Nulla possono le accuse di alcuni Paesi UE contro l’applicazione della riforma fiscale americana voluta dall’amministrazione Trump. Gli effetti attesi della riforma, infatti, già da tempo stanno influenzando le scelte di investimento nei confronti dei mercati statunitensi, in particolare rivolgendosi direttamente verso Fondi d’investimento azionari che, nelle sole ultime quattro settimane, sono stati oggetto di flussi importanti in entrata a scapito di quelli europei che invece hanno visto invece defluire i capitali a vantaggio dei mercati emergenti.

Dall’inizio dell’anno abbiamo assistito a un record di flussi di fondi che hanno privilegiato il settore azionario e i Paesi sviluppati per due terzi, pari a 230 miliardi di dollari USA su 360 miliardi totali, raccolti globalmente.

La rotazione dei volumi dal comparto obbligazionario a quello azionario è stata favorita da uno scenario di normalizzazione dei tassi e dalle aspettative di stimoli fiscali e crescita dell’inflazione verso il target della Fed al 2%. Ma di fatto le incertezze sull’operato della Casa Bianca guidata da Trump potrebbero vedere un’inversione di tendenza nuovamente a favore del settore obbligazionario e dei mercati europei il prossimo anno.

L’ accordo preliminare su una “separazione consensuale” sulla Brexit supportano ulteriormente questo quadro, dove la variabile politica conta sempre di meno per le quotazioni dei mercati finanziari internazionali.

Mentre l’attenzione è tutta sulla fase di tapering e quindi di erosione degli effetti benefici del quantitative easing della BCE che dovrebbero esaurirsi dalla seconda metà del 2018 in concomitanza con le elezioni di medio termine americane, il cui esito resta un’incognita.

Così gli analisti si attendono per la fine del 2018 il decennale Treasuries USA al 3% e quello europeo con il Bund decennale all’1%. Uno scenario dei tassi sul cui sfondo si muovono le economie mondiali che globalmente hanno raggiunto un punto di pieno utilizzo dei fattori produttivi, nella maggior parte dei casi, e che dovranno fronteggiare una ripresa dell’inflazione è quindi dell’impegno delle banche Centrali.

In particolare la Fed riprenderà i rialzi dei tassi dopo quello già scontato di dicembre già in marzo, con il nuovo Governatore della Banca Centrale Powell. Già da gennaio, però, i mercati lavoreranno in quest’ottica. Si volterà così pagina guardando avanti ben oltre l’epoca dei tassi a zero e con l’attenzione focalizzata sugli esiti del processo di digitalizzazione diffuso in una fase di correzione dei mercati che indipendentemente dall’euforia del Bitcoin sarà inevitabile.

Claudia Segre

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