L’ Austria non spaventa i mercati.

La svolta a destra dell’Austria non spaventa i mercati perché in parte già scontata nell’affermazione del populista Heinz Christian Strache, capo dell’FPO, che ha riportato il suo partito nazionalista ben oltre i fasti del mai dimenticato Haider. La destra del Partito della Libertà austriaco ha ottenuto un risultato molto importante e con il suo 27% ha di fatto buttato fuori dal governo i Verdi. Un partito del quale è espressione in carica il Presidente austriaco Van der Bellen. Una coalizione con i popolari dell’altro vincente Sebastian Kurz, leader del Partito Popolare Austriaco ex Ministro degli Affari Esteri, dei rapporti con l’Unione Europea e dell’Integrazione, (che ha ottenuto un più che onorevole 31,6%), è la nuova prospettiva politica per l’Austria, che accantona definitivamente la Grosse Koalition di ispirazione tedesca. Il richiamo della figura di Kurz al compianto John Kennedy ne ha fatto un caso politico nel panorama europeo che ricalca le orme del neo Presidente francese Macron.

Come in Germania al centro della modifica dell’asse politico è stata centrale la proposta di programma sull’immigrazione che accomuna Kurz e Strache e che offre una possibilità di riavvicinamento quasi insperata dell’Austria ai Paesi del Patto di Visegrad su queste tematiche. Paesi che però non sono graditi proprio al FPO perché i maggiori beneficiari delle rimesse dall’estero dei propri concittadini che proprio in Austria hanno trovato posti di lavoro e un sistema sociale favorevole, anche se ancora per poco. I migranti extra europei che sono entrati in Austria sono 70 mila, perlopiù di religione musulmana e richiedenti asilo politico dichiarandosi provenienti da Syria, Afghanistan e Iraq, e hanno messo a dura prova le strutture pubbliche di aiuto sociale di un Paese di soli 8,7 milioni di abitanti.

Del resto Strache è stato abile a non ripetere gli errori degli altri nazionalisti europei, e in “tempi di Brexit” ha eliminato dalla sua Agenda politica il referendum antieuropeista che ha fatto danni notevoli alle estreme destre olandesi, tedesche e francesi. Ma questa prospettiva centro-destrista di un nuovo governo austriaco lancia un monito all’Unione Europea che si aggiunge al pessimo risultato della Merkel in Bassa Sassonia battuta sonoramente dai socialdemocratici. In pratica le politiche comunitarie mandano in archivio la strategia dell’accoglienza della Merkel che politicamente e come costo sociale ha sollevato dubbi e critiche diffuse, ed è la vera prova del fuoco per la tenuta dell’Unione Europea, ancor più che il dibattuto sul “Ministro delle Finanze europeo”.

Inoltre il leader dell’FPO dovrà agire con cautela perché il suo predecessore portò il Paese a sanzioni che minarono la reputazione e il peso politico dell’Austria soprattutto nell’asse mitteleuropeo. In attesa dei dati definitivi la storia dei governi austriaci resta segnata da lunghe attese per la formazione di esecutivi e, quindi, da qui al 2018 l’incertezza e i tentativi da parte del Presidente in carica di portare Kurz verso una coalizione alternativa a quella con l’FPO non si sprecheranno.

Le sfide dell’Austria di fronte all’innovazione tecnologica che ha coinvolto l’industria automobilistica e i servizi terziari saranno quelle di un nuovo governo che guiderà un Paese dove le rinnovabili producono il 75% dell’elettricità necessaria e tutti i partiti non sono mai venuti meno ai propri principi nel sostenere una crescita economica sostenibile ed eco-compatibile.

L’Unione Europea da questi venti di rinnovamento delle destre e di nuove strade delle sinistre europee ha tutto da guadagnare, poiché offre i germogli di un risveglio politico che su entrambi i lati è sempre meno divisivo e sempre più attento alle istanze sociali pur nei nascenti nazionalismi. Forse una risposta agli eccessi americani di Trump e per una nuova scena politica dominata da leader di destra e di sinistra sempre più giovani e capaci di svoltare dai paradigmi spesso antiquati dei “vecchi” partiti che hanno dominato la scena in Europa sin dalla Seconda Guerra Mondiale.

Claudia Segre

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Con la scusa della Cina, l’UE controlla gli investimenti extraeuropei.

