Indicatori positivi dall’area Euro.

Nelle ultime due settimane le schermaglie politiche europee ed americane sono finite da parte e la ribalta è stata per i governatori delle banche centrali Fed e Bce che hanno influenzato gli scambi generando un po’ di volatilità.

In realtà le due riunioni hanno confermato le attuali politiche monetarie, forse alcuni analisti si aspettavano qualche divergenza marcata da parte della Yellen rispetto alla nuova amministrazione; ma il ruolo istituzionale area eurodella Fed è stato rispettato e non vi è stata nessuna particolare frizione che potesse generare speculazione.

Il trend economico Usa continua ad essere positivo e i possibili rialzi dei tassi attesi rimangono nell’agenda del governatore in funzione anti inflattiva. Per la Bce il sunto del discorso di Draghi passa nell’aver ribadito che i tassi restano invariati nell’eurozona così come il programma di riacquisto asset per tutto il 2017 sceso a 60 miliardi al mese.

Un passaggio importante ha riguardato la moneta unica, della quale è stata ribadita l’irrevocabilità, rappresentando l’elemento necessario al mantenimento del mercato unico. Importante anche una risposta politica circa le pressioni antieuropeiste, che non preoccupano il governatore.

Sul fronte del mercato comunque i momenti di maggiore oscillazione dei prezzi hanno coinciso proprio con il dibattito seguito alla riunione Bce, in particolare i titoli di stato hanno corretto con un marcato rialzo dei rendimenti soprattutto sulla curva medio lunga, con il Btp decennale al 2,29% al livello massimo nell’ultimo mese. Il rialzo dei rendimenti ha riguardato anche la Spagna salita all’1,8% e il Portogallo al 3,96% e non ha lasciato indenni i titoli “core” come il Bund, salito in poche ore dallo 0,37% allo 0,42%, mentre l’Oat francese è tornato in area 1,05% di rendimento dopo lo 0,9% nella scorsa settimana.
L’attività di primario rimane sempre ad alto livello, molti emittenti sia governativi che corporate approfittano della fase di mercato a tassi bassi per incrementare il “funding” del 2017, possibilmente allungando le scadenze.

Il Tesoro italiano ha emesso via sindacato la prima tranche del nuovo BTP indicizzato all’inflazione europea, con esclusione dei prodotti a base di tabacco, a scadenza 15 maggio 2028 per 3 miliardi di euro. Il nuovo titolo di stato ha scadenza 15 maggio 2028 e tasso annuo reale 1.3%, pagato in due cedole semestrali. Il nuovo BTPei è stato collocato al prezzo di 99.878, corrispondente a un rendimento lordo annuo reale del 1.316%. Buona la domanda, a fronte di un’emissione da 3 miliardi, gli ordini d’acquisto hanno raggiunto i 6.4 miliardi a conferma del fatto che gli investitori, in questa fase, cercano protezione contro l’inflazione.

In occasione dell’asta a medio-lungo di lunedì prossimo il ministero dell’Economia metterà a disposizione degli investitori tra 7,25 e 9 miliardi di euro di Btp a tre, sette e 15 anni, insieme ad un “off the run” trentennale. Il nuovo benchmark a sette anni 15 maggio 2024, in asta per 3-3,5 miliardi avrà una cedola dell’1,85% rispetto allo 0,65% dell’attuale titolo di riferimento ottobre 2023. La nona tranche del tre anni 15 ottobre 2019 0,05% andrà in asta per 2,25/2,75 miliardi, mentre per i due extra-lunghi l’importo complessivo sarà fino a 2,75 miliardi.

Il Tesoro spagnolo ha collocato titoli a 6 e 12 mesi con rendimenti negativi -(0.298% rispetto al precedente -0.291% per i 12 mesi e -0.389% rispetto al precedente -0.363% per il 6 mesi).

