Parliamo di dividendi e doppia imposizione.

Nel panorama dei prelievi sulle rendite finanziarie i dividendi hanno sempre avuto un trattamento speciale, non necessariamente di favore. Ecco qualche rapida considerazione che riguarda solo le partecipazioni, cosiddette “non qualificate”. Il punto principale da tenere presente è che i dividendi sono il frutto di un’attività di impresa, già tassata come reddito della società che li distribuisce e quindi, per esempio, l’esenzione al 95% prevista a favore delle società che li ricevono, è solo un modo per ridurre la doppia imposizione, non una particolare agevolazione. Per alcune società, (quelle che applicano i principi contabili internazionali), peraltro, la tassazione è piena se le azioni sono in bilancio per essere negoziate, il cosiddetto “portafoglio di trading”.

L’intenzione di evitare la doppia imposizione, è invece remota se consideriamo i dividendi esteri ricevuti dalle persone fisiche. In questo caso, oltre alla tassazione della società e oltre al prelievo italiano – una ritenuta definitiva del 26% – spesso viene applicato un prelievo anche all’estero e a certe condizioni può essere almeno in parte recuperato. In linea di principio il sistema tende comunque a evitare una tassazione sui dividendi che si aggiunga a quella subita dalla società.

È il caso dei dividendi ricevuti nell’esercizio dell’impresa individuale o dalle associazioni professionali o dalle società di persone commerciali. In questo caso si riduce la base imponibile, (adesso i dividendi sono imponibili per una quota pari a 58,14%), in modo che, tenendo conto del prelievo subito dalla società, la tassazione complessiva non possa superare l’aliquota marginale dell’Irpef, 43%. Un significativo incremento ha interessato di recente gli enti non commerciali, per i quali prima del 2014 la quota imponibile era solo il 5% mentre adesso la tassazione, come per le persone fisiche, si applica su tutto il dividendo percepito.

Valentino Amendola

L’UE rafforza la disciplina di bilancio guai per l’Italia.

Mentre in Italia si stava discutendo sulla volontà e soprattutto sulla capacità, del nuovo governo di evitare un default del debito e di restare nell’euro, in Germania Angela Merkel ha dato una prima risposta alle proposte di Macron per il rafforzamento dell’unione monetaria. La posizione della Cancelliera, sotto pressione dal partito dei “falchi” in casa propria e nei governi del Nord Europa, è molto al di sotto delle richieste avanzate dai francesi. E tuttavia lascia sperare che, dopo anni di paralisi, al prossimo vertice UE l’unione monetaria possa fare qualche timido passo avanti.

Angela Merkel si è detta favorevole alla creazione di un fondo dell’Eurozona per finanziare le riforme strutturali dotato di alcune decine di miliardi, (e non centinaia, come avrebbe voluto Macron). Non è molto, ma per la prima volta prefigura la nascita di un bilancio autonomo per la zona euro.

Inoltre la Cancelliera accetta che il Meccanismo di Stabilità Europeo, che ha finanziato i paesi finiti sotto amministrazione della Troika, diventi un vero e proprio Fondo Monetario Europeo, che potrà prestare soldi ai paesi in difficoltà e intervenire anche per la ristrutturazione delle banche in crisi. Il problema principale è che la Germania vorrebbe una gestione puramente intergovernativa di queste nuove strutture. Ciò implica un potere decisionale direttamente proporzionale ai soldi che ogni paese verserà e dunque di fatto una netta egemonia tedesca. La Francia, invece, avrebbe voluto che fossero inserite nella struttura delle istituzioni comunitarie.

Evidentemente siamo solo nella fase iniziale di una trattativa che si preannuncia lunga. Ma quello che è certo è che il rafforzamento dell’unione monetaria non prevede nessuna condivisione del rischio dei debiti sovrani, di cui ogni paese resta pienamente responsabile. E di sicuro l’evoluzione futura non contempla alcun rilassamento della disciplina di bilancio, che se mai verrà rafforzata in un’ottica di riduzione dei rischi.

