Europe’s food fight shifts after GM crop vote.

Campaign groups and the biotech industry are digging in for a new round of conflict, following the European Union’s decision to allow member states to set their own rules on growing genetically modified organisms. Environmentalists who favor a GMO ban say the crops have not been properly tested – posing health risks for consumers and giving a small group of corporations too much control over food supplies. The biotech industry says farmers should be free to grow whatever crops they want, and GMOs are a safe way to boost food production and feed the planet’s growing population. Since the European Parliament vote on Jan. 13, neither industry nor campaigners have claimed victory. Under planned legislation, expected to be finalised in March, member states would not be able to block GMOs with domestic health or environmental regulations. Instead, countries that oppose cultivation can negotiate with companies individually, to ask them not to market the products on their territory. States would also be able to block GMOs under town planning and other rules.

Brandon Mitchener, a spokesman for Monsanto, the world’s largest seed company and a big producer of genetically altered crops, said the EU decision was misguided. It would allow “some member states to torpedo a proven, safe technology for helping farmers produce more with less even as U.S. farmers are setting new records with the same technology”, he said in an email. But the proposed legislation does not satisfy environmental campaigners either. “The main problem we have with this law is it prevents member states from using environmental concerns to justify their bans,” Marco Contiero, a spokesman for Greenpeace, told the Thomson Reuters Foundation.

FIGHT SHIFTS TO MEMBER STATES

Widely-grown in the Americas and Asia, GM crops in Europe have divided opinion. Many countries, including France and Germany, oppose them, while others, like Britain, favors them. Currently, only one GM crop, Monsanto’s insect resistant maize MON810, is approved for commercial growing in the EU. Spain, and Portugal are the main growers, and it is also planted in Slovakia, Romania and the Czech Republic. Mark Buckingham, another Monsanto official, said he didn’t expect the decision to boost the company’s revenues in Europe. But new rules may “help over time to ease the political prejudice” against GM crops, he said. The last major Europe-wide public opinion poll on GM crops, conducted in 2010 by Eurobarometer, found the majority of respondents were concerned over the safety of the crops. Lobbying efforts from both camps will now focus on individual states rather than EU headquarters in Brussels, said Nina Holland, food issues campaigner at Corporate Europe, a watchdog group. Opponents argue GMOs allow big corporations increasing control over global food supplies, lead to higher chemical use, and have uncertain long-term effects on human health and the environment. “For each crop, there will be a fight in the member states,” Holland told the Thomson Reuters Foundation. “Countries that want to have their own national bans will do so, with impacts on the rest of the world.” Supporters believe GMOs are crucial for raising yields, producing cheaper food and improving quality for technology. In 2013, just under 150,000 hectares were cultivated with GM crops across Europe, mostly in Spain, according to the journal Nature Plants. While Monsanto’s corn is the only GM crop currently grown in Europe, the continent imported around 30 million tonnes of GM produce in 2012 from other countries, mostly soya for animal feed.

Chris Arsenault

Source Reuters

Index of Economic Freedom: Cechia al 24° posto nel mondo.

La Repubblica Ceca rimane tra i Paesi maggiormente economicamente liberi al mondo e in Europa. Lo indica Index of Economic Freedom elaborato dalla fondazione conservatrice Heritage Foundation.

La Repubblica Ceca è salita di due posizioni al 24simo posto mondiale e nel punteggio migliora di 0,3 punti a 72,5 punti rimanendo nella categoria dei Paesi “maggiormente liberi”. I valutatori hanno soprattutto apprezzato il rafforzamento del clima legislativo, mentre la valutazione è calata soprattutto nei capitoli riguardanti la politica di spesa del governo. “La Repubblica Ceca è valutata al 13simo posto tra i 43Paesi europei presi in considerazione, e il suo punteggio complessivo supera la media globale ed europea” dice il rapporto.

La Repubblica Ceca si lascia dietro tutti i concorrenti diretti dell’area. La Polonia è arrivata solo 42sima con 68,8 punti crescendo di 1,6 punti, la Slovacchia 50sima con più 0,8 punti, mentre l’Ungheria è 54sima con un calo di 0,2 punti.

Fonte camic.cz

Tsipras e Syriza, tanto fumo e poco arrosto.

Non possiamo essere più negativi di così”; “Le banche sono i nomi più rischiosi, preferiamo starne fuori specialmente in uno scenario di default”; ”Gli investitori sono preoccupati che il presidente, di marcata ispirazione socialista, possa espandere il deficit pubblico e defaultare sul debito”.

Questi sono solo alcuni dei commenti degli analisti di mercato estremamente preoccupati sull’evolversi della situazione. Non stiamo tuttavia parlando della Grecia. Era l’ottobre del 2002, poco prima che il presidente Lula divenisse il 35° Presidente della Repubblica federale brasiliana. Il resto è storia e i numeri non mentono.

