Le previsioni economiche relative all’Italia, ormai le potrebbe fare chiunque. La crescita annuale o è 0,9% o 1 o 1,1%. Quelle di tutti gli altri paesi del pianeta, (Stati Uniti, Cina, Giappone), cambiano. Ma noi siamo sempre lì, una specie di versione moderna del ballo della mattonella.

Cambiano i governi, si lancia qualche novità, ma alla fine sempre intorno all’1% giriamo. E la disoccupazione, compagna inseparabile delle nostre vite, se ne sta sempre sopra l’11%, forse per altri 10 anni. Molti, compreso il sottoscritto, si lamentano e dicono che è troppo poco. Quest’anno il mondo crescerà del 3,4%, gli Usa più del 2% e l’Europa quasi del 2. Noi solo dello 0,9.

Insomma la metà di Europa e Stati Uniti e nemmeno un terzo della media mondiale. Troppo poco, certamente. Ma forse sbagliamo a lamentarci. Quel quasi 1% di crescita è già un risultato miracoloso, se teniamo conto di tutto quello che siamo. In due parole siamo il paese con il più alto debito d’Europa, con meno riforme fatte, con la burocrazia e la magistratura più incasinata del mondo, con una pressione fiscale da primato mondiale.

Aggiungiamo una configurazione politica da incubo e domandiamoci perché mai un paese del genere, dovrebbe crescere del 2 o del 3% all’anno.

Infatti non succede. E il dibattito oscilla fra due poli dementi. Qualcuno sostiene che dobbiamo fare altri debiti (grossi) e investire (sa il cielo in cosa), altri, apparentemente più assennati, vogliono addirittura mettere patrimoniali da levar la pelle, per dare poi allo stato le risorse per fare più investimenti, strade, ponti, eccetera.

È stato segnalato più volte che qui la produttività non cresce da vent’anni, (l’anno scorso è andata addirittura indietro), ma nessuno sembra volersene preoccupare. La macchina, cioè, è chiaramente rotta, o gravemente lesionata, ma invece di ripararla, si discute se sia meglio fare le curve in terza o in quarta, quando sappiamo tutti che entra solo la seconda.

C’è una spiegazione per questo strano modo collettivo di ragionare? Sì. Se si tenta di dare una risposta al perché la produttività non cresce da vent’anni, si finisce inevitabilmente per porsi domande su come è organizzato il lavoro in Italia, sul ruolo giocato dai sindacati, dalle imprese e dalla burocrazia. Domande che molti, per una ragione o per l’altra, preferiscono evitare.

Giuseppe Turani

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