Il Niger, al 187 posto nell’indice dei diritti umani, rappresenta uno degli stati più complessi dal punto di vista dello sviluppo. 10000 rifugiati dai Paesi vicini, una situazione politica instabile e una crescita demografica esplosiva sembrano ulteriormente rimarcare la posizione periferica del paese nell’arena internazionale. Eppure negli ultimi mesi il suo destino si interseca immancabilmente con quello della Francia. Entrambe le nazioni figurano in iniziative di fondamentale importanza internazionale, contro il terrorismo, ma nell’ambito dell’emergenza migranti e la loro azione si articola nell’ambito di numerose iniziative di stampo politico e militare tra cui il G5 Sahel e la Multinational Joint Task Force.

Tra denaro e diplomazia

Sono noti, d’altra parte, i legami culturali e diplomatici fra i due Paesi, dovuti anche al passato del Niger come Colonia di Parigi e al Francese come lingua ufficiale. La Francia infatti mantiene, a prescindere da logiche di tipo economico, forti legami politici ascrivibili al concetto culturale di Francophonie, più compatibile con ragioni di prestigio e di influenza culturale.

Il legame più significativo, però, è dovuto al settore estrattivo. Nono al mondo per riserve, il Niger è infatti il quarto produttore al mondo di Uranio e il primo in Africa. Attore fondamentale in questo mercato è proprio la compagnia di estrazione francese Areva/Orano, che oltre a possedere il monopolio trentennale di estrazione mantiene nel territorio la presenza di tre società estrattive (Somair la principale) con all’organico circa 2000 addetti locali.

Un settore complesso

Non è per altro facile quantificare gli interessi economici di Parigi derivanti da tale settore. Non vi è infatti abbastanza trasparenza da trarne una stima attendibile. Nel 2016 la produzione di uranio ammontava a 3,479 KTu, con un trend di costante decrescita dal 2011 (4,351 Ktu) anno di Fukushima che ha segnato un calo della domanda e del prezzo mondiale di uranio(21$ ad oggi contro 72$ nel 2011).

Quanto costa però investire nel settore a fronte anche di un alto rischio politico e di difficili condizioni ambientali non è dato saperlo. L’Uranio rappresenta tuttora il 97% dell’export con la Francia, primo partner commerciale europeo, ma rimane incognita la profittabilità degli investimenti e la redistribuzione del profitto fra Areva, Francia e Governo.

Ulteriore fattore di complessità sono le popolazioni locali, principalmente Tuareg, che reclamano una parte delle rendite e un maggior controllo sullo sfruttamento delle risorse. Si potrebbe concludere che i margini di profitto siano sempre più esigui, ma anche in tal caso logiche di opportunità politica si affiancano alle ragioni economiche nello spiegare le triangolazioni fra le parti.

Niger al centro delle rotte

Certamente non irrilevante inoltre il ruolo del Niger nella gestione dei flussi di migranti che dai paesi limitrofi, come Nigeria e Ciad, convergono verso Agadez e si dirigono verso la Libia prima per intraprendere il rischioso passaggio del Mediterraneo. 630 milioni dall’UE, 400 dalla Francia a cui si aggiungono 10 milioni di euro per combattere il terrorismo. Questa è la possibile entità dei finanziamenti riguardo alla gestione migranti. Non solo Francia, però, anche Germania e Italia, Unione Europea e Nazioni Unite al fine di regolare il fenomeno più a monte rispetto alla Libia o al Mediterraneo stesso.

A tali iniziative si aggiunge la lotta attiva al terrorismo e la messa in sicurezza dei territori soprattutto nell’Est del paese con la presenza di contingenti militari in cooperazione con gli Stati Uniti. Centri di smistamento, inoltre, in centri urbani come Niamey hanno l’incarico di selezionare già sul luogo chi può aspirare allo status di rifugiato. La Francia fornisce anche il biglietto d’aereo scoraggiando anche indirettamente chi non avrebbe la possibilità di ottenere né lo status e né un inquadramento professionale, così come il tentativo di intraprendere il passaggio attraverso Sahara e Mediterraneo.

Obiettivo stabilità?

La scommessa dal punto di vista economico si riduce a un controllo e a una stabilizzazione dei rapporti economici tra Paesi. Controllando i flussi migratori a monte e introducendo una presenza politica militare stabile in tali Paesi si ridurrebbe un potenziale costo sociale e umanitario difficilmente calcolabile in Francia e in Europa.

A fronte di ciò, spese più quantificabili in termini di budget militare, di programmi di aiuto umanitario e di investimento nello sviluppo agricolo e di sostegno all’impresa locale, soprattutto nella parte Nord-est. Si potrebbe anche intravvedere un implicito scambio: stabilizzazione istituzionale in cambio di una stabilità economica e politica per favorire il permanere del commercio di materie dall’Africa, la presenza di stabilimenti estrattivi stranieri nel Niger Settentrionale e la presenza di un ciclo economico più stabile.

Minimizzando i ribaltamenti economici e politici si massimizzerebbe così la prospettiva di ritorni economici futuri al di fuori anche del mercato minerario.

Flavio Malnati

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