Europa, sostanzialmente stabile ma vulnerabile.

I dati economici recenti dell’Europa confermano un quadro misto, sostanzialmente stabile, ma vulnerabile.

In Germania la produzione industriale è calata a luglio dell’1,2% dopo il rialzo del mese precedente. L’indice di aspettative economiche ZEW ha poi deluso in agosto con il valore di 0,5 contro un 2,5 previsto, confermando le indicazioni del sondaggio Ifo rivelatosi anch’esso al di sotto delle aspettative. Anche le esportazioni tedesche sembrano affievolirsi, con un calo del 10% a luglio 2016 rispetto al luglio 2015.

Similmente, in Francia la produzione industriale in luglio è calata dello 0,1% in confronto con le aspettative di un rialzo dell’1%. In Italia la produzione industriale è stata migliore in luglio rispetto a giugno, ma è restata negativa, europa vulnerabilecon un ribasso dello 0,3%. Anche in Spagna, leader della crescita macroeconomica recente, la produzione industriale è scesa dallo 0,8 allo 0,3% in luglio, al di sotto delle attese.

Nel Regno Unito la produzione industriale ha totalizzato una crescita dello 0,8% in luglio 2016 rispetto a luglio 2015, più alto dello 0,6% in giugno, al di sotto delle aspettative. Il primo ministro Theresa May prende tempo, avendo dichiarato di non iniziare le trattative formali di Brexit prima del 2017 e il segretario alla Brexit, Davis, ha detto che il Regno Unito può agire con agilità nella stesura di un accordo di libero scambio con l’UE allo stesso tempo dell’uscita dalla stessa.

Tuttavia, la mancanza di una soluzione potrebbe incrementare l’incertezza economica, soprattutto se la sterlina continua a recuperare forza, (non la nostra aspettativa principale). Inoltre, le trattative impiegano sempre più a lungo del previsto e con il 44% delle esportazioni inglesi destinato all’UE, le aziende inglesi hanno interesse a non iniziarle troppo tardi.

Luigi Sottile

Kaczynski: “O riformiamo l’UE o andrà al collasso”.

“O l’Europa si riforma ascoltando ogni Stato nazionale membro, o sarà la disintegrazione”. E’ quanto afferma Jaroslaw Kaczynski, leader storico del PiS (Diritto e giustizia, i nazionalconservatori tornati al potere con le elezioni del 25 ottobre) il più influente politico neoconservatore UE, in un’intervista esclusiva a Repubblica e al gruppo Lena. “L’Europa intera affronta problemi gravi. La ‘correctness‘ limita la libertà di parola, religione, dibattito, decisioni. E assistiamo alla liquidazione della democrazia da parte di gruppi di pressioni. Ci opponiamo a ciò, in Polonia e in Europa. Per questo ho europa-collassoparlato con Orbàn di controrivoluzione, sebbene per tradizione polacca preferiamo chiamarla rivoluzione che aiuti a conquistare la libertà”, è l’opinione di Kaczynski.

“Tutti in Europa dobbiamo tornare al concetto di Stato nazionale, sola istituzione capace di garantire democrazia e libertà”, insiste il leader euroscettico. “Noi abbiamo avanzato proposte: cambiare i Trattati per rafforzare gli Stati nazionali ed eliminare ogni arbitrio: Sorpresa amara dalla UE: gentilezza con Ankara, linguaggio brutale con Varsavia”.

Kaczynski vede un’Europa che “cambia rapidamente”. “Ovunque i populisti si rafforzano, dalla Germania con la AfD alla Francia con Marine Le Pen. Non penso che ella vinca le elezioni ma è giovane, ha tempo. O guardi alla Lega Nord, ai partiti populisti scandinavi. Non so come sarà l’Europa tra 6 anni. I 5stelle in Italia stanno sorpassando la forza di governo, un partito antieuropeo è al top della popolarità in Olanda, vediamo strane forze di sinistra antieuropee in Grecia e Spagna. Possono far esplodere la UE. O riformiamo la UE o andrà al collasso. Un’idea di riforma è internazionalizzare il debito. La Germania dovrebbe spendere per la seconda volta i 2 trilioni di euro spesi per salvare il suo Est, funzionerebbe”, sottolinea.

