A Praga la prima strada “centrale elettrica”.

Sembra fantascienza, invece è un’applicazione immediatamente operativa: Eurovia, la divisione specializzata in infrastrutture stradali del gruppo francese Vinci, ha brevettato un sistema che utilizza un combinato di energia solare e proveniente dalla pressione delle auto, per far sì che la strada stessa divenga una centrale elettrica. Il primo cantiere è a Praga, Repubblica Ceca: la strada sprigiona l’energia sufficiente a riscaldare l’acqua di una vicina piscina. Non è la prima sortita del gruppo nella “problematica calore”: nel dipartimento della Gironda già nel 2012 fu sperimentato un sistema che viceversa raffreddava l’asfalto sia nella fase di costruzione che nei mesi più caldi sotto il sole. Oggi quest’asfalto “termico” è usato nel 40% delle strade costruite da Vinci.

Fonte Repubblica.it

8 curiosità su Borse e mercati.

Il famoso toro di Wall Street, il Charging Bull, è in realtà opera di un artista italiano. Il siciliano Arturo Di Modica creò la celebre statua di bronzo nel 1989, per simboleggiare la forza e la potenza dell’economia americana, rialzatasi a seguito del crollo borsistico del 1987. Dopo essere stata installata abusivamente di fronte alla borsa, la scultura venne prontamente rimossa su richiesta degli indispettiti amministratori del palazzo. L’animale ottenne però il consenso del pubblico, che a gran voce convinse le autorità a provvedere alla sua reinstallazione nell’area del Bowling Green Park. Ad oggi, situato nel medesimo sito, il toro è una delle principali attrazioni newyorkesi, nonché un indiscusso simbolo del capitalismo.

L’indice Dow Jones si chiama così in onore di due giornalisti. L’indice venne creato da Charles Dow e Edward Jones, entrambi giornalisti finanziari. Nel 1882 i due fondarono la Dow Jones & Company, che qualche anno dopo cominciò a pubblicare il rinomato Wall Street Journal.

La borsa di New York ha abbandonato la negoziazione in frazioni solo nel 2000. Mentre le principali borse al mondo si sono da tempo basate su un sistema di prezzi espressi in decimali, il mercato americano ha gradualmente abbandonato le frazioni solo all’inizio del secolo, per rispondere alla richiesta della SEC di una migliore trasparenza informativa per gli investitori.

La compagnia olandese delle Indie Orientali fu tra le prime aziende a offrire azioni. Per garantire un sufficiente afflusso di capitali per il sostentamento dei suoi commerci in oriente e degli investimenti militari volti a conquistare le colonie, la compagnia, attiva tra il 1600 e il 1800, cominciò a emettere azioni. Queste non assicuravano agli investitori poteri manageriali, ma garantivano cospicui dividendi annuali, pari anche al 16%. Per permettere lo scambio delle azioni, la borsa di Amsterdam venne fondata a inizio del 1600, diventando così il mercato finanziario più vecchio al mondo. In America, la prima borsa ha infatti visto la luce solo nel 1790, a Filadelfia. In Asia, il Bombay Stock Exchange risale al 1875.

Nel 2009 in Somalia i pirati hanno aperto un mercato borsistico. Secondo quanto riportato da Reuters, la borsa è aperta 24 ore su 24 e permette a chiunque di investire con contributi in denaro o in forma di armi o altro materiale utile alle operazioni della pirateria. Quando una nave viene sequestrata e poi rilasciata su pagamento, gli investitori vengono remunerati con una parte dei guadagni derivanti dal riscatto.

Ogni mercato impone regole diverse per la creazione dei simboli azionari che identificano le aziende. Le borse americane, per esempio, utilizzano simboli che combinano da uno fino a quattro lettere. In Europa, invece, molte abbreviazioni usano tre lettere. Infine, nei mercati asiatici, dove non vengono utilizzati caratteri latini, sono prediletti i numeri. Così, per esempio, Starbucks è indicata con SBUX sul Nasdaq, Tod’s viene abbreviata con TOD a Milano e Lenovo con 0992 a Hong Kong.