Se questo è lo scenario che si delinea per il prossimo vertice UE, che cosa andrà a dire Conte ai partner europei? Se pensa di poter rinegoziare le regole di Maastricht, andrà incontro ad una cocente delusione. Farebbe invece bene a riflettere sul fatto che i nuovi salvagente di cui Francia e Germania si apprestano a dotare l’euro, sembrano disegnati apposta per proteggere l’unione monetaria dallo shock che potrebbe derivare, tanto per fare un esempio, dall’uscita dell’Italia dalla moneta unica.

Andrea Bonanni

L’onda degli irredentismi.

Non sono solo Catalogna e Scozia a inseguire il sogno di una patria su misura. In Europa sono decine i partiti, i movimenti e le associazioni irredentiste con lo stesso progetto. Esiste persino un partito transeuropeo che fa loro da ombrello. Si chiama Ale, Alleanza Libera Europea, e aderisce al gruppo dei Verdi nel Parlamento di Bruxelles. Dal 1984 hanno aderito ad Ale diversi separatismi nati e votati all’interno di Stati «ufficiali»: tutti movimenti dediti a reclamare il rispetto di una qualche «nazione» più o meno oppressa. È pensando a loro che il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha detto di non volere un’Europa divisa in 95 staterelli. Come potrebbe un’Europa così frammentata tenere testa ai colossi Usa, Cina, Russia, Brasile, India? A Juncker possono anche non piacere, ma gli «staterelli» sono lì, pronti a cavalcare l’onda giusta per loro nella storia.

Impossibile? Niente affatto.

L’ombrello europeo si allarga, ma «piccolo è bello». Dal crollo dell’Urss, il numero degli Stati europei è quasi raddoppiato e gli Stati aderenti al progetto europeo sono passati da 12 a 28, con altri 7 in lista d’attesa. Sembrano due fenomeni opposti, ma non lo sono: la corsa alla frammentazione dei vecchi si nutre grazie alla possibilità di sentirsi difesi dall’Unione più grande. Il grande confine europeo che dovrebbe garantire mercati e stabilità finanziaria, autorizza progetti in stile «piccolo è bello». Ma tra Stato e nazione il passo è lungo. Lo Stato è il compromesso pragmatico di scelte politiche, vittorie o sconfitte militari, geografia e convenienze economiche. La nazione è un gruppo umano con una cultura specifica che a volte può vantare anche una lingua propria e un’etnia che lo distingue dagli altri.

Le sanguinose linee identitarie e religiose.

Dopo l’ubriacatura nazista, parlare di razza è diventato imbarazzante per cui sono pochi i separatisti europei che, pur riferendosi all’etnia, ne fanno il loro cavallo di battaglia. In genere insistono sul tasto vago, ma politicamente corretto, della cultura. Un esempio: tra le cause scatenanti della prima Guerra Mondiale c’era il sogno di creare una casa per gli Slavi del Sud. Gavrilo Princip sparò all’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo proprio per liberare i fratelli slavi dall’Impero Asburgico e l’essere slavo era per lui un concetto soprattutto etnico. Settanta anni dopo, la Jugoslavia non è bastata più e gli eredi di Gavrilo Princip si sono sanguinosamente divisi non più per etnia, ma lungo altre linee «identitarie» come cultura e religione. Cattolici, ortodossi e musulmani si sono separati in sloveni, croati, serbi, montenegrini, macedoni e kosovari.

La distanza fra Stato e Nazione.

È un fatto che Stato e nazione non sempre coincidano nella testa delle persone. Solo un catalano su due si sente spagnolo e più o meno la stessa percentuale di scozzesi si pensa britannica. È altrettanto vero, però, che disegnare una patria su misura è molto difficile. Se ad esempio la Catalogna dovesse ottenere l’indipendenza dalla Spagna si troverebbe a dover affrontare il secessionismo della Tabarnia, uno spazio geografico (delimitato dalle simpatie politiche) tra Tarragona e Barcellona dove i voti «spagnolisti» sono grande maggioranza. In Tabarnia la maggior parte delle persone non si riconosce come catalana, ma come spagnola. Naturalmente poi ci potrebbero essere dei quartieri di Tabarnia che, sentendo un’identità catalana, potrebbero chiedere di scindersi dagli spagnolisti che li circondano. E via spezzettando. A furia di disegnare confini di Stati-nazione sempre più omogenei le cartine geografiche sarebbero fatte di coriandoli.