La società automobilistica tedesca Daimler ha lanciato un prestito obbligazionario senior per un importo di 1.25 miliardi di euro con cedola annuale del 0.85% per 8 anni che va a rimborso in un’unica soluzione a febbraio 2025. Il bond è negoziabile per importi minimi di 1.000 euro, che rende accessibile l’investimento anche ai piccoli risparmiatori. Il bond ha rating A-. Daimler, che controlla il gruppo Mercedes Benz, è stata lo scorso anno il sesto emittente più attivo tra i corporate nell’emissione e rimborso di obbligazioni per oltre 5 miliardi di euro e gode di buona reputazione fra gli investitori.

UBI Banca ha lanciato e prezzato una nuova obbligazione subordinata Tier2 in euro, con scadenza 10 anni e mezzo e call dopo 5 anni e mezzo il cui importo è stato fissato in 500 milioni di euro raccogliendo ordini per 1.1 Euro crisimiliardi. Si tratta del primo bond subordinato Tier2 di una banca italiana emesso quest’anno. Il titolo con scadenza settembre 2027 richiamabile dopo 5.5 anni, ha una cedola al 4.45%. Il bond ha rating BB con taglio minimo di 100 mila euro negoziabile
Molto attivo il settore energetico con Italgas che ha collocato una nuova obbligazione in euro a sette anni, da 650 milioni, a fronte di richieste per oltre 1.5 miliardi, che concorrerà al rimborso di prestiti “bridge to bond” ottenuti dalla società nell’ambito della sua separazione da Snam. Il collocamento presso investitori istituzionali segue da vicino il lancio di un altro bond Italgas a cinque e dieci anni per 1.5 miliardi avvenuto lo scorso mese di gennaio. L’obbligazione Italgas, scadenza 14 marzo 2024, cedola 1.125%, è stata prezzata a 99.076% per un rendimento dell’1.169%. Il bond è negoziabile per importi minimi di 100.00 euro ed ha rating Baa1/BBB+. A2A è uscita con un deal da 300 milioni di euro a scadenza 2024 con cedola 1,25%, rating dell’emittente Baa3/BBB e taglio minimo da 100 mila euro.

Southern Gas Corridor con garanzia della Repubblica di Azerbaijan, ha collocato 1 miliardo di dollari sulla scadenza 24 marzo 2026. Il titolo paga una cedola fissa di 6.875%, ha rating BB+ ed è negoziabile per tagli minimi di 200.000 dollari.
IBRD, International Bank of Reconstruction ha collocato nuovi bond in lire turche. Le obbligazioni senior zero coupon, cioè senza cedola, hanno l’obiettivo di finanziare progetti di sviluppo nei Paesi membri beneficiari, in questo caso la Turchia. Le obbligazioni sono state collocate a 73.25 per un importo di 250 milioni di lire turche (TRY). Il bond senior va a scadenza il 24 febbraio 2020 con prezzo di rimborso a 100. Il titolo è negoziabile per importi minimi di 10.000 TRY, circa 2.500 euro ed al prezzo attuale di 73,10 offre un rendimento dell’11%. Il rating dell’emittente è massimo, AAA per tutte le agenzie, l’unica incognita è l’alta volatilità del cambio.
Tra i titoli high yeald la Frigoglass, importante produttore greco di refrigeratori, presente in 20 paesi del mondo, si appresta a ristrutturare il proprio debito. Travolto dalla crisi europea e dalle sanzioni imposte dalla UE alla Russia, uno dei principali mercati di sbocco di Frigoglass, è costretta a rinegoziare il bond high yield da 250 milioni di euro e cedola 8.25% che va in scadenza nel maggio 2018. Rialzo invece delle quotazioni sul secondario della Agrokor, importante società di distribuzione in Croazia ed altri paesi dell’ex Yugoslavia, dopo aver ricevuto una linea di credito da una banca. Buone notizie dal Belize che aveva sospeso il pagamento della cedola 5% sul titolo in dollari con scadenza nel 2038. E’ stato rapidamente raggiunto un accordo di rinegoziazione della cedola che avrebbe dovuto salire al 6,7% dal prossimo anno e che si fermerà al 4,938% con ammortamento a partire dal 2030 anziché 2020 ed accorciamento della scadenza al 2034 dal 2038 precedente. Tra i prossimi deal la Croazia ha dato mandato a un consorzio di banche per organizzare un roadshow tra gli investitori con l’obiettivo di emettere una nuova obbligazione nei prossimi giorni. Rating dell’emittente BB.