Durante il suo mandato il Brasile è divenuta l’8° economia mondiale, 20 milioni di persone sono uscite dalla fascia di povertà e le sue politiche hanno dato al paese stabilità e crescita economica. Il Bovespa, principale indice azionario del paese, dalla sua elezione al picco del maggio 2008 è cresciuto del 780% e il real brasiliano si è rivalutato di circa il 60% contro il dollaro americano. Naturalmente le analogie tra il Brasile e la Grecia finiscono qui: i due paesi sono troppo diversi in termini demografici, di ricchezza di risorse naturali e di potenziale economico per poter seriamente pensare di comparare il caso brasiliano del 2002 alla Grecia del 2015.

Il paragone tuttavia ci aiuta a capire come a volte il mercato tenda a incorporare nei prezzi scenari catastrofisti le cui probabilità di realizzazione sono basse.

Nel caso della Grecia, subito dopo la vittoria elettorale di Syriza e la formazione del governo di coalizione con il partito nazionalista dei Greci Indipendenti, gli investitori si sono affrettati a liquidare qualunque asset greco spingendo il mercato azionario a perdere in 3 giorni circa il 15% e portando il rendimento del triennale greco oltre il 17%.Ad essere particolarmente penalizzato è stato l’intero sistema finanziario greco con l’indice bancario crollato di oltre il 50% in 36 ore.

I prezzi dunque scontavano uno scenario di scontro frontale tra il governo guidato da Alexis Tsipras e la Commissione Europea con possibili rischi di nazionalizzazione del sistema bancario. I commenti di certi componenti del governo non hanno poi aiutato il sentiment e non lo hanno fatto nemmeno i primi atti concreti del governo che ha bloccato le privatizzazioni della PPC (società elettrica) e del porto del Pireo e promesso di cancellare alcuni recenti provvedimenti di austerità e proposto nuove assunzioni statali e l’innalzamento del salario minimo. Nonostante queste avversità, da investitori contrarian value, abbiamo deciso di investire in due banche greche e qualora il mercato dovesse proseguire il suo trend discendente accumuleremo, in modo comunque contenuto, posizioni su azioni del paese ellenico.

Perché? Queste sono le nostre motivazioni:

  • Il governo Tsipras potrebbe, contrariamente a quanto si dice, essere una buona notizia per l’economia ellenica. L’attenuarsi delle politiche di austerity potrebbe dare il suo apporto all’occupazione, ai consumi interni e alla crescita del paese.
  • La rinegoziazione del debito greco non implica necessariamente un write off: la spalmatura dello stesso su un orizzonte temporale di più anni e la rinuncia al pagamento degli interessi per un certo lasso di tempo, equivalgono a una riduzione del valore attuale dello stesso.Riteniamo che l’atteggiamento oltranzista di Syriza faccia parte del processo di contrattazione delle parti e che alla fine un accordo verrà trovato.
  • Le politiche di austerity europee non hanno portato a nessun risultato nè in termine di crescita economica né in termini di riduzione del debito. In fase di negoziazione Syriza potrebbe trovare alleati in Francia, Spagna e Italia. L’Europa oltretutto deve necessariamente trovare una soluzione alla crescita prima delle importanti elezioni politiche in Spagna di fine anno e delle presidenziali francesi del 2017.
  • Syriza è un partito molto variegato, con un 1/3 dei componenti di estrema sinistra, ma di per sé non è un partito antieuropeo. Le probabilità che il partito si spacchi su certe politiche non sono nulle. A quel punto si potrebbero aprire nuove possibili alleanze con partiti più moderati (come Potami).
  • Le probabilità di una uscita del paese dall’area euro sono basse. La Grecia ha bisogno dell’area euro e il governo sa benissimo che il ritorno alla dracma sarebbe devastante per il paese. Il sistema finanziario greco dipende dall’accesso ai finanziamenti della banca centrale europea e il governo non ha le risorse per far fronte ad una nuova crisi finanziaria. Oltretutto la stragrande maggioranza del paese è a favore della moneta unica e Tsipras sa bene che il suo mandato è quello di rinegoziare il debito e le politiche di austerity, non la permanenza del paese nell’area euro. Il recente QE della Banca centrale europea rappresenta un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.
  • La Grecia ha bisogno di investimenti esteri nel paese e non può permettersi politiche di nazionalizzazione o simili. Creare un clima business friendly è essenziale per il rilancio del paese soprattutto adesso che l’economia dà segnali di ripresa.
  • Le valutazione del mercato, e in particolare delle banche, sono inferiori ai livelli della crisi del 2012, nonostante i recenti aumenti di capitale e il ritorno alla profittabilità di quasi tutto il settore.