Lo spezzatino degli irredentismi.

I nazionalismi indipendentistici più strutturati sono in Spagna (catalani e baschi), Belgio (fiamminghi e valloni), Gran Bretagna (scozzesi e irlandesi), Francia (corsi e bretoni), Germania (bavaresi), Italia (lombardi, veneti e tirolesi). Dentro questi grandi Stati ci sono però altre comunità che non si sentono comode. Sono i valenziani, i galleghi, gli andalusi e i canari in Spagna. I gallesi, gli abitanti delle Isole di Mann e della Cornovaglia in Gran Bretagna. I savoiardi, i baschi del Nord e i catalani del Nord in Francia. I siciliani, i sardi, i sudisti, i friulani, gli sloveni e i valdostani in Italia. Poi ci sono le minoranze etnico-linguistiche che vorrebbero ricongiungersi a quella che sentono come madrepatria. Parliamo dei greci d’Albania che preferirebbero avere Atene come capitale invece di Tirana, o le Isole Shetland che vorrebbero lasciare Londra per Oslo. Minoranze insoddisfatte sono i serbi e i croati di Bosnia, gli albanesi della Macedonia, i bulgari dalla Moldavia, gli ungheresi della Romania, della Serbia, della Slovacchia, dell’Ucraina, i 30 mila svedesi dell’arcipelago delle Åland che però appartengono alla Finlandia, e gli abitanti delle Shetland che dopo mezzo millennio vorrebbero tornare ad essere norvegesi invece che scozzesi. La Slesia vorrebbe rendersi indipendente dalla Repubblica Ceca e Polonia, mentre la Transnistria aspira all’indipendenza piena all’interno della Moldavia. Più pragmatiche le radici dell’irredentismo di Groenlandia e Isole Faroe. Per loro Copenhagen è una capitale troppo lontana.

L’irresistibile voglia di piccole patrie. Perché?

Due i filoni. Il primo è etnico-storico-linguistico-culturale. Il secondo economico. Ma senza un vantaggio per il portafogli, le ragioni culturali hanno in genere poca presa. La ricca Savoia chiama Parigi «ladrona», e persino la Scozia ha riscoperto il fascino dei kilt quando il petrolio del Mar del Nord ha cominciato a fluire. Nella categoria «storico-culturale» rientra appieno la Celtic League che difende ciò che resta di quella lingua vecchia di tre millenni in Irlanda, Scozia, Galles, Isola di Mann, Cornovaglia e al di sotto della Manica in Bretagna. Edimburgo è arrivata a un passo dalla secessione dal Regno Unito nel referendum del 2014 con i sì al 44,7%. Nella Bretagna francese, nel 2013 un sondaggio ha mostrato che il 18% degli abitanti appoggia l’indipendenza da Parigi e che il 37% si considera prima bretone che francese. Altrettanto antica è l’identità basca. Il gruppo terroristico Eta, mezzo secolo di azioni e 800 vittime sulla coscienza, ha deposto le armi nel 2011, ma l’idea di essere diversi resta. In Irlanda del Nord il tema è religioso. Dopo 3.568 morti e pace fatta con Londra, c’è sempre un quasi 50% di abitanti a cui piacerebbe passare dalla protestante Londra alla cattolica Dublino.

Dove vai se l’ombrello non ce l’hai?