Secondo il leader della destra polacca, è “difficile cercare un compromesso”. “Sfortunatamente le divergenze non sono a nostro vantaggio”, commenta. “Alcune idee francesi non sono interessanti per la Germania, c’è qualche margine di manovra. L’Italia pur in crisi può giocare un certo ruolo. In colloqui privati, politici europei mi hanno detto che tra 10 anni l’Europa sarà totalmente diversa. Altri vogliono mantenere lo status quo. Ma ciò porterebbe alla disintegrazione. O riforme, ascoltando ogni Stato membro, o disintegrazione. Meglio curare il paziente a casa che in ospedale, e l’Europa è ancora a casa”.

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E’ partito il toto-Brexit.

Da febbraio, il partito della permanenza nell’Unione Europea ha guadagnato slancio e sta ora guidando i sondaggi, anche se con percentuali inferiori al margine di errore standard delle rilevazioni. Come la maggior parte degli osservatori, anche noi continuiamo a pensare che alla fine lo schieramento europeista vincerà. Come abbiamo sostenuto in precedenza, numerosi studi sull’impatto della Brexit sull’economia del Regno Unito mostrano come essa possa essere influenzata negativamente, anche perché una Brexit sarebbe un salto verso l’ignoto.

Non vi è stato, inoltre, un punto di vista coeso sulle possibili alternative alla partecipazione all’Unione Europea, con i sondaggi che hanno indicato, Churchill_Downs_Louisville_Kentuckyoltretutto, come la maggioranza degli elettori sia aperta all’idea di rimanere in una UE riformata. È proprio questo il modo in cui Cameron sta presentando all’elettorato la decisione di permanere nell’UE, anche se l’accordo di febbraio con il Presidente dell’Unione Donald Tusk è una versione annacquata delle sue richieste iniziali. Tuttavia, considerata la vicinanza nei sondaggi e il sostegno dato all’ipotesi di uscita dall’UE da importanti figure pubbliche, il rischio Brexit rimane estremamente reale.

I risultati dei sondaggi nelle prossime settimane e le elezioni locali di maggio potrebbero fornire ulteriori elementi di valutazione circa l’elettorato in bilico e l’affluenza complessiva, che saranno fondamentali per il referendum.

Nel suo outlook biennale sulla situazione economica a livello mondiale, il Fondo Monetario Internazionale ha detto che una Brexit potrebbe provocare gravi danni sia a livello regionale sia sullo scenario globale, interrompendo rapporti commerciali consolidati. Il Fondo monetario sostiene che il referendum di per sé abbia già creato molta incertezza tra gli investitori evidenziando come ipotetici negoziati su accordi post-uscita potrebbero protrarsi per un periodo di tempo molto lungo, causando ulteriore instabilità, perdita di fiducia tra gli investitori e alta volatilità sui mercati.

In effetti, l’Unione europea e il Regno Unito avrebbero due anni per negoziare un “accordo sull’uscita”. Nel caso in cui i negoziati procedano in modo costruttivo, nel breve termine l’impatto negativo sull’Europa continentale sarebbe contenuto. Nel lungo termine, sarà da valutare l’orientamento dell’Unione Europea che potrebbe spingere verso una più marcata disgregazione o mostrare un atteggiamento più conciliante a favore di un’integrazione. Tuttavia, il referendum non si svolge in un contesto politico in cui le preoccupazioni per l’economia del Regno Unito vengono considerate di primaria importanza. La votazione, infatti, si svolge nel bel mezzo di una crisi legata ai flussi migratori nella UE, di attacchi terroristici nelle capitali e di massima allerta per la pubblica sicurezza.

Nel nostro precedente commento, il deprezzamento della Sterlina inglese cui abbiamo assistito dall’inizio dell’anno (più del 7% in termini nominali effettivi euro naufragioe più del 8% rispetto all’euro) è stato anticipato chiaramente. Ciò è stato parzialmente dovuto alle incertezze causate dal referendum. Detto questo, il deprezzamento della Sterlina può essere anche attribuito alla revisione delle prospettive circa l’economia inglese, a causa di un disavanzo crescente nelle partite correnti. Considerato che un incremento dei tassi da parte della Bank of England era già atteso, i mercati stanno attualmente prezzando una leggera riduzione dei tassi per il prossimo anno.