Carlo Aloisio

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Tu chiamala se vuoi … deglobalizzazione.

Il protezionismo conserva, il libero scambio distrugge i paesi più vecchi e spinge all’estremo l’antagonismo tra proletariato e borghesia, accelerando la rivoluzione sociale. È per questo, signori, che io voto a favore del libero scambio.” È il 9 febbraio 1848 e con queste parole Marx conclude il suo discorso davanti a un’assemblea di operai a Bruxelles. Il tema è caldissimo. Gli industriali inglesi sono da poco riusciti ad abrogare le leggi sul grano, che con i loro dazi proteggevano i proprietari terrieri dalla concorrenza dell’agricoltura francese. Ora il grano costa molto meno e gli industriali possono pagare meno le maestranze, che infatti sono irrequiete e deluse.

Era stato loro promesso il pane a buon mercato, ma non la diminuzione dei salari. Quaranta anni più tardi Friedrich Engels, da sempre sodale e finanziatore di Marx, rilegge il discorso di Bruxelles e ne ricava interessanti riflessioni. Engels, che è rivoluzionario ma è anche un industriale intelligente, coglie perfettamente i limiti del protezionismo. Se si protegge un’industria, dice, si danneggiano le altre dello stesso paese e si finisce con deglobalizzazioneil dovere proteggere anche queste. Se si protegge tutto, d’altra parte, non ci si può illudere che gli altri paesi non facciano altrettanto. L’America fa però bene a proteggere la sua industria perché è in una fase nascente. In questo modo si svilupperà più in fretta e sarà pronta a superare l’industria britannica e a competere con questa in meno tempo di quello che sarebbe occorso senza protezioni. Alla fine, in ogni caso, l’adozione generalizzata del libero scambio, unita alla crescita della produttività, accelererà lo sviluppo globale senza che il lavoro ne tragga beneficio. Da qui la rinnovata convinzione che il libero scambio accelererà la rivoluzione.

Il dibattito sul commercio internazionale attraversa tutto l’Ottocento. Il secolo si apre all’insegna del protezionismo e si chiude all’insegna dell’imperialismo, ma la parte più interessante, vista oggi, è quella di mezzo, quando il libero scambio sembra prevalere, almeno a livello ideologico, e cerca di capire la propria ragion d’essere. Si avverte fra i vittoriani (si veda The Mid-Victorian Generation 1846-1886 a cura di T. Hoppen) un afflato iniziale febbrile e perfino religioso per la globalizzazione. Gesù Cristo è il Libero Scambio e il Libero Scambio è Gesù Cristo, afferma in un discorso l’unitariano utopista Sir John Bowring, futuro governatore di Hong Kong. La globalizzazione, si pensa, porterà con sé fratellanza, pace universale perpetua e crescita economica. Per chi dovesse rimanere temporaneamente indietro vengono varate a più riprese le leggi sui poveri, una forma rudimentale di salario di cittadinanza.

