Per contrastare l’evasione fiscale, le informazioni sui movimenti finanziari sono l’alleato più prezioso per il fisco e da questo punto di vista, la tutela della riservatezza è da tempo passata in secondo piano, nel nome del precetto costituzionale secondo il quale, “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

In principio era “l’anagrafe dei conti”: con questo provvedimento il fisco riceve in automatico da tutte le banche e dagli altri intermediari finanziari, le informazioni anagrafiche sui clienti. Poi vennero le informazioni aggiuntive su “saldi e movimenti” dei rapporti finanziari.

Per i rapporti all’estero, dal 1991 esiste il cosiddetto “monitoraggio” con la segnalazione da parte delle banche, dei movimenti finanziari da e verso tracciabilità fiscalel’estero. A questo ora si aggiungono segnalazioni dovute in seguito ad accordi internazionali: il FATCA con gli Usa ed il “Common Reporting Standard“, intesa multilaterale stipulata da gran parte dei paesi aderenti all’OCSE.

A partire da quest’anno, (in sostituzione di un altro obbligo, il cosiddetto “spesometro”), il fisco richiede ai soggetti passivi dell’Iva, la comunicazione trimestrale dei dati relativi a tutte le operazioni attive e passive, documentate con fattura, di qualsiasi importo. Con questo sistema le informazioni inviate dai contribuenti, consentono di incrociare i dati relativi alle fatture emesse, con quelli delle fatture ricevute e rilevare eventuali incongruenze. La quantità di informazioni che circolerà è gigantesca, ed estrarre informazioni utili sarà impresa titanica.

All’epoca dell’introduzione dell’obbligo di comunicare i saldi dei movimenti dei rapporti finanziari, si disse che il fisco avrebbe messo a punto un algoritmo in grado di evidenziare i casi sospetti. Ora di questo algoritmo non si hanno notizie. Chissà che non venga rispolverato. Speriamo bene.

Valentino Amendola

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