Quali sono le prospettive per la Sterlina? Nell’eventualità in cui una Brexit venisse evitata, ci aspettiamo un apprezzamento della valuta inglese, sebbene di entità limitata, mentre nel caso di un’uscita di Londra dall’UE, ci attendiamo un’ulteriore deprezzamento. Gli effetti potrebbero essere differenti sul rapporto Sterlina/Euro e sugli altri cambi principali della Sterlina (come quello con il Dollaro, Yen e Franco Svizzero), dato che un’eventuale Brexit renderebbe evidente la fragilità dell’Unione Europea e, di conseguenza, quella dell’Eurozona.

Oltretutto, un brusco deprezzamento potrebbe causare un potenziale dilemma per la BoE: l’incertezza generata dalla Brexit potrebbe essere compensata con una posizione più morbida di politica monetaria, anche se un picco nell’inflazione importata potrebbe dissuadere la BoE dal tagliare i tassi.

Il dibattito sulla Brexit si sta intensificando e, alla fine, la scelta è politica. Da una prospettiva economica di breve periodo, il prossimo referendum è comunque assimilabile al lancio di una monetina dove gli esiti sono asimmetrici e poco attraenti: se viene testa, l’economia europea perde, se viene croce, l’impatto potrebbe essere limitato (includendo anche il tempo, l’energia, i fiumi di inchiostro e le altre risorse dedicate al referendum). Detto ciò, anche se il nostro scenario di base circa una non-Brexit si materializzasse, dubitiamo che gli euroscettici siano pronti ad accettare il risultato delle urne. Probabilmente la questione verrebbe riaperta più in là, nel corso del tempo.

Michiel Verstrepen

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Brexit e il pragmatismo d’Oltremanica.

È il 23 giugno 2016. Il popolo britannico si è pronunciato a favore dell’uscita del Paese dall’Unione europea. Dopo settimane di accesi dibattiti, la famosa “Brexit” ha avuto luogo. Siamo lontani dall’esultanza annunciata: le strade di Londra sono caotiche come sempre, ma niente di più. Ci sono vittorie che hanno un gusto amaro… su entrambe le sponde della Manica, il morale è a Big_Ben_Palace_of_Westminster_in_Londonterra. Decine di migliaia di cervelli francesi, esuli della finanza, cominciano a pensare a un’alternativa fiscale o professionale accettabile. L’immobiliare parigino è in fermento.

In Lussemburgo invece si stappa lo champagne. E non soltanto perché il 23 giugno è festa nazionale. No, si celebra innanzitutto il miracolo economico permanente di un piccolo Stato di poco più di 300.000 abitanti, improvvisamente rafforzato dalla prospettiva di vedere i gestori britannici costretti a vendere tutto il loro know-how in materia di asset management attraverso il Granducato.

Questo piccolo esercizio di fantascienza ha già cominciato a solleticare la penna degli editorialisti e probabilmente s’intensificherà nel corso delle prossime settimane, man mano che il conto alla rovescia si avvicinerà al termine. Gli operatori del mercato, quanto a loro, non fanno letteratura ma sono sempre pronti ad agire e non esitano a evocare sin d’ora l’incertezza dell’esito referendario per giustificare parte dei loro comportamenti erratici. Un ulteriore elemento che esacerba la “cacofonia” dei mercati finanziari, che di certo non ne avevano bisogno in questi giorni!

Su quest’ultimo punto, ricordiamo che l’attuale volatilità dei mercati non ha niente di eccezionale. Gli operatori adorano questa instabilità permanente e molti prodotti vivono e si alimentano unicamente della componente del prezzo degli asset.

In un contesto economico mondiale in cui la crescita rimarrà a lungo inferiore al 3% e in cui le locomotive della storia economica recente (Cina, paesi petroliferi, aree emergenti) sono a corto di carburante, i dubbi e le paure tarpano le ali all’entusiasmo e alla voglia di investire.

Questa configurazione del mercato, in cui gli operatori non sanno più verso quale asset class rivolgersi, non è rara nella storia economica e borsistica: l’inflazione degli anni ’70, gli eccessi della finanza (già) negli anni ’80 o le Churchill_Downs_Louisville_Kentuckypolitiche monetarie del decennio successivo hanno fatto trascorrere molte notti insonni agli investitori, popolate dalle notizie allarmanti che provenivano da tutti i fronti.