 

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Italia nel mirino: 3 siti stranieri che ne parlano (giustamente) male.

L’Europa di chi si sa distinguere per record indiscussi è anche questa, quella della disoccupazione e del rallentamento economico. Dopo la pubblicazione dei dati deludenti provenienti dal mondo del lavoro francese (con un tasso di unemployment giunto a toccare il 10,2%, il peggior risultato dopo Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Polonia), venerdì è toccato al Bel Paese segnare il record di disoccupazione, con un tasso salito al 13,2% (43,3% quella giovanile), il maggiore da quando è iniziata la rilevazione nel 1977. Se in Italia la mancanza di occupati è diventata una triste realtà rispetto alla quale si è fatta l’abitudine, alcune note testate online straniere non si sono invece risparmiate dal commentare tale situazione, deridendo, più che il Paese, l’Amministrazione che lo regge.

Come Bloomberg vede Renzi

Come riportato dal portale finanziario USA Bloomberg, “Renzi ha detto che l’aumento del tasso di disoccupazione è in parte dovuto ad un maggior numero di persone che iniziano a cercare attivamente un lavoro. I cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, coloro che non cercano lavoro per evitare lo stress e la delusione di non trovarne (e che dunque non sono conteggiati nei calcoli dell’Istat). Se nel mondo esistono due condizioni lavorative (occupazione e disoccupazione), gli italiani hanno anche la terza via, che non riguarda né i cassaintegrati, né gli aventi diritto al sussidio: sono gli scoraggiati, una classe che tanto ha attirato l’attenzione degli americani. Bloomberg, redarguendo il Premier italiano in modo velato, ha riportato come Renzi abbia sostenuto che i dati della disoccupazione siano solamente “preoccupanti”, rimarcando le parole dello stesso “Non possiamo negare i problemi là fuori, ma non dovremmo nemmeno vedere il bicchiere mezzo vuoto”. A tal affermazione il celebre sito statunitense ha mostrato disappunto, ma non ha voluto aggiungere altri commenti, il che forse lascia più ad intendere di tante parole. Il silenzio dei numeri, a volte, rende molto di più del frastuono dell’accusa.

Come Reuters vede l’Italia

Non è stato solo Bloomberg ad occuparsi del Bel Paese, il quale è divenuto oggetto d’interesse anche per il londinese Reuters, che ha dichiarato reale l’incombenza di un rischio deflativo.
“L’Italia è bloccata in un tunnel di aspettative decrescenti. Rallentato da anni di salari decrescenti e dallo scetticismo generalizzato, il Governo può però migliorare le proprie fortune economiche; gli italiani stanno accantonando il denaro che posseggono e tagliano anche gli acquisti di base” dai detergenti all’arredo di casa. Non fermandosi all’opinione del Premier Renzi, Reuters ha riportato la testimonianza del Professor Gustavo Piga (Università Tor Vergata di Roma), il quale ha sostenuto: “Credo che saremo ancora in questa situazione di grave pericolo tra sei mesi e più a lungo durerà, più sarà difficile uscirne”.
“Mi sono sempre detto che, se saremo in grado di superare questo periodo, ne usciremo molto più forti, ma io, onestamente, non sono ottimista per il futuro”. E se non è ottimista un italiano che in Italia opera e vive, difficile è immaginarsi che idea si siano fatti all’estero, con un Reuters che ha commentato come per l’Italia il futuro sembri essere “considerevolmente più preoccupante” del semplice non-ottimismo…

Come Zerohedge ha inquadrato il problema

Zerohedge riporta infine come il 70% dei nuovi posti di lavoro in Italia nel terzo trimestre di quest’anno siano stati riempiti da contratti di lavoro a tempo determinato, secondo le statistiche del Ministero del Lavoro rilasciate Venerdì che hanno evidenziato la precarietà del quadro occupazionale. E in un contesto di tassi obbligazionari sempre più bassi, Zerohedge ha ironizzato: “In questo modo aumenteranno i prestiti alle imprese, che aumenteranno la crescita economica, che creerà nuovi posti di lavoro”.

A cosa deve farci pensare il crescente interesse dell’estero nei confronti del Bel Paese?
Le ragioni non possono essere unicamente quelle legate alla derisione e alla compassione (come spesso invece avviene parlando di Italia). Quello sul quale è necessario ragionare è il fatto che l’estero veda spesso molte più potenzialità in noi di quante non ne vediamo noi stessi; il fatto che per nazioni in cui vigono logiche e criteri decisionali differenti, non è impossibile pensare ad una risalita dell’Italia, Questi stessi, tuttavia, sanno che le problematiche vere dell’economia tricolore non dipendono da problemi di imprenditorialità, innovazione e volontà, ma dal contesto in cui sono inserite. Tutta l’Europa ha bisogno di una nuova spinta e questa deve arrivare, oltre che dall’organo centrale (e l’incontro di giovedì 4 della BCE potrebbe in tal senso essere fondamentale), dalla libera decisione delle singole autorità nazionali, che devono unirsi per ricostruire l’economia dei propri Paesi. Maggiori impiegati creano maggiore produttività. Tuttavia, per aumentare tale numero è necessario focalizzarsi prima di tutto sull’impresa e sulle condizioni lavorative eccessivamente gravate da costi di cui lo Stato è responsabile.

