La cosiddetta “fuga dall’Italia” è il tormentone televisivo degli ultimi mesi: gli investitori all’estero, che aumentano in maniera esponenziale, contendono le vetrine di tg e talk show perfino alla cronaca nera. Tuttavia, il fenomeno non è nuovo. Anzi.

Ersilio Gallimberti Est Consulting«Io ho iniziato venticinque anni fa», spiega Ersilio Gallimberti, classe ’70, adriese, imprenditore e consulente estero specializzato nel settore immobiliare che aiuta da anni i tanti connazionali che desiderano investire, sia a livello aziendale sia a livello privato, in Cechia e Slovacchia. «Da quando ho iniziato a svolgere consulenze su questi due paesi, ho conosciuto migliaia di italiani desiderosi di investire», spiega con una punta di ironia Gallimberti.

Quali sono i risultati di questa attività?

L’ex Cecoslovacchia è un’area economicamente attrattiva. Le due repubbliche mitteleuropee sono paesi in crescita costante. Nello specifico, gli investimenti in questi paesi vanno come tutte le cose della vita: c’è chi è rimasto ed è felice, chi, al contrario, è letteralmente scappato via e chi, invece, è rimasto in pareggio. La differenza, in questi casi, dipende dall’attitudine degli investitori e dall’oculatezza di chi investe. Operare in Cechia o Slovacchia, come in qualsiasi altra realtà estera, comporta impegno e determinazione: non è una passeggiata in un paradiso fiscale né un giro di shopping a San Marino.

Cosa significa, allora?

Chi investe in questi paesi deve essere pronto a operare concretamente ed eventualmente a viverci. Ciò vuol dire essere preparati, e proprio questa preparazione è parte integrante del mio lavoro, altrimenti si rischiano errori clamorosi. Vorrei chiarire un concetto: questi due paesi offrono mercati vantaggiosi, su cui è legittimo e giusto investire. Non offrono invece occasioni per il dumping.

Qual è il ruolo del consulente in tutto questo?

Per usare un termine italianizzato dal gergo finanziario anglosassone, cioè di un ambiente dove questa figura professionale è più diffusa e rispettata che da noi, il consulente è un “facilitatore”, una guida per gli affari da cui il cliente dovrebbe farsi guidare. In Italia il condizionale è d’obbligo: abbiamo una cultura economica piuttosto provinciale e verso la mia figura professionale c’è chi nutre ancora diffidenze e retropensieri.

ersilio gallimberti (24)Che messaggio si può dare a chi diffida?

Due messaggi. Il primo: il consulente non è uno che mira ad alleggerire il portafoglio del cliente. Tutt’altro, meglio vanno gli affari del cliente, meglio si trova lui, perché il guadagno del cliente è anche il suo guadagno. Secondo messaggio: il consulente deve dare prova di etica. Io non faccio il benefattore perché i miei servizi si pagano eccome. Però seguo l’investitore in maniera costante e corretta e offro un servizio completo nel suo interesse. Ecco perché continuo ancor oggi con successo la mia attività. Qualcuno ha cercato di imitarmi ma è finito miseramente.

A proposito di etica, cosa non deve proprio fare il consulente?

Ovviamente, deve tenersi al di qua del codice penale. Ma questo consiglio vale per tutte le attività. Nello specifico, uso una metafora per spiegarmi: un mercato non è una cassa da saccheggiare ma un orto da coltivare. Quindi il consulente deve rigorosamente astenersi da situazioni poco serie.

Serve un altro esempio.

Si è sviluppata la prassi di creare società di comodo all’estero a cui intestare autovetture. In alcuni paesi questa prassi è una moda: posso tranquillamente affermare che almeno l’80% delle auto targate Romania e Bulgaria che circolano sulle nostre strade appartengono a italiani, che le hanno intestate a società di questo tipo, create con pochi spiccioli, per eludere le multe in Italia. Non è una prassi illegale, tuttavia con questi piccoli pataccari del business, non voglio avere a che fare. Clienti così preferisco perderli. Questo è il mio modo di tutelare il mercato ceco e slovacco da iniziative poco serie.

Torniamo agli affari seri. Cosa offrono, in concreto Repubblica Ceca e Slovacchia agli investitori?

Innanzitutto, un regime fiscale basso, addirittura ininfluente se paragonato a quello italiano. La burocrazia è ridotta all’osso e non è invasiva come da noi e acquistare e gestire immobili costa poco. Bastano questi elementi o occorre altro?

Possono bastare. Però sorge un dubbio: queste condizioni non agevolano il dumping?

Le pratiche di dumping sono speculative. I paesi che le favoriscono restano comunque poveri: è, per fare un esempio macroscopico, il caso della Cina praga 10dove, tranne aree di ampio respiro economico, la Manciuria o Canton, usate dal regime come “interfaccia” con le economie occidentali, resistono sacche di povertà enormi e diffuse. Cechia e Slovacchia, al contrario, hanno tutti gli indicatori economici positivi. Tranne uno: quello relativo alla disoccupazione, che è in calo costante, anno dopo anno. Per noi che gestiamo il forum di “Est Consulting” è diventato quasi noioso riferire questi dati. Inoltre l’interesse costante manifestato da investitori mondiali, piccoli e grandi, anche e soprattutto estranei all’automotive, testimonia tutto ciò.