Eppure, la vera realtà stava altrove: il calo continuo dei tassi, il numero crescente di consumatori a livello mondiale, la libera circolazione dei beni e delle persone hanno avuto la meglio sugli scenari congiunturali più ansiogeni.

Tutto sommato, la vita dei mercati ha poca importanza e i messaggi che essi veicolano sono spesso fuorvianti. Non sono gli eventuali impatti economici di una Brexit a essere preoccupanti, bensì il simbolo costituito dall’eventualità stessa di un’uscita della Gran Bretagna. Per essere efficace, il liberismo ha bisogno di pace, stabilità e fluidità nella circolazione degli uomini e delle ricchezze. La recrudescenza dei nazionalismi in tutto il mondo e la tentazione di ripiegarsi su se stessi non devono trarre linfa da un esempio tanto forte come quello proveniente da un popolo riconosciuto nella Storia per il suo pragmatismo e la capacità di operare scelte difficili.

Riconosciamo ai nostri amici d’Oltremanica una lucidità senza pari in Europa quando si tratta di rimettere in causa le regole che li vincolano. La messa in luce, attraverso questa consultazione, dei difetti dell’attuale organizzazione della Comunità europea (frontiere, bilancio, regolamentazione) sarà utile a tutti, purché si convenga sull’essenziale: “Il contributo che un’Europa organizzata e viva può fornire alla civiltà è indispensabile per il mantenimento delle relazioni pacifiche”, come disse Robert Schuman, ministro francese degli esteri, il 9 maggio 1950.

Il Regno Unito è quell’amico (tutti ne abbiamo uno) che non ci piace incontrare troppo spesso perché ha il dono di sbatterci la verità in faccia. È un amico sicuramente un po’ difficile da sopportare negli anni. Ma continuiamo a chiamarlo “amico” e a invitarlo alla nostra tavola, perché nel profondo sappiamo che, senza di lui, non andremmo avanti nello stesso modo.

Didier Le Menestrel

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Ma cos’è questa crisi …

A nostro avviso, i mercati finanziari stanno sovrastimando l’eventualità di una recessione globale. La possibilità che si entri in una fase di recessione non è superiore al 20%, nonostante mercati azionari e high yield indichino rispettivamente il 50% e il 70% di probabilità che si verifichi tale scenario.

Nella seconda parte dell’anno, le economie dei Paesi sviluppati hanno di nuovo rallentato il ritmo della loro crescita (+1% nella seconda metà stalin pernacchiadell’anno), ma né il livello di questa crescita né l’entità di questa decelerazione sono tali da destare particolari allarmismi, soprattutto da una prospettiva storica.

Tali dati rientrano semmai in quel range di movimenti all’interno di un ciclo di business che può essere definito come irrilevante e non certo come un chiaro cambio di direzione. Le valutazioni azionarie sono scese del 20% dai recenti massimi, sottintendendo un rischio maggiore di una flessione dei rendimenti.

Dubitiamo che questo possa avvenire al di fuori del settore delle commodity visto che i consumi sono supportati da un prezzo del petrolio basso, da tassi di interesse vicini allo zero e da una crescita del mercato del lavoro. Così come vediamo rischi limitati nel settore healthcare.

Inoltre, le mosse delle banche centrali saranno di supporto al sentiment di mercato. Su tutti questi aspetti manteniamo un atteggiamento neutrale e preferiamo restare fuori dal coro piuttosto che allinearci a timori troppo diffusi. Nulla vieta che in caso di nuovi e sorprendenti dati si verifichino nuovi ribassi ma i fondamentali ci dicono che non siamo in un tipico scenario recessivo.

Riteniamo che gli attuali livelli di premio per il rischio ci stiano mostrando l’effettiva portata dei recenti movimenti sui mercati: il premio al rischio azionario è attualmente intorno al 5% contro una media di lungo periodo pari al 3,5% che è stata più alta negli ultimi 25 anni solo durante i picchi della crisi finanziaria del 2008 e di quella dell’euro nel 2012/13.

Inoltre, gli spread tra i prezzi delle obbligazioni high yield e i bond governativi sono stati più elevati solo nel 1991 con la crisi dei risparmi e dei crediti, nel 1998 con il fallimento del fondo hedge LTCM, nel 2002/2003 in coincidenza di scandali contabili e durante la più recente stretta del credito e crisi dell’euro.

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