Le mire cinesi sui mercati europei hanno spinto i governi di Germania, Francia e Italia a presentare un documento comune per suggerire alla Commissione Europea l’elaborazione di un nuovo meccanismo di controllo sugli investimenti extraeuropei in settori chiave per lo sviluppo delle economie dei paesi UE.

I timori verso Pechino

Il documento, reso noto dalla testata Politico.eu, contiene un appello a Bruxelles per mettere un freno agli investimenti extracomunitari che possono rispondere a logiche di strategia geopolitica prima ancora che economica. Il destinatario naturale di questo documento è la Cina, anche se nel testo non è mai citata esplicitamente. Già nel febbraio scorso i tre Paesi avevano inviato una lettera comune a Bruxelles accennando tale richiesta.

Berlino, Parigi e Roma ritengono infatti non sufficienti i meccanismi di protezione posti a livello nazionale dagli Stati membri per frenare queste forme di investimenti e acquisizioni mirate a conquistare quote di mercato strategiche per lo sviluppo delle economie europee. Il timore è che queste acquisizioni non siano motivate da logiche strettamente economiche, ma da un preciso progetto politico contenuto nel programma ‘Made in China 2025’, con cui Pechino punta a conquistare la leadership nei settori tech, dell’energia e delle infrastrutture. Secondo i tre governi, il controllo di questi settori, caratterizzati da un alto potenziale di crescita, potrebbe essere fondamentale in futuro per ritagliarsi un ruolo di potenza egemone negli equilibri mondiali.

La proposta della Commissione

La proposta, pur lasciando la decisione finale agli Stati membri, prevede che la Commissione Europea assuma un ruolo di vigilanza su queste operazioni sospette con un continuo scambio di informazioni a livello europeo. L’unico settore escluso è quello della difesa. Sulla base dei dati periodicamente trasmessi a Bruxelles, la Commissione avrà il compito di presentare un rapporto con cadenza biennale sull’andamento di questi investimenti in tutti settori dell’economia UE. Lo stesso rapporto dovrebbe analizzare anche il ruolo giocato dallo Stato di provenienza di questi investimenti. La preoccupazione dei tre Paesi è legata direttamente alle politiche di sussidi e di aiuti di Stato messi in campo dal governo cinese, anche indirettamente, tramite imprese e agenzie a controllo statale, per favorire queste operazioni di mercato a scapito dei concorrenti europei. La continua supervisione di queste operazioni dovrà garantire il rispetto delle regole di mercato con particolare riferimento alla legislazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Nel documento si pone come condizione necessaria quella di garantire il principio di reciprocità. Lo Stato membro verso cui si indirizza l’acquisizione dovrebbe porre, nelle indicazioni dei tre, delle condizioni o impedirla se nel paese di origine dell’investimento sono presenti dei limiti particolari agli operatori economici europei. In caso di limitazione, si prevede di dare alla Commissione Europea la facoltà di proporre una giusta quota o prezzo all’investitore extra-UE.

Le riserve nazionali sul controllo degli investimenti

Il meccanismo proposto dai tre fa dipendere tuttavia l’intervento di Bruxelles dalla scelta dello Stato membro che potrebbe anche decidere di non intervenire in alcun modo. D’altra parte i tre governi affermano nel documento di proposta che le legislazioni e le competenze nazionali in termini di controllo di tali operazioni non saranno sostituite o emendate da quelle europee.

Secondo diverse fonti, i funzionari di Bruxelles stanno lavorando da tempo a un meccanismo del genere di cui però si conoscere ancora poco. La complessità di questo nuovo sistema di controllo risiede nella necessità di evitare che possa allontanare altri e preziosi investimenti extracomunitari di soggetti economici che invece rispettano gli standard di trasparenza e di leale concorrenza sanciti dalle leggi del commercio internazionale e dalle severe leggi europee. Una presa di posizione ufficiale della Commissione si è avuta durante il tradizionale discorso sullo stato dell’Unione Europea che il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha tenuto il tredici settembre.

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Bratislava sfida Milano per ospitare l’Agenzia del farmaco.

Bratislava sottolinea la necessità di riequilibrare la presenza delle agenzie europee.

