Il pagamento di un bene immobile in Bitcoin, o altra criptovaluta, viola le norme in materia di limitazione dell’uso del denaro contante o quelle in materia di indicazione analitica dei mezzi di pagamento?

Quello sopra è un quesito che un professionista a posto al Consiglio Nazionale del Notariato (CNN). La risposta fornita dal CNN è interessante perché favorisce alcune considerazioni  sulla attuale percezione del fenomeno criptovaluta.

In primo luogo viene stabilita una regola: La disposizione sulla limitazione del contante non si applica ai Bitcoin, (ancorché comunemente noto come contante digitale), in quanto si tratterebbe di una inammissibile interpretazione evolutiva della norma. Il contante è contante, il Bitcoin … no.

In secondo luogo, quale corollario per così dire tecnologico, si afferma che l’indicazione delle chiavi pubbliche non soddisferebbe il requisito della tracciabilità, in quanto non consente di risalire al titolare del portafoglio virtuale, l’indicazione delle chiavi private associata alle chiavi pubbliche, (che comunque non dà certezze legali sulla titolarità del conto virtuale), è improbabile già che renderebbe pubblico lo strumento per disporre della valuta virtuale.

Non è questa la sede per affrontare gli aspetti critici, e forse deboli, di questa interpretazione, che ci porterebbe ad effettuare un’analisi dei concetti di chiavi asimmetriche pubbliche e private e sulla possibilità di crearne ad hoc per la transazione, ma lo spunto offerto porta alla mente un’altra domanda, il Bitcoin è una moneta?

A tutti sono note le funzioni della moneta, è unità di conto, mezzo di pagamento, mezzo di scambio, riserva di valore. Il Bitcoin o le altre criptovalute possiedono queste caratteristiche? Come ci immaginiamo un bilancio definito in Bitcoin? Come rappresentiamo la sua volatilità, con quali strumenti? Forse non è adattabile al concetto di unità di conto.

Più semplice invece pensarla come mezzo di scambio, perché definito il valore all’istante dello scambio questo si cristallizza. Baratto evoluto, 4.0? Forse sì, atteso che anche nel comune parlare, la similitudine che viene spesso fatta per definire il processo che genera i Bitcoin, è quello della miniera d’oro. Bene che poi viene per così dire dematerializzato, facendolo diventare una commodity che può essere trasferita. Ritorna complessa la valutazione quale mezzo di pagamento, ha veramente effetti liberatori. Siamo sicuri che la sua volatilità non trovi dei limiti giuridici nella solvibilità? Da un punto di vista di stabilità delle transazioni siamo sicuri che sia accettabile che un mezzo di pagamento, diventi un problema? Infine può essere il Bitcoin una riserva di valore? La sua giovinezza, il limite quantitativo cui è stato concepito e la conseguente oscillazione del suo valore, inducono ancora una volta alla prudenza.

Nello stesso modo si è autorevolmente espresso di recente il governatore della BCE Mario Draghi, il quale ha avuto occasione di affermare che “Un euro oggi, è un euro domani. Il suo valore è stabile. Il valore del Bitcoin oscilla enormemente”. Queste lunghe premesse introduco un altro ragionamento, la cessione di Bitcoin che tipo di reddito genera? La complessità dell’ordinamento tributario italiano, non permette in questa sede di affrontare tutti i casi possibili legati ai soggetti che intervengono nella transazione e all’oggetto della transazione. Immaginando che la fattispecie più ampia sia quella della persona fisica che detiene Bitcoin e ad un certo punto li venda, a questa si vuole fare riferimento.

La vicenda è complessa anche perché la mancanza di una definizione esatta di criptovaluta può generare una certa confusione, confusione in cui è caduta anche l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 72/E del 2016 che ha considerato le criptovalute alla stregua di banconote estere. Tale assunto ha condotto poi alla affermazione che “le operazioni a pronti, acquisti e vendite, di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”.

Tutto bene quindi? Forse no, e il motivo del dubbio lo abbiamo prima espresso, la criptovaluta non sembra essere una valuta perché non ha le caratteristiche, o meglio non le ha tutte. Secondo me la definizione di mezzo di scambio tra le controparti, risulta coerente e ragionevole con l’attuale ordinamento tributario. Le operazioni in criptovaluta, di fatto sembrano più vicine alle operazioni di baratto o permuta. La permuta comporta in sostanza, la vendita di un proprio bene, (la criptovaluta), al fine di ottenere in cambio come corrispettivo un altro bene di valore corrispondente o della prestazione di un servizio di ugual valore. L’attività di vendita di criptovalute è assimilabile ad una operazione occasionale, (sempre che si tratti effettivamente di un’attività occasionale e non abituale).

Il testo unico delle imposte dirette disciplina all’articolo 67, il trattamento dei redditi diversi che provengono da tali attività, definendole all’articolo successivo plusvalenze. In questo caso la plusvalenza si determina come differenza, tra il valore di cessione del bene ed i costi sostenuti per il suo acquisto, evidentemente il prezzo pagato, ragionevolmente corrispondente al valore di quotazione del giorno di acquisto.

Alla stessa conclusione possiamo arrivare quando operiamo per la conversione della criptovaluta in valuta corrente, trattandosi in tal caso di una cessione a titolo oneroso, (il ricevimento di euro o d’altra valuta), del bene criptovaluta, attuando quindi uno scambio.

Chi ha dato le prime risposte concrete: il caso della Svizzera. In questo paese infatti le regole sono già più definite. Le autorità elvetiche hanno fatto una scelta di campo e hanno considerato le criptovalute come delle vere e proprie valute estere. In Svizzera poi riguardo alle imposte dirette, l’acquisto e la vendita delle criptovalute è da considerarsi un’operazione fiscalmente assimilata a una transazione di valuta tradizionale, appartenente alla sfera privata del contribuente, e quindi non tassabile. Esiste tuttavia un’eccezione per i residenti svizzeri, che effettuino delle negoziazioni frequenti in criptovalute, le quali possono configurare il “quasi commercio di titoli” e soggiacere all’imposta sul reddito. Insomma le opzioni sono ancora molte e il tavolo dei regolatori è senz’altro ben affollato di documenti.

Il primo approccio formale arriva dal recepimento della IV direttiva antiriciclaggio che ha riscritto il dlgs 231/2001 introducente obblighi precisi nella identificazione dei soggetti che operano in Bitcoin, in funzione dei quali deve rimanere traccia reale di chi investe nell’algoritmo, cioè intervento prima che l’investimento si dematerializzi e viaggi all’interno e per mezzo della “blockchain”. La richiesta di tracciabilità risponde presumibilmente alla constatazione che a monte, la transazione iniziale con cui si acquistano le criptovalute è una transazione reale a contenuto economico.

Ora attendiamo i prossimi provvedimenti.

Costantino Magro

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