La differenza tra tassazione giustificata e tassazione giusta.

Su quale sia la tassazione giusta gli specialisti hanno versato fiumi di inchiostro. Chiaramente non c’è un’unica risposta, dipende dal tipo di “capacità contributiva” che si prende in considerazione.

Le cosiddette rendite finanziarie fino a luglio del 1998 erano praticamente esenti da imposte, poiché si riteneva che derivassero da un risparmio, già sottoposto a tassazione, accantonato grazie al lavoro svolto o alle capacità imprenditoriali.

Che questa fosse una lettura troppo indulgente verso le disponibilità finanziarie, (che all’epoca, si diceva, avevano una forte potenziale mobilità e potevano facilmente essere occultate all’estero), appariva evidente e quindi l’introduzione di una tassazione non ha suscitato troppe proteste.

Tuttavia tra una tassazione giustificata e una tassazione giusta, la differenza può essere tanta. Oggi infatti con il sistema del risparmio amministrato, che non consente la compensazione tra minusvalenze e redditi di capitale, cioè interessi e dividendi, può accadere facilmente di essere tassati anche se la consistenza complessiva del proprio deposito titoli, si è ridotta a causa degli investimenti sbagliati.

Diversa è la situazione delle gestioni patrimoniali che in principio invece ammettono la compensazione e prevedono il calcolo delle imposte sul risultato a fine anno e, ovviamente, la tassazione solo se è positivo.

In questo caso si obietta che il sistema consente la tassazione, anche se in effetti il guadagno non è realizzato, poiché il risultato positivo a fine anno, se la gestione prosegue, può essere neutralizzato nei mesi successivi. Questo è vero, però bisogna anche ammettere che la “capacità contributiva” non va riconosciuta solo quando il guadagno è realizzato, ma può essere anche identificata con la crescita del valore di una gestione potenzialmente liquidabile in pochi giorni.

Valentino Amendola

Pensioni in Italia e in Europa.

Le pensioni sono da sempre un tasto dolente, forse particolarmente in Italia dove l’enorme debito pubblico che ci caratterizza fa mettere sempre questa voce sotto i riflettori quando si parla di finanza pubblica. Negli ultimi anni pensionipoi, prima il caso delle baby pensioni in Grecia, poi la legge Fornero catapultata all’improvviso sugli italiani, spesso in procinto di andare in quiescenza, ha aumentato decisamente il tasso di polemiche e discussioni in merito.

Come esiste una moneta unica, almeno nella grande maggioranza degli stati membri, non esiste invece un comune regime pensionistico in ambito UE. Le indicazioni sono di avere un equilibrio sostenibile con le finanze pubbliche che si fondi su sicurezza sociale obbligatoria, regime pensionistico integrativo ed assicurazioni sulla vita. Il fine dovrebbe essere di garantire al lavoratore che viene posto a riposo il mantenimento dello stesso standard qualitativo della vita che aveva nel periodo lavorativo.

Per avere un equilibrio pensionistico è necessario che vi sia un corretto rapporto tra popolazione attiva ed in pensione, l’allungamento della vita produce un ageing rate che viene calcolato, in ambito UE, su di un out look a 50 anni. Un sistema automatico di adeguamento già vige in Italia basato sulle aspettative di vita media, che produce lo spostamento del momento di quiescenza.

L’Ufficio Studi della Camera dei Deputati ha pubblicato il 20 luglio 2015 i dati sui requisiti anagrafici e contributivi per accedere alla pensione di vecchiaia ed alla pensione anticipata. Si tratta del Missoc (Mutual Information System on Social Protection), che è il database dei sistemi previdenziali europei. Il sistema analizza i requisiti di 31 paesi (i 27 Stati membri dell’Unione europea, più Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) e dei 12 settori principali della protezione sociale. I dati sono aggiornati al 1° luglio 2014 (per l’Italia a luglio 2015).

Quello che si evidenzia è che non è vero che in Italia si vada in pensione prima che negli altri paesi, anche se l’idea del Presidente dell’INPS Boeri di tornare alla pensione anticipata a 55 anni appare poco praticabile stante il disastrato stato delle casse pubbliche. Ma analizzando gli altri paesi europei si nota come in Austria gli uomini possano usufruire della messa a riposo a pensioni in italia65 anni e le donne a 60 con la possibilità di anticipare a 62 anni per uomini e donne, con almeno 40 anni di contributi. Simile il Belgio con 65 anni, ma anticipati a 61 con 39 di lavoro. Niente anticipo in Danimarca, ma a 65 anni si va in pensione.

