Pelle abbronzata, sorriso ancora smagliante e occhiali da sole fino all’ingresso in ufficio, tre facili segnali che contraddistinguono il lavoratore ancora vacanziero, quello appena tornato dalle meritate vacanze.

Il lavoratore che, seduto in ufficio, non ha ancora dimenticato la sensazione della sabbia sotto i piedi, il leggero rumore delle onde del mare o la fresca brezza di un verde prato di montagna. Quello che si intristisce al solo pensiero di riprendere la normale routine giornaliera e che forse solo una buona lettura potrà consolare.

Alcune ricerche dimostrano infatti come lavorare meno ore, abbia effetti positivi sulla produttività di un paese. Guardando le statistiche dell’OECD per il 2015 riguardo le ore lavorative annuali per nazione, qualche sorpresa è subito evidente. Al primo posto, i veri stakanovisti risultano essere i messicani, con 2248 ore annuali pro capite. Non da meno il contributo dei greci che, poco distanti, risultano lavoratori assidui fermandosi a 2033 ore. Non superano soglia 2000 gli Stati Uniti, dove in media ogni persona lavora 1786 ore l’anno. Simile discorso per l’Italia, il Giappone è il Regno Unito che raggiungono le 1723, 1719 e 1674 ore rispettivamente.

Se questi risultati lasciano in parte meravigliati, ulteriore stupore non può che affiorare allo scoprire che all’ultimo posto della classifica si posizionano i tedeschi, con sole 1368 ore l’anno. È esatto, l’emblema dell’efficienza europea occupa l’ultimo gradino della classifica, richiedendo ai propri dipendenti un ridotto sforzo lavorativo.

In termini di produttività, ossia osservando il PIL nazionale per ora lavorata, i risultati vengono praticamente capovolti. Sempre secondo l’OECD, nel 2015 gli Stati Uniti hanno ottenuto il primato con una produttività di circa 62,9 dollari, poco lontana la pigra Germania che si mantiene su livelli elevati con 59 dollari l’ora. Performance soddisfacente anche per Italia, Giappone e Regno Unito, con 47,7, 41,4 e 47,8 dollari rispettivamente.

E i virtuosi messicani e greci? Tanto lavoro, ma magro bottino. Se la Grecia riesce a ottenere 31,3 dollari, il Messico fa decisamente peggio, raggiungendo solamente 18,5 dollari a ogni ora lavorata.

Guardando questi risultati, è ovvio chiedersi quale sia la ricetta perfetta. Meglio lavorare più a lungo o meglio avere giornate più brevi? Vari elementi possono influenzare la scelta. Differenze nella cultura nazionale, hanno per esempio il loro effetto e preferenze per tempo libero ed esigenze familiari, giocano inevitabilmente un ruolo nel bilanciamento lavoro-vita privata.

Similmente, quella che viene definita come “peer pressure”, (condizionamento di gruppo), è quasi sempre considerata nella decisione finale. L’influenza di colleghi, amici e conoscenti è maggiore di quanto si creda. Senza farci caso, uomini e donne tendono ad assorbire le abitudini di chi li circonda.

Se il caffè al mattino diventa tradizione per il proprio team di lavoro, pur non amando il caffè, si cercherà lo stesso di aggregarsi al gruppo, magari portando da casa qualche bustina di tè. Se il proprio collega di scrivania arriva leggermente prima dell’orario dovuto, per poi fermarsi una mezz’ora in più ogni giorno a fine giornata, si sarà maggiormente motivati a fare lo stesso o quantomeno a rispettare religiosamente gli orari d’ufficio.

Lavorare di più o di meno è anche conseguenza di scelte statali e sindacali. Quando ogni mese la busta paga è pesantemente colpita da tasse e contributi, è ovvio che la volontà di lavorare più del dovuto cali in maniera proporzionale. Allo stesso modo, il ruolo dei sindacati e i contratti negoziati, necessariamente condizionano l’ammontare delle ore lavorate.

Considerando questi fattori, rispondere alla domanda è pressoché impossibile. Tuttavia, dati alla mano, lavorare di meno non sembra sinonimo di improduttività, anzi. Quando passare meno ore in ufficio è una scelta volontaria e non una distorsione del sistema economico, tale scelta può migliorare il benessere personale senza incidere negativamente sul prodotto finale. Tra i vantaggi di un orario giornaliero ridotto, ci sarebbero il miglioramento della qualità della vita, con minor stress, minori incidenti sul lavoro e maggior tempo da dedicare ad attività extra lavorative.

Analogamente ulteriori benefici sono evidenti per ambiente e società. Suddividere un carico di lavoro full-time, tra due posizioni part-time, permetterebbe ad esempio di ridurre il tasso di disoccupazione. Utilizzare macchinari ed energia per minor tempo, aiuterebbe poi a ridurre le emissioni di CO2 e migliorare la sostenibilità dell’attività economica.

Alla luce di questi dati, non ci sono motivi per non concedersi qualche altro giorno di vacanza senza provare rimorsi. Se sulla carta qualità batte quantità, l’ozio può trasformarsi in padre di tutte le virtù.

Fonte DB

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