Governo Lega-M5S fine dell’austerità?

Dopo le elezioni politiche dello scorso 4 marzo il nuovo governo italiano comincia a prendere forma, grazie all’accordo raggiunto tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle per formare una coalizione di governo. Si prevede che la coalizione chiederà alla Banca Centrale Europea di “azzerare” o congelare i 250 miliardi di euro del debito pubblico italiano e di creare un meccanismo che permetta ai paesi dell’euro zona di uscire dalla moneta comune.

Un altro progetto della coalizione prevede la riduzione del contributo italiano al bilancio dell’UE. Inizialmente i mercati hanno reagito facendo salire il rendimento del titolo decennale italiano dall’1,872% al 2,117%, mentre l’euro è rimasto generalmente stabile. Tuttavia i programmi di massiccio stimolo economico del nuovo governo, potrebbero rimescolare nuovamente le carte in tavola.

In sintesi, il piano della coalizione prevede la fine della cosiddetta “austerità”, che sarà sostituita da una politica di bilancio fortemente reflazionistica, basata sulla riduzione delle imposte e sulla cessione di beni di proprietà pubblica. Dopo due “decenni perduti”, non solo per la stagnazione economica, ma anche per il reale e inusitato declino degli standard di vita, queste riforme potrebbero ridare fiato all’economia del paese, in modi non ancora considerati dai mercati.

Al nuovo governo non sarà certamente sfuggito che, se a settembre la BCE metterà fine al programma di acquisto di titoli, come è previsto che faccia, l’Italia si troverebbe privata di una fonte indispensabile di liquidità. Pertanto una reflazione fiscale cadrebbe proprio al momento giusto per compensare ciò. Ad ogni modo l’operato del nuovo governo, qualunque sarà, sicuramente non lascerà i mercati finanziari indifferenti.

Luigi Sottile

Dalla geopolitica alla geofinanza.

Anche i più distratti ricordano che in febbraio Trump ha annunciato tariffe doganali del 25 per cento su alluminio e acciaio. È l’inizio della fine della globalizzazione, si è detto, comincia una nuova cupa epoca di chiusura della mente occidentale. Per non parlare delle ricadute economiche, molto enfatizzate dai produttori di lattine per bevande gassate e dai costruttori di auto, tradizionali utilizzatori di metalli di ogni tipo. Aumenteranno l’inflazione, hanno detto gli economisti, e i rischi di recessione globale. Curiosamente, mentre gli economisti calcolavano l’impatto su inflazione e crescita e gli analisti azionari abbassavano le stime sugli utili di lattine e auto, i diretti interessati, ovvero l’alluminio e il minerale di ferro (usato per produrre l’acciaio), nell’indifferenza generale se ne sono andati controcorrente per conto loro e sono scesi, non saliti. Il minerale di ferro, a 77 dollari per tonnellata prima dell’annuncio di Trump, sta oggi a 69. Quanto all’alluminio, nel mese successivo all’annuncio se ne è sceso del 10 per cento. La discesa è stata però bruscamente interrotta il 5 aprile, quando Trump ha annunciato nuove sanzioni contro la Russia e colpito in particolare la Rusal, il gigante russo dell’alluminio, rendendole tra l’altro tecnicamente molto difficile pagare le cedole sulle sue obbligazioni. Da quel giorno, in due settimane, l’alluminio è salito del 30 per cento e il rialzo, secondo molti esperti del settore, può ancora continuare. Si noti che questa volta nessuno ha criticato Trump e nessun produttore di lattine ha fiatato. Nelle guerre di religione del nostro tempo la globalizzazione è il bene e la Russia è il male. Se combattere la Russia significa deglobalizzare, pazienza, in questo caso c’è una speciale dispensa e si può fare. Questa vicenda ci offre numerosi insegnamenti e conferme.