Dicono di poter rispondere a tutti i criteri dettati dal Consiglio europeo per il trasferimento dell’Ema. Compreso il sesto punto, quello geografico, stabilito per assicurare una equa distribuzione delle Agenzie europee nei Paesi membri. Su questo requisito che si aggiunge ai cinque tecnici, anche nella precedente fase di negoziazione del percorso tracciato, Bratislava ha puntato molto. E continua non a caso a farlo. Ricordando con molta enfasi nelle premesse del proprio dossier di candidatura, come «la Slovacchia sia uno dei pochi membri che non ospita un quartier generale » di un’Autorità Ue. Una vittoria, «sarebbe vista come atto di fiducia verso un nuovo membro », e porterebbe a «una maggiore coesione nell’Unione». La politica prima di tutto, quindi. E non solo. Hanno coniato anche uno slogan: «Slovacchia, buona idea». E declinato la propria offerta, tra pagine ornate di fiori e foto, in 52 pagine: lo stesso numero esatto del documento presentato dall’Italia. Ma quella tra Milano e Bratislava sarà anche un’altra sfida. Tra il Pirellone e il Westend Plazza, l’edificio scelto come sede da offrire all’Agenzia del farmaco. Che cos’è? Nel dossier viene spiegato che, a caccia di opportunità logistiche, la scelta finale è caduta su una parte a Nord Ovest della città chiamata Patrónka: una nuova area di uffici non proprio centralissima, ma — è l’assicurazione — una delle più collegate della capitale, «a pochi minuti d’auto» dall’autostrada per l’aeroporto di Bratislava e quello di Vienna. Un quartiere business di recente costruzione che ospita anche altre multinazionali (dalla Siemens a Generali fino all’Ibm), ma anche l’Accademia di Scienze del Paese, un ospedale e uno shopping center. È proprio sulla possibilità di creare legami con il campus scientifico e altre strutture di ricerca, che Bratislava punta. Oltre che su «un’economia con una delle crescite più veloci dell’Europa», su «10.700 posti di lavoro» che si prospetterebbero in un futuro prossimo, su un mercato immobiliare in piena attività e un costo della vita sicuramente più economico di quello di Londra. Su altri numeri a cominciare da quelli delle università o di camere di hotel, non c’è sfida. Su quest’ultimo fronte, per dire, Milano con 69mila letti batte i 12.800 di Bratislava. Tanto che, come per gli aeroporti, la città include nel pacchetto anche la vicinanza — 60 chilometri — con Vienna.

Fonte Repubblica.it

Summit dei Balcani: che cosa fanno gli investitori europei?

