In teoria tutti i paesi hanno interessi analoghi quando si tratta di imposizione tributaria. Si tratta di assicurare il prelievo sui redditi o sulle ricchezze che con vari criteri sono collegati al territorio, in modo da finanziare i servizi o la solidarietà sociale. Il problema dei nostri tempi è il “collegamento” al territorio dello Stato. In epoca di economia digitale i concetti su cui sono ancora basati i prelievi, (la residenza, la stabile organizzazione dell’attività, il luogo di svolgimento del servizio), mostrano in modo evidente la loro inadeguatezza.

Gli interessi dei paesi sono analoghi, ma non convergenti perché ogni amministrazione tende ad attribuire al proprio territorio la fetta maggiore di reddito imponibile. Così questo è il momento in cui per le imprese il rischio di vedere tassare in due paesi lo stesso reddito può essere alto e i rimedi ammessi – gli accordi preventivi (APA) o le procedure di accordo per dirimere le controversie già sorte (MAP) – richiedono tempo e l’assistenza di professionisti di alto livello quindi costosi.

L’altra faccia è la possibilità per alcuni, di non subire la tassazione e qui la situazione è talmente complessa che si possono verificare casi in cui, la tassazione non è reclamata né dal paese di residenza né da quello dove è svolta l’attività. Com’è avvenuto nel caso della Apple, per il quale, contro il parere sia degli Usa che dell’Irlanda, la UE ha irrogato una multa da 13 miliardi di euro per sanzionare l’aiuto di stato, causato dall’ampia esenzioni irlandese sugli utili.

Tutto sommato, con imposizioni sui redditi societari che nella maggior parte dei paesi industrializzati si assestano su aliquote vicine al 25%, quello di cui oggi un’azienda sana ha bisogno non è il paradiso fiscale, ma un mercato con riferimenti normativi stabili, un sistema di risoluzione delle controversie rapido e poco costoso, un sistema di prelievo fiscale certo è senza sorprese a scoppio ritardato. Cioè proprio la merce più rara.

Valentino Amendola

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