Il più importante è che la seconda guerra fredda è diversa dalla prima. La prima era lenta e ritualizzata e utilizzava codici e canali di comunicazione che si erano formati nel corso della seconda guerra mondiale, quando Stati Uniti e Unione Sovietica avevano combattuto dalla stessa parte. C’era, anche nei momenti più tesi, un reciproco rispetto di forma e di sostanza. Si riconosceva la grandezza dell’avversario. Le guerre ai confini dei due imperi erano previste ed erano anche frequenti, ma si sapeva in anticipo che sarebbero restate a livello locale e che sarebbero state combattute in modo convenzionale, fucili, carri armati, aerei e nient’altro. La propaganda era simmetrica, Radio Mosca da una parte, Voice of America dall’altra. Anche l’attività di spionaggio, molto intensa, era regolata al millimetro. Tanta Cia a Mosca, altrettanto Kgb a Washington. Sul piano economico i rapporti erano chiari e corretti. L’Unione Sovietica poteva esportare il suo petrolio senza problemi e utilizzare il sistema di pagamenti occidentale. Poteva emettere obbligazioni in dollari e pagare le sue cedole con cronometrica puntualità. Le imprese occidentali avevano il divieto di esportare tecnologia avanzata, ma quando la Fiat chiese al Dipartimento di Stato l’autorizzazione ad aprire una grande fabbrica a Togliatti questa fu intelligentemente concessa. L’idea era che, facendo dei russi dei piccoli proprietari, anche solo di un’utilitaria, l’ideologia comunista si sarebbe corrosa dall’interno. La seconda guerra fredda fa apparire la prima una disputa fra gentiluomini. È irregolare, non ritualizzata e di movimento. La panoplia include le guerre e lo spionaggio informatici e, dove già possibile, l’intelligenza artificiale. Si tratta di strumenti opachi, impossibili da pesare sul piatto della bilancia (e quindi potenzialmente asimmetrici) e sui quali l’opinione pubblica può essere manipolata come si vuole. La retorica, dal canto suo, è tornata a includere l’uso del nucleare mentre i rapporti economici sono sempre meno prevedibili e la Russia non ha più la garanzia di potere utilizzare in futuro il sistema di pagamenti occidentale.

L’America sta imparando a usare in modo mirato e dinamico le sanzioni e ci sta prendendo gusto. Usa molto meno le classiche misure commerciali e agisce sui singoli individui da una parte e sul sistema finanziario dall’altra. Se si controlla il sistema idraulico del mondo attraverso il regolamento delle transazioni e le banche depositarie (tutte americane o con importante presenza in America) è sufficiente chiudere un solo rubinetto per togliere l’acqua a chi si vuole colpire. Chi opera sui mercati emergenti è abituato a decidere sulla base dei fondamentali economici dei debitori sovrani o corporate. Se è avvertito, aggiunge un secondo livello di analisi geopolitica. Un paese debitore può avere un terribile disavanzo delle partite correnti e può avere esaurito le sue riserve valutarie, ma se ha un santo in paradiso (un funzionario del Dipartimento di stato che telefona al Fondo Monetario) i soldi per pagare una cedola o rimborsare un bond si troveranno sempre e, male che vada, ci sarà una ristrutturazione del debito mite e favorevole. È stato ad esempio il caso della Turchia per decenni, è quello dell’Ucraina nei tempi nostri. Oggi bisogna introdurre un terzo livello di analisi, quello del sistema dei pagamenti. Un debitore può avere un bilancio sano e la volontà di servire scrupolosamente il suo debito, può inviare alla depositaria i dollari per le cedole addirittura in anticipo sulla scadenza, ma se la depositaria ha ricevuto il divieto di distribuire i soldi agli obbligazionisti, questi rimarranno all’asciutto. Certo, il giorno in cui le sanzioni verranno tolte le cedole verranno sbloccate, ma potrebbero occorrere anni. Alla cedola successiva il debitore volonteroso proporrà ai creditori un concambio in titoli in valuta locale, magari con capitale e cedole indicizzate al dollaro, ma le cose si faranno comunque complicate. Bisognerà aprire un conto in una banca locale e farsi accreditare lì il dovuto, per poi rimpatriarlo. A quel punto l’emittente, per sano che sia, dovrà rifinanziarsi a caro prezzo attraverso altri canali. Resterà sempre, in qualche scantinato di Londra, una boutique dedicata che intermedierà questi titoli, ma per il grosso pubblico, istituzionale e individuale, l’accesso resterà chiuso. A questo si potranno aggiungere problemi operativi di varia natura. Se cercate un titolo iraniano su Bloomberg, vi verrà spiegato che ogni informazione è sospesa per le sanzioni. Qualcosa di simile è stato prospettato nei giorni scorsi anche per la Russia. Le sanzioni sui flussi finanziari sono così potenti che in America si è proposto, soprattutto da parte democratica, se renderle ancora più radicali, escludendo Venezuela e Russia dall’intero sistema di pagamenti in dollari. Per ora si è deciso di andare piano, per non spingere Cina e Russia a sviluppare troppo un loro sistema di regolamenti alternativo. La Cina cerca di regolare tutto quello che può in renminbi e di promuoverne l’uso, ma i tempi di creazione di una valuta di riserva richiedono decenni, non anni. La Russia offre oggi prezzi molto attraenti su rublo, bond e azioni. È interessante notare come gli Stati Uniti, che ai tempi dell’occupazione russa della Crimea e del concomitante crollo del greggio (2014) speravano in un crollo completo del rublo per spingere i russi contro il governo, twittino oggi con Trump che Russia e Cina non devono nemmeno farsi venire in mente di svalutare. Chi investe deve però tenere nel giusto conto la possibilità di sanzioni ancora più severe, anche se al momento la possibilità che queste vadano a toccare il debito sovrano appare remota. I problemi di cui abbiamo parlato riguardano per ora solo Iran, Russia e Venezuela. Gli altri paesi emergenti continuano a godere di buonissima stampa finanziaria e hanno effettivamente valutazioni ancora interessanti. Anche nel loro caso, tuttavia, il 2018 sarà migliore del 2019-2020, quando i tassi americani saranno più alti e l’economia globale andrà più piano. Rispetto a queste preoccupazioni, ora alimentate dalla fine delle ricoperture degli short sui Treasuries e dalla ripresa del ribasso dei corsi, può essere di conforto la scelta di Clarida come numero due della Fed. Clarida è una figura di alto profilo intellettuale e sta a Powell come Fisher stava alla Yellen, di cui è stato il grande consigliere. Teorizza il tasso reale neutrale a zero dal 2014 (per almeno altri tre-cinque anni, ebbe a scrivere allora) e fa pensare a una Fed che si limiterà ad accompagnare l’inflazione, senza introdurre tassi reali positivi ancora, come minimo, per qualche trimestre. Venendo al breve, assistiamo a una caduta di volatilità (la volatilità è diventata volatile, abituiamoci a questo nuovo mondo). Le borse sono spinte verso l’alto dagli utili, soprattutto in America, ma trattenute dalla riaccelerazione delle aspettative di inflazione, a loro volta dovute in questi ultimi giorni al petrolio. Che, per tornare al tema di oggi, dovrebbe a sua volta sostenere il rublo.