Le borse possono essere degli ottimi investigatori privati. Nel 1986 un guasto a una guarnizione, fece esplodere lo Space Shuttle Challenger nei cieli americani dopo soli 73 secondi dal decollo. Una commissione, incaricata di indagare sull’accaduto, impiegò circa sei mesi per indicare come responsabile Morton Thiokol, fornitore della guarnizione difettosa. I mercati, tuttavia, erano già giunti alla medesima conclusione da mesi. Lo stesso giorno dell’incidente, infatti, tutte le aziende coinvolte nella costruzione dello shuttle, persero tra il 2 e il 3% in borsa. Morton Thiokol, invece, subì una performance negativa ben più grave, registrando un calo di quasi il 12%.

Dal 2016 è possibile investire in un indice che tutela la diversità di genere. Il SSGA Gender Diversity Index ETF è approdato alla borsa di New York lo scorso anno. L’ETF segue la performance delle più grandi aziende americane, che si sono distinte per la diversità di genere presente nei consigli di amministrazione e nelle cariche di top management. Tra le aziende incluse nell’indice ci sono per esempio Pfizer, Coca-Cola e MasterCard.

Cechia: sempre in salita i prezzi immobiliari.

I prezzi di vendita degli appartamenti sono continuati a salire anche nel secondo trimestre dell’anno. Lo sottolinea il portale dell’agenzia Deloitte, Cenovamapa.org, che ricava i dati dai contratti depositati al Catasto. Nel secondo trimestre i prezzi di vendita sono saliti del 10,7% arrivando fino a quasi 50.000 corone al metro quadrato. La crescita dei prezzi è più dinamica nei capoluoghi di regione di media dimensione. A Jihlava i prezzi sono cresciuti del 21,8%, a České Budějovice del 20%, a Pardubice e Hradec Králové del 12 e 13%. In forte aumento, del 13,3%, anche i prezzi ad Ostrava, che però rimane assieme ad Ústi nad Labem tra i capoluoghi di regione più economici. In entrambe le città i prezzi d’acquisto non superano le 20.000 corone al metro quadrato.

La situazione cambia nelle città di Praga e Brno, le uniche dove i prezzi superano la media nazionale. Per acquistare un appartamento nella capitale della Moravia sono necessarie, in media, 50.000 corone al metro quadrato, il 10% in più rispetto allo scorso anno. A Praga il prezzo medio sale a poco più di 65.000 corone al metro quadrato, il 9% in più rispetto allo scorso anno. Nella capitale le differenze di prezzi tra i quartieri sono notevoli: nel centro i prezzi medi superano le 122.000 corone al metro quadrato, in periferia scendono verso 60.000 corone al metro quadrato.

La dinamica dei prezzi non ha però fermato gli acquirenti. Nel secondo trimestre la compravendita delle abitazioni ha raggiunto un valore complessivo di circa 22 miliardi di corone, il 14% in più rispetto al 2016. Due terzi dell’intero mercato immobiliare ceco è concentrato a Praga. I prezzi medi sono più alti per gli appartamenti di nuova costruzione, il cui valore è cresciuto di solo il 3%. I prezzi più dinamici sono invece quelli degli appartamenti nei condomini a moduli (i panelaky): in questo caso il prezzo d’acquisto è salito del 15% giungendo a quasi 40.000 corone al metro quadro.

Fonte camic.cz

Lavorare di meno non significa improduttività.

Pelle abbronzata, sorriso ancora smagliante e occhiali da sole fino all’ingresso in ufficio, tre facili segnali che contraddistinguono il lavoratore ancora vacanziero, quello appena tornato dalle meritate vacanze.

Il lavoratore che, seduto in ufficio, non ha ancora dimenticato la sensazione della sabbia sotto i piedi, il leggero rumore delle onde del mare o la fresca brezza di un verde prato di montagna. Quello che si intristisce al solo pensiero di riprendere la normale routine giornaliera e che forse solo una buona lettura potrà consolare.