Gloria Grigolon

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Abe riparte da Keynes.

Le manovre più che espansive prodotte dalla BoJ non producono gli effetti sperati e quindi il governo di Tokio punta nuovamente su politiche keynesiane con l’approvazione di un budget di previsione record per l’anno fiscale 2015 (che inizia nel secondo trimestre) superiore ai 96.000 miliardi di yen. Si tratta di cifre molto sensibili che saranno distribuite in materia eterogenea, partendo dal sostegno del welfare alla popolazione anziana per giungere a un incremento delle spese militari. Una manovra che dovrebbe produrre, secondo stime governative, un incremento del PIL dell’1,5% per l’esercizio indicato. Un vistoso cambio di marcia per il governo presieduto da Shinzo Abe che, a detta di molti economisti, ha una buona fetta di responsabilità nel calo economico successivo alla contrazione dei consumi derivata dall’aumento dell’IVA dal 5 all’8%.

Il riflesso delle notizie macro degli ultimi mesi è possibile riscontrarlo nell’andamento del cross Eur/Jpy, con le quotazioni che, dopo aver vissuto un bimestre di forte rialzo che hanno portato i prezzi al test dei 150 punti, massimo degli ultimi 6 anni, hanno delineato una figura ribassista di tipo “rounding top” che proietta le quotazioni verso l’area supportiva statica compresa tra 135 e 136 punti. Nei fatti è stata sterilizzata l’ultima manovra espansiva della BoJ. Operativamente diventa difficile assumere nuove posizioni long sul cross prima di assistere a una nuova fase di consolidamento delle quotazioni.

Diverso lo scenario per l’equity che ha goduto di un clima di velato ottimismo negli ultimi diciotto mesi, con le quotazioni del Topix inserite in un canale cautamente rialzista di medio termine. Tecnicamente le quotazioni dell’indice non mostrano ancora segnali di inversione ma è possibile individuare dei segnali di incertezza sia da oscillatori leading come l’AO di Williams, che registra un clima di cautela, sia dall’analisi grafica, con i prezzi che si sono dimostrati incapaci di superare i 1.500 punti. Operativamente quindi le strategie long con un migliore profilo di rischio-rendimento sono in buy area, attendendo una fase di storno che riporti le quotazioni verso i 1.300 punti, mean reverting di breve termine, oppure verso i 1.200 punti, importante supporto di medio termine. Una fase di consolidamento nel breve termine consentirebbe di valutare con maggiore efficacia le mosse di politica economica espansiva annunciate assieme ad effetti rilevanti quali quelli legati al calo del petrolio (il Giappone è un importatore netto) e ad una fase di consolidamento della valuta nazionale.

Gerardo Murano

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Italia on sale: il gruppo ceco EPH fa shopping in Italia.

Il gruppo finanziario sta acquistando dal gruppo tedesco E.On sette centrali energetiche a fonti convenzionali. Valore dell’operazione circa due miliardi di euro. Il gruppo finanziario ceco specializzato nel settore dell’energetica Energeticky a prumyslovy holding sta concludendo delle importanti acquisizioni in Italia. Il gruppo ceco sta infatti concordando l’acquisizione di sette centrali elettriche a fonti convenzionali dislocate in Italia. L’acquisizione riguarda la centrale a carbone Fiume Santo in Sardegna e altre sei centrali a gas situate in Sicilia e sul continente per un totale di potenza di 4,5 mila MW. L’EPH sta acquistando le centrali dal gruppo tedesco E.On, su cui grava un debito di 31 miliardi di euro. Per questo motivo il gruppo tedesco sta dismettendo le attività ritenute secondarie, compresa la presenza nel settore della produzione di energia in Italia.

L’acquisizione tra i due gruppi dovrebbe concludersi nel secondo trimestre del 2015 dopo l’approvazione degli organi europei e il suo valore si aggirerebbe intorno a due miliardi di euro. Secondo gli analisti finanziari cechi l’acquisizione di attivi da gruppi fortemente indebitati rientra perfettamente nella strategia di EPH. Le acquisizioni della holding ceca sono tuttavia finanziate in grande misura con credito e puntano su una futura crescita dei prezzi dell’energia, che aumenterebbero la redditività degli impianti acquistati.

 

Fonte camic.cz

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