Alessandro Fugnoli

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UniCredit continua il consolidamento in est Europa.

Non si sono ancora sopite le voci sul possibile matrimonio tra UniCredit e SocGen, declassate comunque dagli analisti come possibilità remota, che la banca guidata da Mustier annuncia di aver firmato due accordi esclusivi di partnership strategica con Allianz e Generali “per la distribuzione di prodotti assicurativi per individui e piccole e medie imprese in Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia”.

Le partnership di lungo termine “verranno gradualmente implementate, in conformità con le normative locali di riferimento, nella seconda metà del 2018 – si legge in una nota -, e saranno focalizzate prevalentemente su prodotti Life and Non-Life con Allianz e su prodotti CPI (Credit Protection Insurance) con Generali”. UniCredit aveva preparato il terreno all’espansione di queste attività creando l’area CEE Bancassurance, affidata ad Arcangelo Vassallo.

Nella nota che annuncia l’intesa, Piazza Gae Aulenti dice di aspettarsi “sinergie grazie a una rafforzata ed unica strategia commerciale, offrendo una gamma di prodotti ampliata per i clienti di UniCredit in una regione con forte potenziale di crescita”.

Il commento dell’operazione è stato affidato a Carlo Vivaldi, responsabile della divisione CEE per la banca: “Queste partnership accresceranno la nostra offerta attraverso una gamma completa di prodotti assicurativi e servizi di alto profilo per i nostri clienti individuali e piccole e medie imprese, facendo leva sulla nostra posizione di leadership nella regione così come su brand riconosciuti come Allianz e Generali”.

Ha aggiunto Petros Papanikolaou, Regional ceo CEE di Allianz: “La domanda aumenta per le assicurazioni Vita, Salute e Danni in Europa. Ora possiamo proteggere questi clienti nei momenti chiave della loro vita”. Mentre Luciano Cirinà, Austria, CEE & Russia Regional Officer e ceo di Generali CEE Holding, ricorda che nell’area ci sono “più di 12,5 milioni di clienti”.

Fonte Repubblica.it

Grecia, Cipro e ora Italia: storia delle Euro-cavie.