Più recenti sono le radici di altri irredentismi. Quello catalano data 1714. Le varie minoranze linguistiche sono relitti di sconfitte dell’Impero Asburgico e del Terzo Reich. I bavaresi confederati alla Prussia dal 1867 non hanno potuto tenere una consulta secessionista due anni fa perché anti costituzionale, ma dai sondaggi quasi uno su tre sarebbe per l’indipendenza. Piccolo è bello e forse efficiente dal punto di vista micro-amministrativo, ma senza il cappello dell’Unione europea si tornerebbe alla giungla dove il più forte mangia il debole e, con buona pace delle cornamuse e delle lingue fossili, i più forti sarebbero asiatici o americani.

Come se ne esce?

Sul tavolo ci sono due ipotesi estreme e una realistica. La prima. L’Ue resta un club di Stati tradizionali che non cedono potere e reprimono le frammentazioni. È l’Unione debole che esiste oggi dove Madrid si tiene Barcellona e dove gli ungheresi rifiutano gli immigrati sbarcati a Lampedusa perché tanto è un problema italiano. La seconda. Nascono gli Stati Uniti d’Europa — e parliamo dei 19 Stati che hanno adottato l’euro — dove politica estera, fiscale, finanziaria, economica e di difesa sono a Bruxelles, mentre educazione e sanità sono amministrati localmente. A quel punto se Catalogna, Scozia, o Bretagna volessero stare per conto loro, in fondo, importerebbe poco. Ed è la soluzione vera. Quella più probabile, invece sarà una terza via, già sostanzialmente nell’agenda dei governi più europeisti: un’Eurozona a più velocità, dove gli Stati cedono lentamente solo alcune competenze economiche a Bruxelles, giusto quel che serve per avere l’illusione di reggere l’urto con i giganti mondiali. Il tutto senza mai rinunciare alla vecchia sovranità. In sostanza né carne né pesce.

Milena Gabanelli e Andrea Nicastro

Lo strano rapporto Euro-Dollaro.

I mercati finanziari sono governati da meccanismi raramente visibili a occhio nudo, talvolta difficili da scovare anche all’occhio esperto.

Prendiamo l’euro. E’ cresciuto per tutto lo scorso anno e sceso soltanto nell’ultimo mese e mezzo. Eppure di motivi per salire ne aveva ben pochi: Trump promette(va) un dollaro forte, la Fed sta aumentando in continuazione i tassi di interesse ufficiali, con ogni evidenza fra rendimenti americani e rendimenti europei non c’è storia, specie sulla scadenze lunghe. Ma c’è qualcosa che sfugge. Fosse semplice, saremmo tutti ricchi…

Succede che i fondi speculativi, nonostante le turbolenze politiche in Italia, non abbiano ancora gettato la spugna. In prevalenza si mantengono bullish sulla divisa comune europea. E poi succede che talvolta ci si dimentica che le variabili macro agiscano in termini relativi, non assoluti.

Intuitivamente, il rapporto fra euro e dollaro dovrebbe essere sensibile alla minore o maggiore determinazione dei banchieri centrali delle due sponde dell’Atlantico: se la BCE “stampa moneta” per comprare e ritirare temporaneamente titoli dal mercato, mentre la Fed fa il contrario – riduce i dollari in circolazione contraendo il proprio bilancio – la maggiore disponibilità di euro e minore disponibilità di biglietto verde, dovrebbero affossare l’Eur/Usd. Così non è stato negli ultimi diciotto mesi, eccezion fatta appunto per il periodo più recente.

Gaetano Evangelista

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Criptovalute e tasse: il contante è contante il Bitcoin no.

Il pagamento di un bene immobile in Bitcoin, o altra criptovaluta, viola le norme in materia di limitazione dell’uso del denaro contante o quelle in materia di indicazione analitica dei mezzi di pagamento?

Quello sopra è un quesito che un professionista a posto al Consiglio Nazionale del Notariato (CNN). La risposta fornita dal CNN è interessante perché favorisce alcune considerazioni  sulla attuale percezione del fenomeno criptovaluta.

In primo luogo viene stabilita una regola: La disposizione sulla limitazione del contante non si applica ai Bitcoin, (ancorché comunemente noto come contante digitale), in quanto si tratterebbe di una inammissibile interpretazione evolutiva della norma. Il contante è contante, il Bitcoin … no.