Mentre le manifestazioni di popolo in Turchia offrono la speranza che la porta dell’Europa resti aperta nonostante i ritardi accumulati nell’adesione ai “capitoli comunitari” (16 aperti e uno concluso su 35), il focus degli investitori europei si sposta a Trieste al Summit dei Balcani dove i Premier di Italia, Francia e Germania presiederanno un’intensa tornata di incontri sulle politiche di immigrazione ma soprattutto sull’allargamento dell’Unione Europea.
Infatti, oltre ai membri UE saranno presenti i 6 Paesi dei Balcani occidentali maggiormente interessati all’entrata nell’UE con riferimento al cosiddetto Processo di Berlino innescato dalla Merkel, vale a dire: Bosnia – Herzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo, Macedonia, e Albania.
Le aspettative per questo evento sono molte, tanto che l’Italia attende la ratifica di una serie di Progetti per almeno 200 milioni di euro distribuiti su settori cruciali per le infrastrutture europee: trasporti, energia e sostegno alle PMI.
Così proprio in un momento nel quale i Paesi dell’Est Europa che non hanno aderito all’euro, primi fra tutti l’Ungheria e la Polonia, sono al centro delle polemiche per l’accesso incondizionato ai fondi strutturali europei e per la loro posizione fortemente contraria ad una evoluzione federalista, ecco che l’Unione Europea non si fa trovare impreparata all’ipotesi di allargamento e si mostra molto ben intenzionata all’entrata dei Paesi dei Balcani Occidentali.
E ciò nonostante il permanere della mancanza di una soluzione sulle questioni russa e ucraina spinga i 4 Paesi del patto di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca) a prendere le distanze dai tavoli comunitari ponendosi sempre di traverso ad ogni istanza o Direttiva che ne rafforzi le istituzioni ed il percorso verso una federazione di Stati.
Il processo di adesione è iniziato due anni prima della Turchia nel 2003 e nel frattempo gli accordi commerciali sono stati ampliati ma resta un rischio politico evidente che vede un’erosione degli standard democratici, elevati livelli di disoccupazione e quindi un allontanamento dai principi fondativi dell’UE.
E’ evidente il timore di ripetere l’esperienza di Bulgaria e Romania dove un’eccessiva fretta nell’inclusione nell’UE fece più male che bene agli stessi Paesi e creò non pochi problemi alla tenuta dell’UE. Il rischio dunque resta elevato e occorrerebbe risolvere e chiarire prima la fondamentale questione dei rapporti economici con i 4 di Visegrad.
Del resto la Russia è pronta ad approfittare di qualsiasi passo falso per ampliare ulteriormente la sua sfera di influenza nell’area quindi la partita ha connotazioni non sono economico finanziarie ma anche geopolitiche di non poco conto.
Anche se da questo incontro di Trieste non dovessero emergere novità sostanziali è chiaro che il quadro favorevole per i mercati azionari europei non durerà a lungo se l’UE non metterà mano ai conti dei Fondi Europei perché’ la redistribuzione degli stessi incide direttamente sulle previsioni di crescita economica e possono diventare determinanti per alcuni Paesi come lo sono stati per la Polonia durante la crisi finanziaria globale evitandogli la recessione.
I volumi sulle divise dell’Est Europa si stanno assottigliando e quelli sulle divise dei Balcani son ancora contenuti così l’attenzione degli investitori è ben lungi dall’aprire nuove scommesse e si accontenta delle nuove certezze con la ripresa dei macro del Portogallo e il miglioramento del rating della Grecia (con un rapporto molto positivo sullo stato dell’economia, finalmente fuori dalla fase di stagnazione), da parte di Moody’s.
Il fatto che il meeting sui Balcani, che sempre più rappresentano una criticità anche per la gestione delle rotte dei migranti, sia ospitato dall’Italia è emblematico di una politica di avvicinamento e rafforzamento dei legami commerciali che il nostro Paese ha portato avanti negli ultimi 15 anni. Ma ora occorre fare qualche passo in più nella ricerca di consenso sull’allargamento da parte di tutti i Paesi UE e sulle modalità con le quali premiare gli sforzi di Paesi modello come Albania e Serbia.
Le diplomazie europee sono quindi al lavoro ma il nostro Paese presentandosi insieme a Francia e Germania con una rappresentanza istituzionale di prim’ordine ha un’ottima occasione di far suo un successo che per la nostra bilancia commerciale è molto importante.

Claudia Segre

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L’Europa è germanocentrica.

Europa schiava della Germania. Sotto il tacco di Angela Merkel. E’ il verbo dei partiti anti-Ue, anti-euro o sovranisti che dir si voglia, di tutta Europa. Certo, uno slogan, ma che parte dallo strapotere economico di Berlino, che la moneta unica non ha fatto altro che esaltare.

Reddit, il sito di socialnews, ha pubblicato una mappa dell’Europa che fa paura. Certo, non come quella che aveva in mente Adolf Hitler, visto che questa non si riferisce a una occupazione militare e politica dei Paesi europei (e non solo) da parte della Wermacht. Ma fa paura perché mostra in modo inequivocabile l’occupazione economica del nostro continente da parte della Germania.

Su Reddit si sono divertiti a colorare i territori dei singoli stati non con le rispettive bandiere nazionali, ma con quelle del Paese primo importatore per questi stati. Ovvero, il Paese da cui importano più prodotti, beni, materie prime. E il risultato è impressionante, perché la quasi totalità dell’Europa porta la bandiera della Germania. Che è il primo paese per importazioni in Spagna, Francia, Gran Bretagna, Italia, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Olanda, Polonia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Grecia, Svezia, Finlandia, Danimarca e quasi tutti i Paesi della ex Jugoslavia.

Il primo importatore, per Berlino, è l’Olanda, dalla quale i tedeschi acquistano sopratutto latte, carne, ortaggi, frutta, fiori, elettronica, oltre a materie prime le più disparate che sbarcano nel più importante porto d’Europa: Rotterdam. E l’Italia per quale Paese è il primo importatore? La piccola, e vicina, Albania. Stop.

Fonte liberoquotidiano.it

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