Nella sua prima fase l’entusiasmo per il libero scambio unisce i Little Englanders (gli isolazionisti che sostengono che ci si può disfare dell’impero perché il commercio globale lo renderà superfluo) e gli imperialisti, che sostengono l’integrazione a due velocità, più rapida all’interno dell’impero e necessariamente più lenta con il resto del mondo. Saranno questi ultimi, molto presto, a prevalere. Ai primi segni di difficoltà per gli esportatori inglesi sarà la diplomazia delle cannoniere ad aprire la strada al libero commercio. Con un secolo e mezzo di esperienza storica in più dei vittoriani possiamo permetterci oggi di essere globalisti adulti e ammettere alcune verità. La prima è che la pressione verso il libero scambio viene sempre dal più forte e dal più competitivo, che di solito è anche quello che ha una capacità produttiva superiore alla sua domanda interna. L’Inghilterra vittoriana, gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale e la Cina di oggi (nonché, in ambito regionale, la Germania) sono stati e sono esattamente in questa situazione. La narrazione, da Sir John Bowring fino a Xi Jinping a Davos, non sottolinea questo aspetto, che è però importante, e punta invece su valori come la libertà e la pace. La seconda è che la globalizzazione è un indicatore ritardato, non anticipato, della crescita. Ovvero ne è un effetto, non una causa.

Il famigerato Smoot-Hawley Act dal 1930, con il quale vengono raddoppiate le tariffe doganali americane, è figlio, non padre, di una caduta della produzione e dell’occupazione già iniziata da quasi un anno. Per quanto sia bric&pigsda tutti riconosciuto che questa misura (cui ovviamente corrisposero contromisure da parte dei partner commerciali) danneggiò ulteriormente l’economia, è alle politiche monetarie e fiscali che va ascritta la responsabilità prima della crisi. Simmetricamente, lo smantellamento dello Smoot-Hawley nel 1934 dette un contributo alla ripresa, ma non ne fu la causa prima, anche in questo caso monetaria e fiscale. Roosevelt, del resto, si guardò bene dall’eliminare i dazi del 25 per cento in vigore prima del 1930. Fu solo con la fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti, usciti vincitori con un apparato industriale enormemente cresciuto, disegnarono un ordine mondiale orientato al libero scambio. Il Piano Marshall fu del resto una grande operazione di vendor financing, simile a quanto fa oggi la Cina in molte parti del mondo, in cui si dava sfogo all’eccessiva capacità produttiva americana dando tempo all’Europa di rimettersi in piedi. La terza osservazione è che una globalizzazione gestita male, come ben sappiamo in Italia, può essere distruttiva se il paese che la subisce è poco flessibile. Trump, ideologicamente, non è protezionista e il timore dei mercati obbligazionari sulle conseguenze inflazionistiche della sua politica sono eccessivi. Trump ha certamente un mandato da parte degli elettori degli stati di vecchia industrializzazione (determinanti nel farlo vincere in novembre e decisivi nel farlo eventualmente rieleggere nel 2020) di fermare l’emorragia di fabbriche e posti di lavoro.

Il ritorno dal Messico al Michigan causerà certamente un forte aumento del costo del lavoro per dipendente, ma molti lavoratori saranno sostituiti da robot che non sarebbe economico utilizzare in Messico. In pratica si avranno più investimenti in tecnologia e più produttività e gli aumenti dei prezzi finali saranno limitati. Se così sarà, si può obiettare, verranno messi sotto pressione i margini delle imprese. Vero, ma fino a un certo punto. Ci sarà infatti uno scambio. L’industria dell’auto che ritorna a casa vedrà ridotta la pressione dei regolatori sull’efficienza energetica. Il farmaceutico che dovrà competere per le commesse di Medicare cederà pricing power al governo, ma avrà in cambio un’accelerazione e semplificazione del costoso iter per l’approvazione dei nuovi farmaci, quelli su cui fa tipicamente più utili. I contratti con le imprese della difesa verranno tutti rinegoziati con ampi tagli dei prezzi, ma in cambio le commesse aumenteranno.