Più complicata è la situazione francese, che possiamo riassumere in un pensionamento tra i 60 ed i 62 anni con tutti i contributi versati, portati a 65/67 se non è rispettato questo requisito. Ma la pensione anticipata è possibile già dai 56 anni di età. L’altro grande paese europeo, la Germania, ha uno standard posto a 67 anni, se si hanno 45 anni di contribuzione è possibile andarci a 65. Con 35 di contribuzione si può usufruirne all’età di 63. La Grecia chiede 67 se si hanno 15 anni di contribuzione e 62 con 40, il sistema di calcolo è complicato, ma è possibile andare in quiescenza a partire dai 60 in realtà e comunque in molti casi bastano 15 anni di contribuzione per averne diritto all’età di 62. Sono invece 35 anni di lavoro quelli necessari in Spagna per andare in pensione a 65 anni di età; una età che è quella fissata per il meritato riposo, indifferentemente per uomini e donne, nel Regno Unito.

Ed eccoci alla situazione dell’Italia, i lavoratori di sesso maschile del settore privato, lavoratori autonomi e para-subordinati ed i dipendenti pubblici, 66 anni e 3 mesi; le lavoratrici del settore privato a 63 anni e 9 mesi; quelle autonome e para-subordinate a 64 anni e 9 mesi. L’assegno sociale viene concesso a 65 anni e 3 mesi. Come ulteriore penalizzazione, si calcola l’aumento della speranza di vita per ricavarne un indice che porta a spostare in avanti l’età pensionabile. Questa, comunque, a partire dal gennaio 2021, non può essere inferiore a 67 anni (69 anni 9 mesi entro il 2050). E’ evidente come sia il sistema più penalizzante tra quelli in ambito UE. Se poi parliamo di anticipo, questo viene scoraggiato con penalizzazione che partono se si usufruisce della pensione prima di 62 anni con 42 anni + 6 mesi per gli uomini e 41 anni + 6 mesi per le donne. 1% di riduzione se due anni prima dell’età di 62 anni, mentre una riduzione del 2% si applica se il beneficio è stato sostenuto anche prima dei 2 anni antecedenti l’età di 62 anni. Le persone assicurate prima del 1° gennaio 1996 con almeno 20 anni, possono andare in pensione all’età di 63 anni e 3 mesi a condizione che l’importo della pensione sia almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale (447,61 € nel 2014).

Maurizio Donini

Leggi QUI l’articolo originale

Redditi finanziari e prelievo alla fonte.

La riscossione delle imposte è uno degli esercizi più complicati e per questo il sistema del prelievo alla fonte è quello più indolore. Nel campo dei redditi finanziari, l’attribuzione progressiva di tutti gli obblighi all’intermediario attraverso il quale il reddito è percepito, indubbiamente semplifica, sia pure secondo quel principio di conservazione, (“nulla si distrugge, tutto si trasforma”), che applicato al fisco vuole che una complicazione non si elimini mai: semplicemente la si sposta da un soggetto a un altro. Gli intermediari finanziari sono attrezzati, ma è necessaria una manutenzione continua delle regole.

Una nuova infrastruttura chiamata T2S, (TARGET2-Securities), nata su impulso della Banca Centrale Europea – per esempio – mira a creare un mercato integrato dei capitali, offrendo servizi di regolamento titoli senza fisco italianovincoli di nazionalità; il che in sostanza vuole dire che le banche dei paesi interessati, (per ora Germania, Italia, Francia e Spagna), potranno centralizzare il sistema di custodia dei titoli attenuando il legame tra banca depositaria e paese del soggetto che emette titoli.

Il punto è che oggi il sostituto d’imposta è di regola un soggetto italiano che: “interviene nella riscossione”, oppure “è incaricato del pagamento dei proventi”, ovvero ai titoli in “custodia e amministrazione”. Per evitare oneri dichiarati dei clienti, perciò, occorrerebbe consentire all’intermediario estero di delegare gli obblighi fiscali a un intermediario finanziario italiano.

Prendiamo un altro caso: i dividendi esteri. La banca italiana deve applicare la ritenuta quando “interviene nella riscossione”. Secondo alcuni “l’intervento” presuppone il deposito delle azioni presso la stessa banca che accredita i dividendi. Secondo altri basta un semplice bonifico proveniente dall’estero con la causale “dividendi” per giustificare la ritenuta. La conseguenza? Se la banca non effettua il prelievo è il cliente che deve inserire l’importo in dichiarazione.

Valentino Amendola

Fuga dall’Italia: nel 2015 147mila persone, +8%.