In secondo luogo, quale corollario per così dire tecnologico, si afferma che l’indicazione delle chiavi pubbliche non soddisferebbe il requisito della tracciabilità, in quanto non consente di risalire al titolare del portafoglio virtuale, l’indicazione delle chiavi private associata alle chiavi pubbliche, (che comunque non dà certezze legali sulla titolarità del conto virtuale), è improbabile già che renderebbe pubblico lo strumento per disporre della valuta virtuale.

Non è questa la sede per affrontare gli aspetti critici, e forse deboli, di questa interpretazione, che ci porterebbe ad effettuare un’analisi dei concetti di chiavi asimmetriche pubbliche e private e sulla possibilità di crearne ad hoc per la transazione, ma lo spunto offerto porta alla mente un’altra domanda, il Bitcoin è una moneta?

A tutti sono note le funzioni della moneta, è unità di conto, mezzo di pagamento, mezzo di scambio, riserva di valore. Il Bitcoin o le altre criptovalute possiedono queste caratteristiche? Come ci immaginiamo un bilancio definito in Bitcoin? Come rappresentiamo la sua volatilità, con quali strumenti? Forse non è adattabile al concetto di unità di conto.

Più semplice invece pensarla come mezzo di scambio, perché definito il valore all’istante dello scambio questo si cristallizza. Baratto evoluto, 4.0? Forse sì, atteso che anche nel comune parlare, la similitudine che viene spesso fatta per definire il processo che genera i Bitcoin, è quello della miniera d’oro. Bene che poi viene per così dire dematerializzato, facendolo diventare una commodity che può essere trasferita. Ritorna complessa la valutazione quale mezzo di pagamento, ha veramente effetti liberatori. Siamo sicuri che la sua volatilità non trovi dei limiti giuridici nella solvibilità? Da un punto di vista di stabilità delle transazioni siamo sicuri che sia accettabile che un mezzo di pagamento, diventi un problema? Infine può essere il Bitcoin una riserva di valore? La sua giovinezza, il limite quantitativo cui è stato concepito e la conseguente oscillazione del suo valore, inducono ancora una volta alla prudenza.

Nello stesso modo si è autorevolmente espresso di recente il governatore della BCE Mario Draghi, il quale ha avuto occasione di affermare che “Un euro oggi, è un euro domani. Il suo valore è stabile. Il valore del Bitcoin oscilla enormemente”. Queste lunghe premesse introduco un altro ragionamento, la cessione di Bitcoin che tipo di reddito genera? La complessità dell’ordinamento tributario italiano, non permette in questa sede di affrontare tutti i casi possibili legati ai soggetti che intervengono nella transazione e all’oggetto della transazione. Immaginando che la fattispecie più ampia sia quella della persona fisica che detiene Bitcoin e ad un certo punto li venda, a questa si vuole fare riferimento.

La vicenda è complessa anche perché la mancanza di una definizione esatta di criptovaluta può generare una certa confusione, confusione in cui è caduta anche l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 72/E del 2016 che ha considerato le criptovalute alla stregua di banconote estere. Tale assunto ha condotto poi alla affermazione che “le operazioni a pronti, acquisti e vendite, di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”.

Tutto bene quindi? Forse no, e il motivo del dubbio lo abbiamo prima espresso, la criptovaluta non sembra essere una valuta perché non ha le caratteristiche, o meglio non le ha tutte. Secondo me la definizione di mezzo di scambio tra le controparti, risulta coerente e ragionevole con l’attuale ordinamento tributario. Le operazioni in criptovaluta, di fatto sembrano più vicine alle operazioni di baratto o permuta. La permuta comporta in sostanza, la vendita di un proprio bene, (la criptovaluta), al fine di ottenere in cambio come corrispettivo un altro bene di valore corrispondente o della prestazione di un servizio di ugual valore. L’attività di vendita di criptovalute è assimilabile ad una operazione occasionale, (sempre che si tratti effettivamente di un’attività occasionale e non abituale).