Solo banche ed energia riceveranno (attraverso deregulation e tasse più basse) più di quello che dovranno concedere. L’inflazione sarà poi tenuta a bada dal dollaro forte e dagli aumenti dei tassi. Certo Trump e Mnuchin cercheranno periodicamente di gettare acqua gelata sul dollaro, ma l’impressione è che riusciranno probabilmente a bloccarlo, ma non a invertirne la tendenza naturale al rafforzamento. Quanto alla Cina, nuovo campione del libero scambio, tutto verrà rimesso in discussione. Le armi di Trump sono Taiwan, il riavvicinamento con la Russia, un Nafta riformato e allargato al Regno Unito che penalizzi l’import dalla Cina e, in extremis, l’imposizione di tariffe che potrebbero arrivare al 45 per cento. La Cina ha in mano la carta della Corea del Nord, che solo lei può tentare di controllare, la possibilità di svalutare e quella di minacciare la vendita di titoli del Tesoro americani, che farebbe salire i tassi (ma anche scendere il dollaro). Prima di entrare nel vivo delle trattative ci sarà comunque una fase in cui Trump e Xi cercheranno di prendersi le misure, con Kissinger dietro le quinte che cercherà di mantenere il confronto in termini razionali. Già stasera avremo modo di esaminare i primi decreti della nuova amministrazione. Dollaro, bond e borse non ci sembrano troppo lontani dai valori che, per quanto è dato di capire, ci si potrebbe attendere. Attenzione, però, da oggi entriamo in un mondo nuovo.

Alessandro Fugnoli

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I tanti problemi della locomotiva Germania.

La Germania è considerata da molti la locomotiva dell’Europa, il Paese che, grazie alle sue performance economiche, è diventata il Benchmark di riferimento di tutta l’UE. Un Paese dove l’economia dovrebbe assicurare un sistema di welfare e di stabilità del lavoro tale da garantire un’adeguata stabilità sociale. Le contrastanti analisi economiche mettono però in dubbio, talvolta, questa visione.

La crescita

La Germania è la prima economia dell’UE con un PIL che rappresenta il 29% di quello dell’Eurozona e il 21% di quello dell’Europa a 28 (percentuale maggiore nell’UE post-Brexit). La spina dorsale della sua economia continua Germania Europaad essere il settore manifatturiero (26% del PIL, al netto del comparto edilizio che pesa per quasi il 5%). L’agricoltura e la pesca rappresentano meno dell’1% del PIL, mentre la quota dei servizi è pari al 69%. L’economia tedesca si caratterizza anche per il suo alto grado di internazionalizzazione. Nel 2015 la crescita del prodotto interno lordo è stata del 1,7%, una cifra di poco superiore a quella registrata l’anno precedente, mentre per quanto concerne il 1° trimestre del 2016, l’economia tedesca è cresciuta più di tutte le altre facenti parte il G7. Tuttavia, come affermano in una nota gli economisti di Barclays, nei mesi a venire questa crescita potrebbe risentire della scomparsa di due elementi favorevoli che l’hanno spinta nel recente passato: il calo dei prezzi petroliferi e l’euro debole.

Il lavoro e l’import-export

Il mercato del lavoro continua a dare segnali di ottima salute e rappresenta un fattore stabilizzante della congiuntura economica: il numero degli occupati, infatti, ha raggiunto il valore più alto dalla riunificazione ad oggi, toccando quota 43 milioni di unità con un tasso di disoccupazione del 6,1% (dati aggiornati a dicembre 2015). La disoccupazione in Germania è la metà di quella italiana, e quella giovanile è tra le più basse in Europa. Il 2015 tedesco ha visto i salari aumentare del 2% e la creazione di 400mila nuovi posti di lavoro, con un reddito pro-capite che oggi in Germania si aggira sui 40mila dollari annui. Relativamente al commercio con l’estero, il 2015 si è concluso con un sostanziale equilibrio tra dinamica delle esportazioni (+5,7%) e quella delle importazioni (+5,4%). Secondo le stime governative, nell’anno in corso le esportazioni dovrebbero aumentare del 3,2%, le importazioni del 4,8% e la domanda interna del 2,3%. Le esportazioni nette, cui solitamente viene attribuito il successo dell’economia tedesca, hanno in effetti dato un contributo negativo alla crescita, così come pubblicato dall’ufficio federale di statistica. È la settima volta che questo avviene negli ultimi 9 trimestri, rileva Andreas Rees, di Unicredit. «È un risultato – sostiene Rees – che non combacia con l’opinione diffusa che la Germania sia tuttora dipendente dalla sua enorme macchina da export, a svantaggio degli altri Paesi europei (si sono susseguite nel tempo anche critiche da parte della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale). In altre parole, da qualche tempo a questa parte, è in atto una certa forma di riequilibrio, sfortunatamente trascurata da molti osservatori».