Nel 2015 le immigrazioni (iscrizioni in anagrafe dall’estero) ammontano a 280 mila, un valore sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente; nove su dieci (89%) riguardano cittadini stranieri.
Tra i flussi in entrata, la cittadinanza più rappresentata è sempre la rumena (46 mila ingressi), seguita dalle comunità marocchina (15 mila), cinese (15 mila) e bengalese (12 mila).
Rispetto al 2014 sono in forte aumento gli ingressi dei cittadini dell’Africa subsahariana: Gambia (oltre 5 mila, +209%), Mali (quasi 5 mila, +135%), Nigeria (9 mila, +68%) e Costa d’Avorio (2 mila,+61%). Sono in calo, invece, le immigrazioni dei cittadini filippini (4 mila, -35%), peruviani (2 mila, -31%) e moldavi (3 mila, -23%).

Continua a crescere il numero delle emigrazioni (cancellazioni dall’anagrafe per l’estero), nel 2015 sono 147 mila, l’8% in più rispetto al 2014. Tale fuga-dall-italiaaumento è dovuto esclusivamente alle cancellazioni di cittadini italiani (da 89 mila a 102 mila unità, pari a +15%), mentre quelle dei cittadini stranieri si riducono da 47mila a 45 mila (-6%).
Le principali mete di destinazione per gli emigrati italiani sono Regno Unito (17,1%), Germania (16,9%), Svizzera (11,2%) e Francia (10,6%).

Sono sempre di più i laureati italiani con più di 25 anni di età che lasciano il Paese (quasi 23 mila nel 2015, +13% sul 2014); l’emigrazione aumenta anche fra chi ha un titolo di studio medio-basso (52 mila, +9%).
Gli emigrati di cittadinanza italiana nati all’estero ammontano a oltre 23 mila: il 55% torna nel Paese di nascita, il 37% emigra in un Paese dell’Unione europea, il restante 8% si dirige verso un Paese terzo non Ue.

Nel 2015 il saldo migratorio con l’estero si mantiene positivo per 133 mila unità ma si riduce del 6% rispetto all’anno precedente.
Ancora in calo i trasferimenti di residenza interni al territorio nazionale (-2% sul 2014), nel 2015 hanno coinvolto appena 1 milione 284 mila individui, il valore più basso degli ultimi dodici anni.
I trasferimenti di residenza interni sono principalmente di breve e medio raggio. Nel 76% dei casi avvengono tra Comuni della stessa regione (971 mila), nel restante 24% tra regioni diverse (313 mila).
In calo nel 2015 anche i trasferimenti di residenza interni di cittadini stranieri: sono stati in tutto 202 mila, quasi 37 mila in meno rispetto al 2014.

Fonte Emigrazione Notizie

Leggi QUI il rapporto ISTAT completo

Bitcoin e fisco italiano.

Sul Bitcoin recentemente anche il fisco ha avuto modo di dire la sua e, questa volta, non per penalizzare.

Ricordiamo innanzitutto di che si tratta. Il Bitcoin è un mezzo di pagamento, utilizzato in alternativa alla moneta avente corso legale, la cui circolazione si basa sull’accettazione volontaria da parte degli operatori di mercato. Insomma, si fonda sulla fiducia di chi lo riceve ed è, per sua natura, decentralizzato, poiché funziona nell’ambito di una rete di soggetti paritari, (peer to peer), che ne riconoscono il valore di scambio, (e quindi la bitcoinquotazione), in assenza di un obbligo di legge, (non avendo il Bitcoin alcun valore legale), o di una disciplina regolamentare, non essendo il Bitcoin collegato ad alcuna autorità monetaria.

Chiaramente, si tratta di un mezzo di pagamento puramente digitale, memorizzato e scambiato mediante PC, smartphone e tablet e conservato in cosiddetti “portafogli elettronici”. Ogni fruitore, quindi, ne può disporre senza l’intervento di alcun intermediario. Da un punto di vista tecnico, i Bitcoin funzionano grazie a codici crittografici: vengono generati mediante algoritmi matematici, attraverso un processo che tende a scongiurarne la falsificazione e lo scambio avviene per mezzo di un apposito software.

Per acquistare questa moneta virtuale, infine, è necessario riceverla come corrispettivo di beni e servizi ceduti, oppure acquistarla da altri possessori in cambio di valuta avente corso legale. Si sono sviluppate infatti apposite piattaforme on-line, che consentono lo scambio di Bitcoin con altre valute tradizionali, sulla base di un tasso di cambio.

Si è posto in quest’ultimo caso il problema dell’IVA, poiché essa è dovuta nel caso in cui l’acquisto o la vendita di Bitcoin, siano considerati transazioni non aventi ad oggetto “divise banconote e monete con valore liberatorio” mentre – ed è questa la tesi accolta dall’amministrazione finanziaria in una recente risoluzione – non è dovuta se il Bitcoin è assimilato a una vera valuta.

Valentino Amendola

Pagina 1 di 512345

Pin It on Pinterest

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close