Parlare in queste ore di Europa unita è una sfida particolarmente ardua da affrontare. Dopo che le stragi di Parigi avevano già indebolito pesantemente la sicurezza percepita nei territori del nostro continente, gli attacchi terroristici a Bruxelles del 22 marzo hanno spazzato via gran parte delle speranze di considerare l’Unione europea un veicolo di pace e prosperità per i suoi cittadini.

Di fronte alle terribili immagini delle esplosioni all’aeroporto di Zaventem e nella metro di Maalbeek in centro città, Bruxelles è diventata quantomeno il Schengen OKsimbolo di un’Europa che non funziona per niente. Da mesi i capi di Stato europei si riuniscono in cerca di una soluzione comune alle principali minacce che incombono sull’UE, ovvero la crisi dei migranti e la violenza jihadista, senza tuttavia giungere a un reale accordo. Sui giornali scorrono fiumi di parole su cosa dovrebbe o non dovrebbe essere fatto, ad esempio affidando all’UE un controllo completo delle frontiere esterne o creando un esercito e un servizio di intelligence europei.

E invece quello che vediamo accadere è esattamente il contrario di una politica di decisione comune. Ogni Stato membro fa la propria scelta nazionalistica, chiudendo temporaneamente le frontiere interne – come la Francia, l’Austria, la Slovacchia, la Danimarca, l’Ungheria e i Paesi Bassi – o negoziando con l’UE le condizioni per rimanere in Europa col massimo vantaggio e il minimo delle conseguenze, come nel caso del Regno Unito e l’infinita lotta sul Brexit.

In questo scenario, in che posto si inseriscono i diritti e la capacità dei cittadini europei di far sentire la propria voce, di fronte all’apparente declino del Vecchio Continente? Il grido di giustizia che si leva nei cieli d’Europa è talmente flebile che in pochi riescono davvero a sentirlo. Ciò che serve sarebbe una mobilitazione popolare di massa che esprima non solo lo sdegno verso i fatti accaduti, ma che fornisca ufficialmente il punto di vista della popolazione europea nel suo insieme. Anche questo, per via delle inevitabili tendenze nazionalistiche, è un obiettivo quantomeno arduo da raggiungere.

A dare una spinta al cambiamento stanno provando decine di associazioni giovanili in Europa, guidate dai Giovani Federalisti Europei (JEF), che sin da euro spintagennaio hanno dato il via all’iniziativa “Don’t Touch My Schengen”, focalizzata appunto sulla salvaguardia dei trattati che dal 1985 consentono la libera circolazione delle persone nel territorio europeo. Lo slogan principale del movimento recita: “Dalla storia non si torna indietro”, volendo sottolineare i benefici che Schengen ha apportato allo sviluppo della società democratica europea.

Già nel mese di febbraio, questa campagna ha coinvolto migliaia di persone sia sui principali social network che tramite eventi nelle piazze principali delle città d’Europa: in Italia, le principali sedi locali di JEF hanno manifestato a Milano, Firenze, Roma, Napoli, Verona e Pescara, e sono previste altre manifestazioni nei prossimi mesi.

Tali iniziative giovanili dimostrano come l’Europa sembri ancora miope ad attuare un reale cambio di paradigma. Sordi dinanzi al disperato richiamo dei suoi cittadini, e interessati a mantenere stabili gli attuali equilibri di potere, i capi di Stato europei sembrano usare le istituzioni di Bruxelles come un passamontagna per nascondere la verità e mantenere lo statu quo. Che ne sarà degli accordi di Schengen, e di tutto il resto? Noi diamo fiducia alle nuove generazioni. Il resto lo scopriremo nelle prossime settimane sui giornali di tutta Europa, sperando di trovare davvero buone notizie per il nostro continente.

Francesco Vinci

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