare su cosa farà il PD. E cammina, per fortuna, l’Europa. La lunga crisi di governo tedesca la teneva in stallo, ora la Merkel è tornata pienamente in sella, la grande coalizione assicura un esecutivo stabile, che al primo posto nel suo programma ha posto lo sviluppo dell’integrazione europea, impegnandosi tuttavia a spingere per le riforme ormai necessarie.

L’incontro della Cancelliera col Presidente francese Macron ha costituito, lo confesso, una boccata di ossigeno per chi, come chi scrive, guarda ai grandi fenomeni mondiali considerando che da essi dipenderanno, in buona parte, le nostre sorti. Nel loro incontro, i due leader hanno confermato la volontà comune di andare speditamente avanti dove è realisticamente possibile (noto che non si è parlato di fughe in avanti istituzionali): immigrazione, solidarietà economica, sicurezza e difesa. Si tratta, per ora, di una dichiarazioni di intenzioni, ma in politica anche le intenzioni contano. E i due Capi di Governo si sono formalmente impegnati a presentare per il prossimo mese di giugno un programma concreto, una “road map” che dovrà segnare il cammino per l’avvenire. Se così sarà, gli altri paesi europei saranno posti di fronte a una scelta: seguire la linea proposta dal duo franco-tedesco e andare avanti, o fare la fronda e restare indietro, magari cercando di mettere i bastoni tra le ruote a Parigi e Berlino. L’uscita della Gran Bretagna non fornisce infatti più l’utile alibi del passato, quando era comodo nascondersi dietro le resistenze inglesi a qualsiasi passo in avanti.

È probabile che sulle proposte franco-tedesche si produrrà una divisione, tra paesi seri e grandi, pronti a costruire l’Europa del futuro, e paesi marginali, gelosi di prerogative sorpassate. Da che parte staremo? La nostra posizione non sarà irrilevante: l’Italia è uno dei sei Paesi fondatori e il terzo grande paese del Continente. La sua assenza costituirebbe una seria perdita, anche se penso che Germania, Francia e altri andrebbero avanti lo stesso, seguite da Spagna, Belgio, Olanda, Finlandia, Irlanda, Portogallo e altri.

In sostanza, dovremo decidere se far parte del gruppo di testa, con la possibilità di sostenere i nostri interessi e le nostre vedute, o ritirarci su una sorta di Aventino europeo, magari in collegamento con paesi euroscettici (e insignificanti), come l’Ungheria. Sarà un’occasione storica, per l’Europa e per noi. Un’occasione che, se la perdessimo, non si riprodurrebbe per chissà quanto tempo.

Cosa farà a quel punto il futuro governo italiano? Difficile dirlo, visto che non sappiamo chi lo dirigerà e chi lo sosterrà. Non è affatto escluso che prevalgano, sotto le vesti di un superato “sovranismo”, la gretta miopia di marca leghista e meloniana, la stupida cecità di quelli che guardano come referenti a Trump e a Putin. E l’Italia resterà fuori, per chissà quanto, dal plotone di testa dei paesi seri, con finanze stabili, rispettosi degli impegni liberamente assunti, e parte di un tutto che si affermerà come protagonista della Storia e arbitro del proprio destino. Perciò mi sembra estremamente importante che, in questa difficile fase formativa, le forze che sono veramente liberali ed europeiste stiano in massima allerta e facciano sentire la propria voce. Nessuna solidarietà di coalizione, nessuna falsa obbedienza partitica, e nessun orgoglio fuori posto, devono impedire – a chi sente e sa, lucidamente, dove sia il nostro futuro – di mantenere la rotta che seguiamo ormai da oltre sessant’anni e che ha portato l’Italia ad essere, non più un paese mediterraneo di stampo quasi africano, ma una delle principali potenze economiche del mondo.

Giovanni Jannuzzi

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Informazione e comunicazione: la risposta dell’Europa.