Alcune ricerche dimostrano infatti come lavorare meno ore, abbia effetti positivi sulla produttività di un paese. Guardando le statistiche dell’OECD per il 2015 riguardo le ore lavorative annuali per nazione, qualche sorpresa è subito evidente. Al primo posto, i veri stakanovisti risultano essere i messicani, con 2248 ore annuali pro capite. Non da meno il contributo dei greci che, poco distanti, risultano lavoratori assidui fermandosi a 2033 ore. Non superano soglia 2000 gli Stati Uniti, dove in media ogni persona lavora 1786 ore l’anno. Simile discorso per l’Italia, il Giappone è il Regno Unito che raggiungono le 1723, 1719 e 1674 ore rispettivamente.

Se questi risultati lasciano in parte meravigliati, ulteriore stupore non può che affiorare allo scoprire che all’ultimo posto della classifica si posizionano i tedeschi, con sole 1368 ore l’anno. È esatto, l’emblema dell’efficienza europea occupa l’ultimo gradino della classifica, richiedendo ai propri dipendenti un ridotto sforzo lavorativo.

In termini di produttività, ossia osservando il PIL nazionale per ora lavorata, i risultati vengono praticamente capovolti. Sempre secondo l’OECD, nel 2015 gli Stati Uniti hanno ottenuto il primato con una produttività di circa 62,9 dollari, poco lontana la pigra Germania che si mantiene su livelli elevati con 59 dollari l’ora. Performance soddisfacente anche per Italia, Giappone e Regno Unito, con 47,7, 41,4 e 47,8 dollari rispettivamente.

E i virtuosi messicani e greci? Tanto lavoro, ma magro bottino. Se la Grecia riesce a ottenere 31,3 dollari, il Messico fa decisamente peggio, raggiungendo solamente 18,5 dollari a ogni ora lavorata.

Guardando questi risultati, è ovvio chiedersi quale sia la ricetta perfetta. Meglio lavorare più a lungo o meglio avere giornate più brevi? Vari elementi possono influenzare la scelta. Differenze nella cultura nazionale, hanno per esempio il loro effetto e preferenze per tempo libero ed esigenze familiari, giocano inevitabilmente un ruolo nel bilanciamento lavoro-vita privata.

Similmente, quella che viene definita come “peer pressure”, (condizionamento di gruppo), è quasi sempre considerata nella decisione finale. L’influenza di colleghi, amici e conoscenti è maggiore di quanto si creda. Senza farci caso, uomini e donne tendono ad assorbire le abitudini di chi li circonda.

Se il caffè al mattino diventa tradizione per il proprio team di lavoro, pur non amando il caffè, si cercherà lo stesso di aggregarsi al gruppo, magari portando da casa qualche bustina di tè. Se il proprio collega di scrivania arriva leggermente prima dell’orario dovuto, per poi fermarsi una mezz’ora in più ogni giorno a fine giornata, si sarà maggiormente motivati a fare lo stesso o quantomeno a rispettare religiosamente gli orari d’ufficio.

Lavorare di più o di meno è anche conseguenza di scelte statali e sindacali. Quando ogni mese la busta paga è pesantemente colpita da tasse e contributi, è ovvio che la volontà di lavorare più del dovuto cali in maniera proporzionale. Allo stesso modo, il ruolo dei sindacati e i contratti negoziati, necessariamente condizionano l’ammontare delle ore lavorate.

Considerando questi fattori, rispondere alla domanda è pressoché impossibile. Tuttavia, dati alla mano, lavorare di meno non sembra sinonimo di improduttività, anzi. Quando passare meno ore in ufficio è una scelta volontaria e non una distorsione del sistema economico, tale scelta può migliorare il benessere personale senza incidere negativamente sul prodotto finale. Tra i vantaggi di un orario giornaliero ridotto, ci sarebbero il miglioramento della qualità della vita, con minor stress, minori incidenti sul lavoro e maggior tempo da dedicare ad attività extra lavorative.

Analogamente ulteriori benefici sono evidenti per ambiente e società. Suddividere un carico di lavoro full-time, tra due posizioni part-time, permetterebbe ad esempio di ridurre il tasso di disoccupazione. Utilizzare macchinari ed energia per minor tempo, aiuterebbe poi a ridurre le emissioni di CO2 e migliorare la sostenibilità dell’attività economica.