Ma non sarà tutto rose e fiori.

Certo che no. La crescita economica ha una contropartita in perdita della sicurezza. Negli ultimi anni si sono registrati un aumento della criminalità e una certa recrudescenza dei reati. Alcuni quartieri delle grandi città, soprattutto in determinati orari della notte, possono essere pericolosi. Ma non siamo ancora ai dati apocalittici delle metropoli occidentali e dell’Italia in particolare. In ogni caso, occorre aggiungere che in questi due paesi mitteleuropei la giustizia funziona, eccome. Nel settore penale, ad esempio, i tempi sono piuttosto rapidi e la pena è certa. In quello civile le procedure sono snelle e i tempi veloci. Per gli investitori sono garanzie non da poco.

Sono venticinque anni di attività economica nell’Europa dell’est e nella Mitteleuropa. Com’è iniziata questa attività?

Questo quarto di secolo è testimoniato dal timbro sul mio passaporto, che risale a maggio 1991. Allora per la prima volta, assieme al mio amico Franco, varcai il confine in direzione est. In quel periodo la meta era la Polonia e la Cecoslovacchia solo una tappa.

Come mai la Polonia?

Andavo lì per comprare cristallerie lavorate a mano. Poi, con l’andare del tempo, il mercato del cristallo si è ridimensionato e ho deciso di stabilirmi nella Repubblica Ceca, che ora si chiama Cechia.

Perché?

Perché mi sono innamorato di questo paese e della sua gente. Lo dico senza i sottintesi maliziosi a sfondo sessuale che ancora resistono, a mo’ di pregiudizi, nella nostra mentalità arretrata. Amo definire l’Europa dell’Est, specie la Cechia e la Slovacchia, come un’atmosfera: o la si ama o la si odia.

Che tipo di paesi ha trovato Ersilio Gallimberti?

Quelli che descriveva Milan Kundera, probabilmente il più grande scrittore del secolo scorso, nei suoi romanzi: posti suggestivi e civili, pieni di gente havel + birraseria e laboriosa e taciturna. Certo, c’era stato un regime poliziesco e oppressivo, ma non mancavano, neppure negli anni pesanti del comunismo, spazi di libertà e di crescita culturale. Lo prova il fatto che a guidare la fuoruscita della Cecoslovacchia dall’ex impero sovietico fu un intellettuale dissidente come Vaclav Havel, il quale nominò Frank Zappa come proprio ambasciatore. Io trovai due paesi, che nel ’91 erano un solo Stato, piccoli e a misura d’uomo. Erano certamente arretrati dal punto di vista delle infrastrutture, ma non c’erano certo gli scenari di degrado e di miseria di alcune aree balcaniche o dell’ex Urss. C’erano, invece, le basi per la crescita economica che poi si è avverata nei termini che ho descritto prima.

A proposito di atmosfere, sarebbe il caso di raccontare qualcosa di più della Cecoslovacchia postcomunista.

Ne ho un ricordo magnifico, soprattutto di Bratislava, che preferisco a Praga perché la trovo più intima. Ripenso con nostalgia agli scenari degli anni ’90, bratislava (15)ai locali caratteristici delle vie del centro, con l’immancabile vaso dei wurstel in salamoia sul bancone, all’odore del carbone bruciato che si diffondeva nell’aria nei pomeriggi d’inverno. Ora anche lì si fa largo una certa occidentalizzazione forzata: le steak-house e i sushi bar si sono diffusi un po’ troppo e rischiano di snaturare quel paesaggio. Ma credo che tutte le cose, anche il progresso economico, abbiano dei prezzi da pagare. Non sono cambiati affatto, invece, l’educazione e il rispetto per il prossimo, che sono insegnati fin dall’asilo alle persone. Vi voglio descrivere i gruppi di bambini dell’asilo che escono in visita accompagnati dalle loro maestre: in Cechia sono tutti allineati in fila per due, silenziosi e quando qualcuno gli porge il buongiorno tutti quanti rispondono in coro; in Italia i bambini sono tutti sparpagliati, somiglianti a un gregge di pecore, sono chiassosi e anche poco rispettosi, perché nella migliore delle ipotesi salutano le persone anziane con un ciao.

Cosa significa fare il consulente per una clientela essenzialmente italiana?

Sono obbligato ad andare oltre il mio ruolo professionale. Devo fare un po’ anche il “life coach”, perché molte delle persone che si rivolgono a me non hanno alcuna esperienza dei mercati esteri e degli stili di vita dei paesi su cui vogliono investire.

Sono contattato da decine di persone che, a causa della terribile congiuntura in cui versa l’Italia, cercano di scappare altrove perché, così mi dicono, qui non ce la fanno più e temono che non ci sia più un futuro, per loro e per i loro figli. È chiaro che di fronte a questi casi, umani ancorché imprenditoriali, le mie responsabilità aumentano e il mio ruolo diventa più delicato rispetto ai miei colleghi anglosassoni.

E qual è il futuro di Ersilio Gallimberti in questi paesi?

Sono legato all’Italia da motivi personali e familiari. Quando uno solo di questi dovesse cessare, mi trasferirò definitivamente. E poi cercherò di perdere la cittadinanza italiana. Sono stufo di essere identificato con un paese in declino.

A cura di Saverio Paletta

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