A parte le promesse elettorali di riduzione della pressione fiscale per i redditi più alti – questa è sostanzialmente la prospettiva della flat tax – la riforma della tassazione è stata la grande assente dell’ultima campagna elettorale. Eppure le cose da sistemare non mancano. Nel campo delle rendite finanziarie, per esempio, l’effetto distorsivo più rilevante è dato dal fatto che si può subire la tassazione anche se si sono subite delle perdite.

A questo risultato può infatti facilmente condurre la circostanza che, sui dividendi e interessi, comunque si applica la ritenuta del 27%, (o del 12,5% per i titoli pubblici), poiché non è possibile la compensazione con le minusvalenze realizzate. Anche quando il deposito nel complesso ha perso valore, infatti, è normale subire una tassazione, a meno che non si sia scelta una gestione patrimoniale.

Con i fondi comuni l’effetto è ancora più bizzarro, perché se si guadagna si subisce sempre la tassazione, ma le perdite di un fondo comune non possono essere compensati con i guadagni ottenuti successivamente con lo stesso fondo.

Non parliamo di chi detiene un deposito in valuta estera di valore superiore a 51.645,69 euro per sette giorni lavorativi continui, in questo caso la legge prevede una punizione dantesca: l’aliquota da applicare resta il 26%, ma sarà necessario fare complessi calcoli per determinare la base imponibile da indicare nella dichiarazione dei redditi, perché alla banca che tiene il deposito è impedita l’applicazione della ritenuta.

La tanto temuta tassazione dei patrimoni, infine, è una realtà già da molti anni ed è applicata, sotto mentite spoglie, come imposta di bollo sui rendiconti delle banche. L’aliquota non è molto alta, 0,2%, ma lo stesso patrimonio può essere tassato in modo diverso. Questa imposta, infatti, non è applicata sul valore della giacenza media dei titoli, ma in base al saldo del rendiconto.

Nel gergo dei politici i progetti di riforma sono chiamati “libro bianco”. Qui da scrivere ce ne sarebbe.

Valentino Amendola

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