Il testo unico delle imposte dirette disciplina all’articolo 67, il trattamento dei redditi diversi che provengono da tali attività, definendole all’articolo successivo plusvalenze. In questo caso la plusvalenza si determina come differenza, tra il valore di cessione del bene ed i costi sostenuti per il suo acquisto, evidentemente il prezzo pagato, ragionevolmente corrispondente al valore di quotazione del giorno di acquisto.

Alla stessa conclusione possiamo arrivare quando operiamo per la conversione della criptovaluta in valuta corrente, trattandosi in tal caso di una cessione a titolo oneroso, (il ricevimento di euro o d’altra valuta), del bene criptovaluta, attuando quindi uno scambio.

Chi ha dato le prime risposte concrete: il caso della Svizzera. In questo paese infatti le regole sono già più definite. Le autorità elvetiche hanno fatto una scelta di campo e hanno considerato le criptovalute come delle vere e proprie valute estere. In Svizzera poi riguardo alle imposte dirette, l’acquisto e la vendita delle criptovalute è da considerarsi un’operazione fiscalmente assimilata a una transazione di valuta tradizionale, appartenente alla sfera privata del contribuente, e quindi non tassabile. Esiste tuttavia un’eccezione per i residenti svizzeri, che effettuino delle negoziazioni frequenti in criptovalute, le quali possono configurare il “quasi commercio di titoli” e soggiacere all’imposta sul reddito. Insomma le opzioni sono ancora molte e il tavolo dei regolatori è senz’altro ben affollato di documenti.

Il primo approccio formale arriva dal recepimento della IV direttiva antiriciclaggio che ha riscritto il dlgs 231/2001 introducente obblighi precisi nella identificazione dei soggetti che operano in Bitcoin, in funzione dei quali deve rimanere traccia reale di chi investe nell’algoritmo, cioè intervento prima che l’investimento si dematerializzi e viaggi all’interno e per mezzo della “blockchain”. La richiesta di tracciabilità risponde presumibilmente alla constatazione che a monte, la transazione iniziale con cui si acquistano le criptovalute è una transazione reale a contenuto economico.

Ora attendiamo i prossimi provvedimenti.

Costantino Magro

Governo Lega-M5S fine dell’austerità?

Dopo le elezioni politiche dello scorso 4 marzo il nuovo governo italiano comincia a prendere forma, grazie all’accordo raggiunto tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle per formare una coalizione di governo. Si prevede che la coalizione chiederà alla Banca Centrale Europea di “azzerare” o congelare i 250 miliardi di euro del debito pubblico italiano e di creare un meccanismo che permetta ai paesi dell’euro zona di uscire dalla moneta comune.

Un altro progetto della coalizione prevede la riduzione del contributo italiano al bilancio dell’UE. Inizialmente i mercati hanno reagito facendo salire il rendimento del titolo decennale italiano dall’1,872% al 2,117%, mentre l’euro è rimasto generalmente stabile. Tuttavia i programmi di massiccio stimolo economico del nuovo governo, potrebbero rimescolare nuovamente le carte in tavola.

In sintesi, il piano della coalizione prevede la fine della cosiddetta “austerità”, che sarà sostituita da una politica di bilancio fortemente reflazionistica, basata sulla riduzione delle imposte e sulla cessione di beni di proprietà pubblica. Dopo due “decenni perduti”, non solo per la stagnazione economica, ma anche per il reale e inusitato declino degli standard di vita, queste riforme potrebbero ridare fiato all’economia del paese, in modi non ancora considerati dai mercati.

Al nuovo governo non sarà certamente sfuggito che, se a settembre la BCE metterà fine al programma di acquisto di titoli, come è previsto che faccia, l’Italia si troverebbe privata di una fonte indispensabile di liquidità. Pertanto una reflazione fiscale cadrebbe proprio al momento giusto per compensare ciò. Ad ogni modo l’operato del nuovo governo, qualunque sarà, sicuramente non lascerà i mercati finanziari indifferenti.

Luigi Sottile

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