Disuguaglianza

Nonostante i numeri positivi, anche i problemi permangono. La disuguaglianza ad esempio. La ricchezza in Germania è concentrata per gran parte nelle mani di poche famiglie: si stima infatti che il 10% delle treni 6famiglie più ricche disponga, oggi, di oltre il 60% della ricchezza netta tedesca. Un quadro fosco e preoccupante dell’economia e della società tedesca è quello che traccia Marcel Fratzscher, direttore del prestigioso istituto economico Diw di Berlino. Dai dati elencati in “Verteilungskampf”, il suo libro dedicato alla “Lotta per la distribuzione”, emerge una Germania sempre più ingiusta, per niente socialdemocratica, e lacerata da una serie di gravi diseguaglianze non solo sul fronte dei redditi e delle risorse, ma soprattutto nell’accesso al sistema scolastico e per la mobilità sociale.

Sono tante le barriere e i pregiudizi”, spiega il 45enne Fratzscher a “l’Espresso”, “che pregiudicano lo sviluppo nella Germania di oggi, in particolare per quanto riguarda le donne e i figli delle famiglie più povere. Diseguaglianze che frenano non solo la crescita dell’economia tedesca, ma anche la democrazia in Germania”

Luigi Pellecchia

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Strategia Europa 2020: sviluppo, occupazione e trasparenza.

Per “Europa 2020” (Strategia dell’Unione Europea che intende rilanciare l’economia dell’Unione nei prossimi dieci anni e che vuole lo sviluppo di un’economia che sia intelligente, sostenibile e solidale in modo che crescano occupazione, produttività e coesione sociale) la coesione sociale diventa uno dei principali strumenti con cui conseguire gli obiettivi contenuti nella Strategia.

Ed è vero che far conoscere e fornire informazioni in questo momento storico è uno degli aspetti più delicati e nevralgici del processo di “gestione della cosa pubblica”, com’è anche vero che, perché si raccolgano i frutti delle europa 2020scelte politiche, come nel caso specifico della politica di coesione, e affinché si possa investire nei progetti più importanti e innovativi, occorre che il ventaglio dei beneficiari sia adeguatamente informato. Che sia valorizzato il momento di copertura mediatica delle attività previste, così come il ricorso alle varie metodologie di comunicazione, l’organizzazione di iniziative per il lancio dei programmi o d’iniziative varie d’informazione.

Ma, è ugualmente vero che, nella Società contemporanea, al “dovere di informare” e agli “obblighi di comunicazione”, parallelamente, si affiancano i doveri di tutela e della salvaguardia, soprattutto, di alcuni generi di informazioni/comunicazioni.

Per questi motivi, le norme in materia di informazione e comunicazione, contenute nelle proposte di regolamento per il periodo 2014-2020, sono il risultato di un’intensa attività di consultazione e discussione all’interno dell’Unione in un’ottica di valorizzazione dei principi di semplificazione e pertinenza delle informazioni, migliorando, contemporaneamente, la trasparenza, l’accessibilità alle informazioni, contemperandole con la tutela dei diritti di privacy e riservatezza. Quello che si ricerca è di dare vita ad un armonioso rapporto dialettico tra Privacy e Trasparenza, nella miglior garanzia e salvaguardia dell’uno e dell’altra.