Marc-Antoine Muret (nella foto) nacque ricchissimo a Limoges nel 1526 e morì ancora più ricco a Roma nel 1585. La cura intelligente delle sue fortune non gli impedì di formarsi una vastissima cultura filosofica e giuridica, di diventare precettore di Montaigne, di tenere seguitissime conferenze al Collège de Boncourt (re Enrico II e la regina, entusiasti, lo vollero come filosofo di corte) e di trascorrere i suoi ultimi anni, ormai celebre in tutta Europa, come professore a Padova e alla Sapienza, a cui lo chiamò papa Gregorio XIII. Una vita perfetta di un grande umanista, dunque, che fu però tormentata, negli anni centrali, da ricorrenti accuse di sodomia, che nel clima del calvinismo in rapida crescita in Francia e in quello della Controriforma in Italia si tradussero in arresti, processi e condanne al rogo alle quali Muret sfuggì più volte rocambolescamente. Nella prima di queste fughe, con il fisico già debilitato dallo sciopero della fame nelle carceri parigine, traversò le Alpi e giunse in Italia travestito da povero e gravemente malato. Ricoverato anonimo in ospedale, fu scelto dai medici, che non sapevano chi fosse, come cavia di nessun valore per una nuova rischiosissima cura. Experimentum in corpore vili, scrissero nei loro appunti. Muret scappò in tempo dall’ospedale, ma da allora il concetto di esperimento in corpore vili viene utilizzato per distinguere la ricerca asettica (che si fa in laboratorio o attraverso modelli e simulazioni) da quella che si fa sul campo in condizioni caotiche e, soprattutto, sulla pelle delle persone, che a loro volta reagiscono e interagiscono. Gli economisti amano molto modelli e simulazioni, ma nulla è paragonabile agli esperimenti reali che vengono condotti ogni tanto nel corpo vile (e spesso non così vile, come nel caso di Muret) delle nostre economie e società. Un concetto può essere buono o cattivo sulla carta, ma è poi la sua concreta attuazione, che può avvenire in molti modi e non in uno solo, a darci spunto per le riflessioni più interessanti.

Si sa che l’euro, moneta senza stato, è un grande esperimento. All’interno del programma di ricerca dell’euro c’è poi un sottoprogramma, l’Italia nell’euro (ovvero l’Italia in un’area monetaria subottimale, per dirla tecnicamente) anch’esso di grande rilievo. Dall’esperienza più che trentennale dell’Italia nell’euro, nella quale includiamo la fase preparatoria, emerge quanto siano state decisive, più dell’euro in sé, le modalità della sua implementazione e gestione. Quattro grandi errori sono stati commessi in questi trent’anni, due prima della partenza dell’euro nel 1997 e due nella fase successiva. Il primo, nella lunga fase di preparazione, è stato quello di provare a difendere livelli della lira troppo alti, dissipando ogni volta grandi fortune in un’inutile difesa del cambio salvo puntualmente capitolare e svalutare. Il secondo, alla partenza dell’euro, è stato il livello di aggancio lira-marco decisamente troppo alto. Certo, gli industriali tedeschi l’avrebbero voluto ancora più alto, ma la scelta di Ciampi di pagare questo prezzo come biglietto d’ingresso non fu certo ottimale. Ciampi era animato da spirito tipicamente mazziniano-azionista (gettare il cuore oltre l’ostacolo, con indiscutibile nobiltà di intenti ma anche con indifferenza rispetto ai costi) e pensava, come Kohl, che il momento storico fosse irripetibile e che l’occasione non dovesse andare persa. In realtà si sarebbe potuto fare tutto con calma e aspettare qualche anno, ma questo allora non lo si poteva sapere con certezza. Questi primi due errori, per quanto costosi, sarebbero stati riassorbiti col tempo se non fossero intervenuti senza soluzione di continuità il terzo e il quarto, molto più gravi. Il terzo fu di lasciare intendere, dal 1997 al 2009, che i debiti governativi europei erano tutti privi di rischio. Certo, nei trattati e negli statuti della Bce si scrisse il contrario, ma si lasciò in vigore quello che era stato deciso a Basilea nel 1988, e cioè che le banche non avrebbero dovuto accantonare capitale a fronte degli acquisti di titoli governativi, qualificandoli in pratica come privi di rischio. L’Italia e gli altri paesi mediterranei si trasformarono così, agli occhi dei mercati, in risk-free ad alto rendimento. Questa idea, che nessuno mai smentì, si trasformò in un flusso imponente di capitali verso di noi, un fenomeno che tipicamente capita ai paesi emergenti quando si scoprono improvvisamente ricchi di qualche minerale o appetibili perché si convertono a politiche probusiness.