In un momento storico in cui viviamo quotidianamente un sempre maggiore allargamento delle frontiere e abbattimento dei confini nazionali e gli strumenti di comunicazione online e digitali prendono sempre più piede, era naturale che arrivasse, anche per le trasmissioni d’informazione e di attualità nell’Unione, una spinta ulteriore all’apertura dei confini e per la semplificazione della fruibilità dei contenuti trasmessi tra i diversi Paesi membri, maggiore di quella che si è avuta fino ad oggi

Stiamo parlando del Progetto di Risoluzione Legislativa del Parlamento Europeo sulla proposta di “Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio che stabilisce norme relative all’esercizio del diritto d’autore e dei diritti connessi applicabili a talune trasmissioni online degli organismi di diffusione radiotelevisiva e ritrasmissioni di programmi televisivi e radiofonici” (COM-2016-0594_C8-0384/2016- 2016/0284- COD) e della collegata Relazione presentata dal Parlamento Europeo a fine anno.

Lo scopo non è solo garantire la libertà d’informazione per tutti e che tutti possano avervi accesso, a parità di condizioni, la diffusione online di notiziari e programmi d’attualità anche in Stati membri diversi da quelli nei quali sono stati prodotti ma, anche, di perfezionare e accelerare la realizzazione del Mercato Unico digitale nella UE (ricordiamo che è dello scorso ottobre la definizione da parte del Consiglio delle priorità per “un’Europa digitale di successo” e il rimarcare da parte sua una volta in più, se mai ce ne fosse stato bisogno, che “è pronto a fare tutto quanto in sua facoltà per la transizione dell’Europa al digitale”, individuando nel fatto di portare a termine antro la fine del 2018 la Strategia per il Mercato Unico digitale e nella creazione di un’infrastruttura e di una Rete di Comunicazioni di prima qualità due tra le principali priorità da realizzare per affrontare in modo adeguato le sfide poste dalla digitalizzazione, all’indomani dell’ultimo Vertice di Tallin).

E, collegata al Progetto di Risoluzione Legislativa del Parlamento Europeo, il Consiglio dell’Unione Europea adotta, dopo poco la pubblicazione della Relazione del Parlamento sulla proposta del Parlamento e del Consiglio, la sua posizione negoziale sulla questione delle trasmissioni radiotelevisive transfrontaliere online nel Mercato interno dell’Unione. Posizione negoziale che costituisce, in sostanza, il mandato del Consiglio per l’avvio dei negoziati con il Parlamento Europeo.

Il modo in cui si pensa di realizzare tutto questo è la semplificazione della procedura per la concessione dell’uso in tutta la UE di materiale protetto dal diritto d’autore. Attualmente, infatti, le emittenti radiotelevisive devono attendere la liberatoria dai diritti d’autore, per ogni Paese in cui intendono trasmettere online notiziari e programmi di attualità, in tempi brevissimi. Con le nuove norme l’autorizzazione la si potrebbe ottenere nel proprio Paese e poi mandare in onda il programma d’informazione in tutti i Paesi membri della UE.

Resta, tuttavia, ribadito il “principio di territorialità” affinché siano sempre tutelati e garantiti gli investimenti in prodotti nazionali, sostenendo, contemporaneamente, così, la diversità culturale di ciascun componente dell’Unione. Il più ampio accesso possibile ai programmi televisivi d’informazione online per i consumatori nell’Unione è visto, dal Legislatore in sede comunitaria, come uno strumento fondamentale di promozione delle diversità culturali, al loro rispetto e garanzia unite alla valorizzazione, all’interno della UE, ed è uno degli obiettivi chiave da salvaguardare e perseguire nella Strategia per il Mercato Unico digitale.

Si tratta, sostanzialmente, di un compromesso tra quanto ha voluto l’Unione con la Commissione nel senso di abbattimento dei “confini nazionali” nella gestione del diritto d’autore e nei diritti collegati all’audiovisivo e quelli che invece vogliono la salvaguardia delle singole legislazioni nazionali con la difesa di tutto quanto ad esse collegato. Il risultato è che il “principio del Paese d’origine” si applica solo alle “news and current affairs programmes”. Restano, comunque, chiuse le frontiere per i prodotti dell’audiovisivo e la musica online.

Marzia Del Porto

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