Il rischio principale per l’Eurozona, oggi, è quello di “diventare giapponesi”, ovvero entrare in una spirale di deflazione che annienta le potenzialità di thats all folkscrescita. Per sfuggire a questa minaccia, Mario Draghi ha voluto lanciare la scorsa settimana un nuovo “whatever it takes“, come già nel 2012, proprio nei confronti delle dinamiche dei prezzi, segnalando che la BCE farà di tutto per risollevare l’inflazione il prima possibile. Secondo Draghi, l’attività economica in Eurozona sta continuando la sua graduale ripresa, coadiuvata dal lancio del Quantitative Easing a inizio anno. Tuttavia, l’inflazione resta ancora straordinariamente bassa.

I dati definitivi di ottobre dipingono uno scenario in lento miglioramento, (segnano infatti un rialzo dello 0,1% all’anno, ovvero due decimi sopra settembre), ma ancora ben distante dall’essere soddisfacente. Addirittura, gli indicatori predittivi di mercato non si attendono un ritorno dell’inflazione all’1,9% se non nel 2025.

Per Draghi occorre dare un ulteriore stimolo per accelerare questa lenta ripresa: è stato il più deciso ed esplicito segnale che alla prossima riunione del 3 dicembre verranno prese iniziative per modificare grandezza, composizione e/o durata del QE, ed eventualmente ritoccare al ribasso dei tassi di interesse e/o di deposito.

Le possibilità della BCE sono pressoché infinite, perché l’attuale programma QE ben si presta a modifiche piccole e grandi, anche se molti membri preferirebbero aspettare prima le mosse della Fed e dare ancora tempo all’attuale programma per dare i suoi effetti.

Luigi Sottile

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