Alla luce di questi dati, non ci sono motivi per non concedersi qualche altro giorno di vacanza senza provare rimorsi. Se sulla carta qualità batte quantità, l’ozio può trasformarsi in padre di tutte le virtù.

Fonte DB

Elezioni Cechia 2017: Babis conquista Praga.

La Repubblica Ceca vira a destra. È il milionario anti-sistema Andrej Babis, soprannominato il “Trump ceco”, il grande vincitore delle elezioni che si sono tenute venerdì e sabato. Il suo partito, il movimento populista Alleanza dei cittadini scontenti, ha ottenuto il 29,7% dei voti. Le consultazioni hanno visto anche l’avanzata del partito xenofobo Spd che sostiene l’uscita dall’Ue e il crollo del partito socialdemocratico Cssd finora al governo.

Il partito di Babis ha ottenuto 11 punti in più rispetto alle ultime elezioni del 2013. Babis è riuscito a ottenere sostegno sia da destra sia da sinistra, presentando il suo movimento come formazione trasversale in polemica con la politica tradizionale nonostante lui stesso sia stato partner di minoranza nel governo di coalizione uscente insieme ai socialdemocratici di centro-sinistra del premier Bohuslav Sobotka e ai centristi cristiano-democratici di Kdu. Fino a maggio, Babis è stato infatti vicepremier e responsabile delle Finanze in questo esecutivo di coalizione tripartita.
Al secondo posto arriva il principale partito conservatore, l’Ods, che negli ultimi anni aveva attraversato un periodo buio e alle urne ottiene l’11% dei voti. Mentre la vera sorpresa è il Partito pirata che si piazza al terzo posto con il 10,7%. Il trionfo di Babis è stato inversamente proporzionale al collasso del Cssd, che con il 7,3% passa da primo a sesto partito. Chi si è distinto, invece, è il partito xenofobo Libertà e democrazia diretta, che si attesta come quarta forza politica. Il partito, fondato da un imprenditore di padre giapponese e madre ceca, si era presentato con lo slogan “Stop islam e stop terrorismo” e chiede un referendum per l’uscita della Repubblica Ceca dall’Ue.
Il risultato uscito dalle urne darebbe alla formazione di Babis 78 deputati, che è però un numero ben lontano dai 101 di cui avrebbe bisogno per governare con la maggioranza assoluta. Ai conservatori di Ods vanno invece 24 seggi e al Partito pirata 22. Si prospetta dunque una coalizione, e Babis ha fatto sapere che dialogherà con tutti, ma il capo di Ods, Petr Fiala, ha chiarito che non intende far parte di un governo di coalizione con Ano.

Babis, milionario magnate dell’agroindustriale, promette di lottare contro la corruzione di cui accusa la politica tradizionale, critica l’euro e le quote di rifugiati decise dall’Ue e si presenta come anti-sistema. Il secondo uomo più ricco del Paese, nato nel 1954 nell’attuale Slovacchia, è indagato per presunto uso fraudolento di fondi europei e per reati fiscali, ma ha sempre respinto le accuse, per le quali a settembre scorso gli è stata ritirata l’immunità parlamentare, denunciando che siano motivate politicamente.
Nonostante i problemi di Babis con la giustizia il presidente ceco, Milos Zeman, aveva già annunciato prima del voto che se avesse vinto lo avrebbe incaricato di formare il governo. Zeman e Babis concordano nel ritenere che vadano sospese le sanzioni Ue alla Russia per l’annessione della Crimea. Secondo alcuni analisti, se Babis diventerà premier ci sarà una pericolosa concentrazione del potere economico, politico e mediatico, dal momento che il magnate possiede due quotidiani nazionali, tre tv e due radio. L’imprenditore propone di eliminare il Senato e avviare un sistema elettorale che agevoli la formazione di maggioranze assolute dal momento che, sottolinea, governare in coalizione è problematico.

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L’ Austria non spaventa i mercati.

