I roboadvisor sono davvero destinati a sostituire i modelli di consulenza finanziaria tradizionali? E gli italiani sono pronti a una trasformazione di tale robot & uomoportata? Sono interrogativi ormai ricorrenti nel mondo della finanza, che si sta misurando con l’avanzata delle nuove piattaforme digitali in grado di proporre – grazie al supporto di algoritmi finanziari – soluzioni di investimento facili e a basso costo.

Stando ai commenti dei protagonisti del settore, anche se è indubbio che un cambiamento epocale sia in atto, forse è prematuro formulare previsioni puntuali sull’esito di questa “rivoluzione”. “Stiamo assistendo a un profondo cambiamento nel comportamento degli individui: i Millennials, cioè i nati tra gli anni ’80 e gli anni 2000, che nel prossimo futuro avranno in mano gran parte del risparmio, hanno una mentalità e un modo di interfacciarsi con il mondo della consulenza finanziaria completamente diversi rispetto alla generazione precedente”, osserva Paolo Sironi, Wealth Management Investment Analytics in IBM. Ma sono davvero i cosiddetti millennials i clienti target delle piattaforme di roboadvisory?

Noi siamo partiti con l’idea dei Millennial, ma oggi in realtà il nostro cliente tipo è un po’ più avanti con l’età – spiega Giovanni Daprà, co-fondatore e ceo di Moneyfarm – ormai quasi tutti riescono a interagire con la tecnologia, non solo i più giovani. L’utente che si avvicina ai nostri servizi ha in media sui 45-46 anni”. “Anche per noi è così – conferma Serena Torielli, ad di AdviseOnly – a noi si avvicinano persone alla ricerca di servizi che prima non c’erano e che la tecnologia invece oggi può offrire, come la possibilità di monitorare costantemente il proprio investimento, avere una misura del rischio e così via”.

Il vero obiettivo della cosiddetta roboadvisory è quello di allargare la base di clientela rispetto a quella coperta dai servizi di consulenza finanziaria tradizionale, che ad oggi lascia scoperte diverse fasce di risparmiatori. Indubbiamente però delle zone di sovrapposizione tra i due modelli di business ci saranno – interviene Roberto Ferrari, d.g. di CheBanca -. Guardando alla nostra esperienza, noi siamo partiti pochi mesi fa con la piattaforma Yellow Advice e stiamo riscontrando che l’investimento medio è di circa 30mila euro: oggi un consulente finanziario non si mette a seguire un cliente che ha così poco da investire, perché non gli conviene. Poi magari questi 30mila euro sono solo una piccola parte degli asset del cliente, che sperimenta questo canale nuovo con una frazione del suo patrimonio”.

Come si evolverà il cammino dei “roboadvisor”?

robotTanto per cominciare – commenta Serena Torielli – bisogna dire che il brand ha la sua importanza, in questo settore più che in altri: la gente non si fida a portare i suoi soldi in una società di cui non ha mai sentito parlare. Per questo non credo nell’affermarsi di un roboadvisor “puro”, a meno che non venga messo a punto da qualche gigante – e succederà – come Amazon, per esempio. Ma in generale credo che il modello vincente sarà costituito da una collaborazione tra banche e FinTech in un mix tra umano e digitale”.

In Italia la ricchezza esiste e il cambiamento ci sarà e già in parte c’è – assicura Roberto Ferrari -. Ma servirà un po’ di tempo per vedere quali saranno i nuovi equilibri. Io comunque credo che la roboadvisory non arriverà a sostituirsi alla consulenza tradizionale: mi aspetto la coesistenza di diversi modelli di business. Penso che questo strumento, soprattutto in Italia dove c’è bassa competenza finanziaria, contribuirà a creare coinvolgimento tra i risparmiatori. Non solo. La tecnologia applicata alla consulenza finanziaria può rivelarsi uno strumento utile anche per le reti distributive, dipende da come la si usa. Certo l’industria si deve abituare al cambiamento.

Sara Mortarini

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