La Commissione Europea per contrastare con forza la “fuga di notizie” dei documenti dell’esecutivo e tutelare implicitamente la riservatezza delle informazioni, cercando di arginare ulteriori danni di credibilità e d’immagine all’Unione ha realizzato una Strategia complessa che, come dichiara Irene Souka, Director General of DG Human Resources and Security, che coniugherà la formazione, un’articolata campagna di comunicazione e una dichiarazione d’intenti a cadenza annuale.

L’obiettivo principale del progetto è quello di garantire che le informazioni sensibili e riservate siano adeguatamente protette evitando danni politici e di reputazione per la Commissione” prosegue Irene Souka. E sappiamo come questo sia nel recente passato un tema dolente per la Commissione Juncker che ha dovuto difendersi più volte dalle accuse di aver favorito le lobby degli industriali facendo in modo che fossero diffusi documenti delicati.

Nel nostro Ordinamento la Trasparenza si configura (ex d.lgs 33/2013) come “accessibilità totale” alle informazioni, mentre, di contro, la tutela folla 3della riservatezza, la Privacy, presuppone forme e modalità di protezione giuridica per ciò che non vogliamo sia reso pubblico e per questo gli Ordinamenti giuridici hanno sentito il bisogno di garantire i cittadini da interferenze ritenute indebite, cercando di scongiurare la diffusione di dati, fatti e informazioni.

Si tratta di un equilibrio difficile e sempre in pericolo di essere perso. Da ambienti vicini a Juncker viene dichiarato che gli “incontri segreti e la mancanza di trasparenza, ormai, sono un ricordo del passato”. Anzi ci tengono a far sapere che una delle prime decisioni prese dalla Commissione Juncker sia stata di garantire che qualsiasi incontro con i Commissari e i Direttori Generali fosse reso pubblico.

Dalla Souka, dall’altra parte, durante il recente incontro a porte chiuse dei Direttori Generali vengono messe in evidenza le sanzioni che i funzionari potrebbero affrontare in caso di violazione dei loro obblighi contrattuali (con un rimando, quindi, indiretto alle riservatezza).

Come anche vero è che gli sforzi per cercare di arginare la fuoriuscita di indiscrezioni sulle informazioni provenienti dalla Commissione sembra essere in contraddizione con l’intenzione sentita nell’unione Europea e a livello globale nello scenario internazionale, nel tipo di Società attuale, di assicurare una migliore trasparenza istituzionale.

E’ la continua ricerca di un equilibrio che l’Unione non cessa mai di perseguire: una politica di informazione e comunicazione europea che sia sempre protesa al perseguimento e sostegno di tutti gli strumenti in grado di garantire un autentico dialogo con i cittadini e colmino la distanza tra le istituzioni e i cittadini della UE, con la garanzia per loro dell’accesso a tutte le informazioni utili.

Marzia Del Porto

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Cechia: L’ euro? Non ci interessa.

La Repubblica Ceca non ha bisogno del cosiddetto “Mister Euro”, un coordinatore per l’adozione della moneta unica, perché Praga non si sta preparando per entrare nell’Eurozona. Lo ha dichiarato il ministro delle Finanze, il miliardario ceco Andrej Babis.

L’economista Oldrich Dedek, che ha avuto il ruolo di “Mr. Euro” al ministero delle finanze durante gli ultimi 11 anni, dal prossimo mese assumerà un euro cracknuovo incarico alla Banca centrale e secondo Babis la posizione può essere eliminata. “Non abbiamo bisogno di nessun coordinatore, non ci stiamo preparando a entrare nell’euro – ha spiegato Babis al quotidiano Lidove Noviny – Lasceremo al prossimo governo la decisione sull’adozione della moneta unica.

Babis, con il suo partito di centro Ano, è dato per favorito in vista delle prossime elezioni di ottobre. Praga che è entrata nell’Ue nel 2004 non ha mai sponsorizzato l’adozione della moneta unica, nonostante rispetti praticamente tutti i criteri di accesso.

Fonte Aska News

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