La svolta a destra dell’Austria non spaventa i mercati perché in parte già scontata nell’affermazione del populista Heinz Christian Strache, capo dell’FPO, che ha riportato il suo partito nazionalista ben oltre i fasti del mai dimenticato Haider. La destra del Partito della Libertà austriaco ha ottenuto un risultato molto importante e con il suo 27% ha di fatto buttato fuori dal governo i Verdi. Un partito del quale è espressione in carica il Presidente austriaco Van der Bellen. Una coalizione con i popolari dell’altro vincente Sebastian Kurz, leader del Partito Popolare Austriaco ex Ministro degli Affari Esteri, dei rapporti con l’Unione Europea e dell’Integrazione, (che ha ottenuto un più che onorevole 31,6%), è la nuova prospettiva politica per l’Austria, che accantona definitivamente la Grosse Koalition di ispirazione tedesca. Il richiamo della figura di Kurz al compianto John Kennedy ne ha fatto un caso politico nel panorama europeo che ricalca le orme del neo Presidente francese Macron.

Come in Germania al centro della modifica dell’asse politico è stata centrale la proposta di programma sull’immigrazione che accomuna Kurz e Strache e che offre una possibilità di riavvicinamento quasi insperata dell’Austria ai Paesi del Patto di Visegrad su queste tematiche. Paesi che però non sono graditi proprio al FPO perché i maggiori beneficiari delle rimesse dall’estero dei propri concittadini che proprio in Austria hanno trovato posti di lavoro e un sistema sociale favorevole, anche se ancora per poco. I migranti extra europei che sono entrati in Austria sono 70 mila, perlopiù di religione musulmana e richiedenti asilo politico dichiarandosi provenienti da Syria, Afghanistan e Iraq, e hanno messo a dura prova le strutture pubbliche di aiuto sociale di un Paese di soli 8,7 milioni di abitanti.

Del resto Strache è stato abile a non ripetere gli errori degli altri nazionalisti europei, e in “tempi di Brexit” ha eliminato dalla sua Agenda politica il referendum antieuropeista che ha fatto danni notevoli alle estreme destre olandesi, tedesche e francesi. Ma questa prospettiva centro-destrista di un nuovo governo austriaco lancia un monito all’Unione Europea che si aggiunge al pessimo risultato della Merkel in Bassa Sassonia battuta sonoramente dai socialdemocratici. In pratica le politiche comunitarie mandano in archivio la strategia dell’accoglienza della Merkel che politicamente e come costo sociale ha sollevato dubbi e critiche diffuse, ed è la vera prova del fuoco per la tenuta dell’Unione Europea, ancor più che il dibattuto sul “Ministro delle Finanze europeo”.

Inoltre il leader dell’FPO dovrà agire con cautela perché il suo predecessore portò il Paese a sanzioni che minarono la reputazione e il peso politico dell’Austria soprattutto nell’asse mitteleuropeo. In attesa dei dati definitivi la storia dei governi austriaci resta segnata da lunghe attese per la formazione di esecutivi e, quindi, da qui al 2018 l’incertezza e i tentativi da parte del Presidente in carica di portare Kurz verso una coalizione alternativa a quella con l’FPO non si sprecheranno.

Le sfide dell’Austria di fronte all’innovazione tecnologica che ha coinvolto l’industria automobilistica e i servizi terziari saranno quelle di un nuovo governo che guiderà un Paese dove le rinnovabili producono il 75% dell’elettricità necessaria e tutti i partiti non sono mai venuti meno ai propri principi nel sostenere una crescita economica sostenibile ed eco-compatibile.

L’Unione Europea da questi venti di rinnovamento delle destre e di nuove strade delle sinistre europee ha tutto da guadagnare, poiché offre i germogli di un risveglio politico che su entrambi i lati è sempre meno divisivo e sempre più attento alle istanze sociali pur nei nascenti nazionalismi. Forse una risposta agli eccessi americani di Trump e per una nuova scena politica dominata da leader di destra e di sinistra sempre più giovani e capaci di svoltare dai paradigmi spesso antiquati dei “vecchi” partiti che hanno dominato la scena in Europa sin dalla Seconda Guerra Mondiale.

Claudia Segre

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