In queste circostanze gli emergenti rivalutano oppure, come è venuto di moda negli ultimi anni, mantengono il cambio stabile riciclando e sterilizzando la valuta in entrata comprando titoli esteri e sigillandoli dentro un fondo sovrano per le future generazioni. Gli emergenti che non rivalutano e non creano un fondo sovrano si trovano costretti a bilanciare il surplus di capitali con un deficit corrente e si mettono ad alzarsi gli stipendi, a creare un disavanzo di bilancio, a consumare e a importare più che possono. Fanno una bella vita, si intende, salvo poi trovarsi con i conti in grave disordine e una bassa produttività il giorno in cui il loro petrolio scende di prezzo o i capitali esteri decidono di tornarsene a casa. L’Italia, inserita a cambio fisso nell’euro, non poté rivalutare. Né le venne in mente di fare la brava formica e sterilizzare in un fondo sovrano di titoli esteri i capitali esteri in valuta tecnicamente estera che le piovevano addosso per comprare Btp. Fece la cicala, si alzò le retribuzioni diventando meno competitiva, consumò, importò e pensò che i tassi bassi resi possibili dagli afflussi dall’estero e dall’essere di fatto risk-free sarebbero stati per sempre. L’Italia, in pratica, si fece cogliere nelle peggiori condizioni dal cigno nero del 2008- 2009. Per un paio d’anni reagì come tutti gli altri, perfino meglio degli altri, perché si giocò venti punti di Pil in ammortizzatori sociali della crisi quando gli altri se ne giocarono trenta. Il livello assoluto del suo debito dava però molto nell’occhio e si accompagnava a un disavanzo delle partite correnti che alle orecchie tedesche suonava malissimo. Vedendo che le cose in Italia, benché in via di stabilizzazione, non miglioravano, la Germania nel 2011 ebbe una crisi di nervi e proclamò in forma solenne il dogma della fallibilità del debito sovrano dell’eurozona. Alzando inni alla funzione pedagogica dello spread commise il quarto grande errore rovesciando di 180 gradi il terzo errore e commettendone uno opposto e ancora più grave. I capitali esteri investiti in Italia vennero richiamati in patria, i tassi esplosero e l’Italia fu costretta all’austerità e alla svalutazione interna nel peggiore momento possibile. La produzione industriale cadde di un quarto e si portò con sé un’ondata di fallimenti che negli anni successivi avrebbe messo in grave crisi le banche con gli effetti che ben conosciamo. Con il Quantitative easing e con il “qualunque cosa per salvare l’euro” la Bce fermò l’emorragia e contenne gli effetti del quarto errore, che lasciò comunque dietro di sé una scia di lutti e di rovine che arriva fino ai giorni nostri. Come si vede il povero euro, di per sé, non ha colpe gravi e ha anzi qualche merito.

Sono tutte le condizioni intorno all’euro, con colpe europee e colpe italiane, che hanno creato il grave disordine metabolico dell’Italia, ipernutrita quando stava bene fino al 2008 e poi dissanguata quando stava male negli anni successivi. Oggi l’Italia sta benino come conti. Ha un avanzo primario non disprezzabile, un surplus delle partite correnti ottenuto sì con la deflazione salariale ma anche con una miracolosa ripresa della nostra competitività nelle nostre grosse nicchie di forza. Le banche hanno un problema strategico di profittabilità, ma non hanno più quello della sottocapitalizzazione. La somma di debito privato e pubblico in rapporto al Pil è uguale, non superiore, a quella di quasi tutti i paesi industrializzati. Diciamo che l’Italia è in equilibrio e non ha, tecnicamente, bisogno di svalutare. Non ha però la forza, in queste condizioni, di aggredire alcuni gravi problemi strutturali, primo tra tutti la disoccupazione giovanile. È andata quindi crescendo, in questi anni, l’idea di politiche supply-side come il taglio delle tasse da attuare in deficit. Nella narrazione europea deficit equivale a spread. La risposta euroscettica è che lo spread non dipende dai mercati ma dalla politica della banca centrale. Il Giappone ha un disavanzo triplo del nostro e un debito netto del 153 per cento contro il netto italiano del 121 (nel mondo si diffonde l’uso della metrica netta e negli Stati Uniti si usa quasi esclusivamente questa) eppure il decennale giapponese rende lo 0.05 e il nostro il 2.13. La replica è che il Giappone si stampa i suoi yen. Allora stampiamoci le nostre lire, rispondono gli euroscettici. Ma così si fa inflazione, si risponde. Ma in Giappone non c’è inflazione. Ma l’inflazione ci sarà perché voi volete svalutare, si dice. Ma nel 2014 siamo scesi da 1.40 a 1.05 e non c’è stata inflazione. Sì, ma se svalutate vi impoverite, prendete cattive abitudini e vi ritrovate come l’Argentina. Si può andare avanti a lungo e non è certo compito di questa nota prendere posizione. Si può però osservare che, come nella storia dell’euro il diavolo non è stato nell’euro ma in quello che gli ha girato intorno, anche un’eventuale uscita dall’euro non sarebbe un male o un bene in sé, ma potrebbe diventarlo a seconda delle condizioni di preparazione, di attuazione e di gestione. Va poi ricordato che tutto diventerà più complicato nei prossimi anni, perché la liquidità diminuirà progressivamente mentre il ciclo economico positivo prima o poi perderà slancio. Fino a oggi i populismi di destra, come da manuale, hanno fatto bene all’azionario e male all’obbligazionario e al cambio. L’esperienza che abbiamo da Stati Uniti e Regno Unito è tuttavia troppo breve per trarre conclusioni certe. Se l’Italia del cambiamento si accontenterà di un punto di spazio fiscale in più la reazione della borsa non sarà negativa e lo spread resterà sui livelli attuali. Se si vorrà andare oltre dovremo allacciare le cinture di sicurezza.

Alessandro Fugnoli

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Il peso di Visegrad in Europa.

C’era, una volta, «la Nuova Europa» dell’ideologo neo-con Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa di Bush. Contrapposta alla «Vecchia Europa» dei Paesi fondatori, la Nuova Europa imperniata sui nuovi entrati del blocco centro-orientale era l’interlocutore privilegiato dell’amministrazione Usa. E infatti appoggiò l’invasione dell’Iraq nel 2003 nonostante l’opposizione di Francia e Germania. Da allora molto tempo è passato. Bush è un ricordo sbiadito. I neo-con sono ulteriormente involuti nel trumpismo. In Iraq si continua a combattere e a morire. La «Nuova Europa» si è ribattezzata Gruppo di Visegrad, composto da Polonia, Cechia, Ungheria e Slovacchia, e continua a fare la fronda contro Bruxelles e l’asse franco-tedesco.

Ma adesso i vecchi amici di Rumsfeld sono diventati «la forza più dinamica» della Ue: parola di Wang Yi, consigliere di stato cinese. I quattro di Visegrad sono il terminale, economico ma anche politico, di quella «Nuova via della Seta» che il leader cinese Xi Jinping ha lanciato verso l’Europa. La settimana scorsa i viceministri degli esteri dei Quattro sono andati a Pechino per mettere a punto i dettagli del vertice del gruppo 16+1 che si dovrebbe tenere quest’anno in Bulgaria. Il gruppo è costituito dalla Cina, dai Paesi di Visegrad e da tutti gli altri stati dell’Europa orientale. Nato nel 2012, quando l’America di Obama era in piena sintonia con la UE a guida franco-tedesca, il gruppo dei 16+1 è andato crescendo in sintonia con i forti investimenti di Pechino nelle infrastrutture dell’Est Europa. E oggi rappresenta una realtà politica con cui Bruxelles deve fare seriamente i conti. Come si vede, gli interlocutori cambiano ma le dinamiche europee restano sempre le stesse.

La Cina di oggi, come l’America di ieri, cerca di sfruttare una faglia che attraversa la UE fin dall’allargamento ad Est. E lo scopo di fondo, ora come allora, è quello di impedire al Vecchio continente di elaborare posizioni politiche che risultino scomode per il potente di turno. Per il momento il contenzioso tra Pechino e Bruxelles è limitato alle questioni commerciali provocate dal dumping cinese. Ma il crescente ruolo geopolitico della Cina potrebbe, prima o poi, entrare in rotta di collisione con gli interessi della UE, per esempio in Africa. E allora la quinta colonna rappresentata dal gruppo di Visegrad potrebbe rivelarsi preziosa per gli interessi del Dragone, come lo fu per quelli di Bush ai tempi dell’invasione dell’Iraq.

Andrea Bonanni

Fonte Repubblica.it

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